martedì , 11 Agosto 2020
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Un equilibrismo su una corda sottile. L’emergenza in Argentina vista dalle donne

di CECILIA ABDO FEREZ

In Argentina, la pandemia colpisce un contesto già profondamente segnato da decenni di politiche neoliberali e dal debito. A differenza del vicino Brasile, dove Bolsonaro si è fin dal principio rifiutato di affrontare l’emergenza sia dal punto di vista sanitario sia da quello economico e sociale, il governo peronista di Alberto Fernández, in carica da pochi mesi, sta mettendo in campo risposte equilibriste tra l’esigenza di contenere il contagio e quella di garantire la sopravvivenza a milioni di persone, molte delle quali vivono al di sotto del livello di povertà. Le politiche di distanziamento sociale incidono profondamente sul lavoro delle donne, intensificandolo a livelli senza precedenti e mostrando in che modo la pandemia rischia di accentuare disuguaglianze già profondamente radicate nella società. Nel paese in cui lo sciopero femminista ha reso possibile allargare e radicalizzare la lotta contro la violenza maschile, nelle prime due settimane della quarantena una donna al giorno è stata uccisa in casa. Dopo lo shock prodotto dall’impatto con la pandemia, anche il movimento femminista deve perciò ripensare forme di organizzazione e mobilitazione che superino l’isolamento e impediscano che quelli che per anni sono stati praticati come terreni di scontro politico vengano respinti nel privato.

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Scrivo dall’Argentina. Oggi è il 2 aprile, giorno festivo per l’anniversario della guerra delle Malvinas. Queste specificazioni di tempo e di luogo sono fondamentali, perché la situazione è dinamica e in continuo cambiamento, e i tempi sono accelerati. Il paese sta attraversando il suo 14° giorno di quarantena obbligatoria, che continuerà perlomeno fino al 13 aprile, data che coincide con la fine delle vacanze della Settimana Santa.

L’Argentina ha dispiegato in questo periodo una quantità sempre maggiore di politiche che cercano di imparare dall’esperienza dei paesi europei, così come da quella di Cina e di Israele, soprattutto per quanto riguarda il modo di gestire politicamente la pandemia. Contraddicendo l’esperienza europea, è stata dichiarata una quarantena obbligatoria non appena hanno cominciato a presentarsi dei casi di infezione, quasi tutti in persone che provenivano da viaggi dall’estero. Si tratta di guadagnare tempo prima che cominci l’inverno e che il numero di contagiati aumenti in modo che, rallentando la diffusione, il sistema sanitario possa prendere in carico i casi che si presentano. Il governo che sta intervenendo in questa situazione è in carica da tre mesi, e ha cambiato la direzione delle politiche neoliberali di quello precedente, guidato da Mauricio Macri. Hanno per esempio riconosciuto al Ministero della salute, che prima era alle dipendenze di un altro ministero, una capacità di spesa. Si tratta di scelte che contrastano con quelle compiute da un paese vicino come il Brasile, che ha deciso di non implementare la quarantena a livello federale dove il tasso di contagio cresce costantemente. C’è invece una sempre maggiore consapevolezza, accompagnata da un crescente timore sociale, nei confronti di quello che la pandemia può significare: Spagna e Italia sono due paesi di riferimento per l’Argentina, due paesi amati e dai quali è stata accolta una forte ondata migratoria; e ora sono anche due esempi dolorosi e due scenari che si vogliono evitare. È proprio per questo legame che la popolazione argentina sta prendendo sul serio la malattia.

In un simile contesto, l’Argentina deve mettere in atto politiche di intervento statale in tempi record e con una crisi del debito straordinaria, facendo affidamento sulla scienza che per molti aspetti è dipendente dall’importazione di materiali chimici e di ricerche, ma che in ogni caso poggia su competenze epidemiologiche radicate localmente e nel tempo, e su un sistema sanitario pubblico che è sopravvissuto alla devastazione finanziaria. Gli strumenti di questa politica sono in primo luogo la centralizzazione degli acquisti e della distribuzione di respiratori (nel paese vi è una sola fabbrica di respiratori per tutta la regione); sono stati anche sospesi i licenziamenti per 60 giorni, dopo che il presidente ha pubblicamente criticato quello di 1.400 lavoratori da parte della più grande azienda del paese, la Techint. Il prezzo degli affitti è stato congelato e in via eccezionale è stato fornito un reddito di emergenza per i bisognosi. Le forze militari e quelle di polizia sono state dispiegate su tutto il territorio, in particolare nella popolosa periferia di Buenos Aires, per permettere la consegna degli approvvigionamenti. Si è creata un’articolazione tra il sistema sanitario pubblico e quello privato. La situazione imprevista ha riattivato una forte presenza statale, coordinata con i sindacati, e un leader nuovo, nella figura del presidente Alberto Fernández, capace di suscitare un consenso che si estende molto oltre la cerchia della sua base elettorale.

