venerdì , 23 Ottobre 2020

Lo sciopero precario è morto, ma i precari per fortuna non se ne sono accorti

Il 2 novembre 2011 lo sciopero generale di Oakland ha segnato una svolta per i movimenti di lotta contro le politiche di austerità, precarizzazione e sfruttamento. La sfida di attaccare i profitti e colpire i precarizzatori si è saldata allo slogan «organize the disorganized», all’obiettivo di accumulare forza superando la frammentazione del 99%. Con il suo successo e con la sua capacità di portare il lavoro al centro dell’esperienza di #Occupy, lo sciopero generale di Oakland ha indicato la direzione alle lotte che nel 2012 si sono moltiplicate sul piano globale. A partire dal 29 marzo in Spagna, per arrivare all’appuntamento europeo del 14 novembre, lo sciopero si è però mostrato non solo una possibilità ma anche un problema. Al di là dei grandi entusiasmi e delle facili apologie, quello che soprattutto il 14 novembre ha portato alla luce è la difficoltà da parte dei «movimenti» di prescindere dall’iniziativa dei grandi sindacati, anche se tacciati di connivenza col nemico, imponendo nello stesso tempo un discorso e un’indicazione politica all’altezza delle sfide lanciate dall’organizzazione del lavoro nel tempo della crisi. Segnalare questi limiti non significa ignorare la presenza di massa che ha attraversato le piazze europee e americane negli scorsi mesi. Riconoscendo quanto di nuovo sta emergendo, è necessario interrogarsi sull’effettiva capacità di unire contestazione e protesta, cioè sulla capacità di comprendere fino in fondo la composizione soggettiva di chi sta effettivamente portando avanti delle lotte. Solo in questo modo, infatti, si può cominciare ad approssimare una definizione politica dello sciopero sottraendolo sia alla ritualità sindacale sia all’occasionale possibilità di uno scontro di piazza.

Che lo sciopero sia un problema, oltre che una possibilità, è dimostrato dall’assenza dei migranti dalle piazze del 2012, tanto da quelle sindacali quanto da quelle di movimento. Eppure, almeno in Italia, i migranti sono i protagonisti delle sole esperienze di sciopero che sembrano indicare, per la prima volta, una differenza sostanziale rispetto al già visto e al già noto. Gli scioperi, le mobilitazioni e le lotte dei lavoratori della logistica in Lombardia ed Emilia Romagna aprono scenari di cui abbiamo fatto solo in parte esperienza il primo marzo del 2010 e del 2011. I protagonisti di questi scioperi non sono i lavoratori cognitivi. Si tratta invece di un segmento di forza lavoro composto di migranti che, per il lavoro che fanno, si autodefiniscono operai. L’evidenza di uno scontro quotidiano e non simbolico con il capitale ha risvegliato passioni mai sopite per i picchetti e le alzatacce, spingendo alcuni, senz’altro mossi dalle migliori intenzioni, a voler insegnare con paterna rudezza agli incompetenti migranti come si fanno i conflitti. Sembra quasi che quei frammenti di globalità che sono i migranti debbano innanzi tutto smettere di essere tali, cioè operai globali sottoposti tanto allo sfruttamento del padrone quanto al ricatto amministrativo dello Stato. Eppure in questi territori è proprio la presenza dei migranti a rendere la logistica politicamente così rilevante. La logistica, infatti, non è l’anello debole finalmente scoperto della catena dello sfruttamento capitalistico, ma un settore che su scala globale mette al lavoro porzioni enormi di proletariato migrante. In Italia la legge Bossi-Fini e il razzismo istituzionale hanno obbligato migliaia di migranti a occupare quei posti di lavoro. Sono migranti quelli che, con estrema competenza, stanno utilizzando una posizione di forza che deriva dalla loro presenza in massa in un settore che, diversamente da quanto è successo e succede a loro, non può essere delocalizzato. Di questa contraddizione interna alla globalizzazione a noi interessa il modo in cui una nuova generazione di migranti sta modificando complessivamente la composizione di classe di questo paese ridefinendone i comportamenti e la disponibilità alla lotta. Nonostante il doppio ricatto che pesa su di loro, questi migranti hanno mostrato che il dominio della Bossi-Fini non è assoluto e che è possibile ribellarsi anche e soprattutto a partire dal luogo nel quale il ricatto vorrebbe ridurli al silenzio. A noi interessa il modo in cui i migranti usano il sindacato non solo per portare a casa qualcosa, ma anche come strumento organizzativo capace di uscire dai singoli posti di lavoro rimettendo in moto una comunicazione interrotta dall’erosione delle comunità, siano esse culturali o religiose. Partire da queste esperienze non significa invocare una generica solidarietà antirazzista, e neppure fare appello all’universalismo vuoto di una classe operaia che, se mai lo è stata, non può più essere in alcun modo considerata omogenea. Né si tratta solo di riconoscere e affermare, ancora una volta, la centralità politica del lavoro migrante nelle trasformazioni contemporanee del lavoro. È invece necessario cogliere il potenziale che le lotte dei migranti dentro al lavoro esprimono, nel momento in cui le vertenze aperte contro i padroni, per il salario e per i diritti contrattuali, sono anche momenti della più ampia lotta contro la legge Bossi-Fini, cioè contro lo Stato e la sua politica di segmentazione gerarchica della forza lavoro. E non può essere altrimenti, perché la lotta dei migranti è la prima e più rilevante rivolta contro la precarietà. La presenza numericamente preponderante dei migranti nel comparto logistico mostra chiaramente la funzione della legge Bossi-Fini – e di tutte le altre norme simili in giro per il mondo – come leva per comandare il lavoro. Le lotte contro di essa, e contro il sistema delle cooperative che Italia sembra fatto per implementarla, possono andare al di là delle specifiche vertenze e, anche grazie ai successi ottenuti, possono riportare in primo piano il nocciolo politico dello sciopero.

Mentre hanno confermato che non è possibile pensare alle lotte nella precarietà a prescindere dai migranti, le lotte nella logistica hanno anche sancito l’inesistenza di un precariato immaginato come nuova classe universale, capace di mettere in moto automaticamente, o perché si colloca nel punto ipoteticamente più alto dello sviluppo capitalistico, processi di comunicazione e lotta in altri scenari e con altri soggetti. Il problema è che, proprio per questo, i migranti rischiano nuovamente di trovarsi isolati: oltre la solidarietà e il sostegno militante alle loro lotte, si apre il problema di costruire un percorso organizzativo in grado connettere altre figure del lavoro su un piano politico generale. In altri termini, le lotte nella logistica dicono chiaramente che l’organizzazione dei e delle precarie è un problema ancora da risolvere, e che si tratta di una questione ineludibile. D’altra parte, è questa la scommessa su cui avevamo puntato parlando di sciopero precario: un modesto sciopero politico capace di considerare l’organizzazione nella precarietà, la connessione tra figure del lavoro isolate, frammentate e diverse, come la vera posta in gioco. Uno sciopero capace di impattare il problema del potere andando al di là della semplice rappresentazione simbolica del conflitto. In questa direzione sono stati fatti alcuni tentativi: gli scioperi degli operatori sociali hanno prodotto esperienze di organizzazione in un settore in cui la frammentazione e l’isolamento pesano in modo decisivo, aggravate dall’intreccio tra il pubblico e privato e dalla gestione del lavoro attraverso le cooperative. In questi esperimenti si è data la possibilità di fare emergere il profilo politico della precarizzazione del welfare, non solo dei servizi erogati ma anche del lavoro sul quale esso si fonda. E tuttavia, anche questa possibilità si è scontrata con la difficoltà di accumulare forza, di costruire conflitti che sappiano andare oltre la singola trattativa, la protesta locale o la specificità settoriale, diventando momenti di un progetto politico più ampio che impatti la precarietà come condizione che non è confinabile a un territorio o a un settore. Di questo, nel 2012 si è molto parlato, ma le molte parole non sono riuscite a mettere in discussione pratiche e slogan che hanno finito per rappresentare blocchi organizzativi e discorsivi, allontanato i dibattiti di movimento dalla realtà quotidiana dei rapporti di sfruttamento.

Per questo, anche se il 2012 è stato per certi versi l’anno dello sciopero precario, si può dire che lo sciopero precario è morto. I precari, per fortuna, non se ne sono accorti, e continuano a misurarsi tutti i giorni con il problema dell’organizzazione, dell’insubordinazione e del potere.

Porsi la questione del potere non significa inseguire il sogno di una Syriza europea, nella convinzione che una diversa qualità dei rappresentanti possa di per sé garantire un cambiamento di rotta. Chi osserva il problema in questa luce è probabilmente l’ultimo sostenitore di un sistema rappresentativo di cui pure dichiara a gran voce la fine, senza comprendere che la crisi della rappresentanza non dipende dalla corruzione del sistema, ma dall’impossibilità ormai strutturale di ricondurre all’unità politica le contraddizioni che esplodono nel seno della società globale. Porsi la questione del potere, perciò, significa interrogarsi sulla direzione di quelle contraddizioni, significa pensare – come abbiamo cercato di fare all’interno di un dibattito europeo, e a partire dalla specifica esperienza greca – che il conflitto non può compiacersi di se stesso, ma deve puntare a una trasformazione reale che non è fatta né di occasionali rivolte da celebrare nel tempo, né di isole felici nelle quali coltivare il sogno di un comunismo delle piccole cose. Il lascito del cosiddetto governo tecnico continuerà a pesare sulle vite di milioni di uomini e donne, ridotti a percentuali delle quali bisogna liberarsi sotto gli imperativi della spending review. La speranza di poter recuperare gli spazi ormai angusti – se non del tutto chiusi – della concertazione sarà un’ipoteca non solo sui sindacati, ma anche su quelle istanze di movimento che, negli spazi che i sindacati hanno aperto, hanno cercato e persino ottenuto un’altrimenti difficile visibilità, come è avvenuto in occasione degli scioperi del 14 novembre o del 6 dicembre. Porsi il problema del potere, allora, non significa voler essere rappresentati, ma non volersi accontentare di briciole come quelle che persino Monti e l’Unione europea stanno pensando di dover concedere accettando l’ipotesi di un reddito minimo di sussistenza. Significa trasformare vittorie parziali in concrete prese di potere, e porsi ad esempio il problema di garantire ai migranti che lottano nella logistica un quadro generale che non li obblighi a dover riproporre sempre e soltanto lo stesso conflitto. La sfida di «organizzare il disorganizzato» deve essere all’altezza di «organizzare l’inorganizzabile», ovvero aprire un varco nella precarietà e prendere in carico le contraddizioni al suo interno. Riappropriarsi della pratica dello sciopero non può eludere questa sfida, soprattutto nel momento in cui la precarietà sembra finita, perché è ormai diventata la condizione generale di tutto il lavoro. Organizzare l’inorganizzabile diventa così la posta in gioco di chi pratica l’insubordinazione precaria senza pretendere di costituire un’avanguardia, ma a partire da un protagonismo precario, migrante e operaio che attraversi le divisioni e faccia del luogo di lavoro uno spazio di lotta politica. Mettere lo sciopero a disposizione delle lotte non significa accoglierlo come la soluzione di ogni problema, ma considerarlo per la possibilità che evidenzia e per i problemi che ci pone.

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