La quarantena ha respinto le donne e le dissidenti nelle case. Spesso si tratta di case condivise con i loro aggressori: da quando è iniziato il confinamento, 14 giorni fa, in Argentina si sono contati 14 femminicidi. In questi giorni il Ministero delle donne ha emesso un comunicato per affermare che le donne che subiscono violenza devono uscire dalle loro abitazioni e questa uscita non costituisce alcuna infrazione. Si è anche messa in atto una politica della «mascherina rossa»: di fronte a situazioni di violenza, si può andare in una farmacia o fare una telefonata per attivare un codice di soccorso. Le organizzazioni femministe di movimento due giorni fa hanno promosso un’iniziativa che invitava le donne a uscire sui balconi e alle finestre e a fare rumore per denunciare la violenza, ma l’esito è stato limitato. La pandemia, la paura e il monopolio assoluto dell’informazione, concentrata quasi esclusivamente sulla malattia, rendono molto difficile trattare temi differenti dalla malattia stessa. Diventa di importanza fondamentale tessere alleanze che possano spezzare l’isolamento sociale, affinché le donne non restino alla mercé degli uomini violenti con cui convivono e non si sentano sole, a prescindere dalla distanza fisica; però queste forme di alleanza sono ancora da costruire: lo shock della situazione è tale, che vi è una specie di sospensione di ogni attività.

Il confinamento ha avuto un forte impatto sulla vita delle donne, in primo luogo perché ha messo in primo piano il tema della cura. Le donne sono coloro che in generale lavorano come infermiere e come insegnanti, ma sono anche quelle che lavorano alle casse dei supermercati o che fanno le pulizie, e di conseguenza sono spesso in prima linea di fronte al contagio. Nelle classi medie il ritorno negli spazi domestici e l’impossibilità di «terziarizzare», cioè affidare ai servizi, la cura dei figli, sommati alla pressione dovuta all’improvvisa necessità di tradurre in ambienti virtuali i processi educativi, ha generato un forte sovraccarico di lavoro. Ma la pandemia ha colpito soprattutto le lavoratrici precarie, le sex workers, le impiegate domestiche, molte delle quali non hanno un conto bancario o ricevono una paga giornaliera. Ci sono riduzioni dei pagamenti in molti di questi servizi (e altri simili), e per far fronte a questa situazione occorre trovare soluzioni bancarie di emergenza, come l’utilizzo di vaglia postali e di sussidi, cui si aggiungono le difficoltà di un sistema che deve operare con le banche chiuse e con enormi differenze geografiche e tecnologiche. A Montevideo, in Uruguay, è stata organizzata un’iniziativa interessante nei confronti delle lavoratrici sessuali: su Facebook alcune donne si propongono di portare l’equivalente di una spesa del supermercato alle lavoratrici sessuali che ora non possono permettersela, creando così una rete personalizzata di solidarietà. In Argentina, il sindacato delle lavoratrici sessuali Ammar ha aperto un conto corrente bancario per ricevere aiuti.

In generale, in Argentina sono le donne che cucinano nelle trattorie, nei luoghi di accoglienza delle organizzazioni comunitarie, nelle scuole che rimangono aperte per poter sfamare i bambini poveri. Molte delle moto e delle biciclette che consegnano il cibo a domicilio sono guidate da donne; e sono donne anche le hostess degli aerei, che sono stati il principale vettore di contagio nella prima fase della pandemia. Sono tutte attività autorizzate a svolgersi nel pieno della proibizione della circolazione, però sono anche altamente esposte al contagio.

Il confinamento ha rinforzato la divisione sessuale del lavoro, ha esposto le lavoratrici precarie e ha sovraccaricato le donne con nuove esigenze. Nella quarantena si osserva, da un lato, una sottrazione dei corpi e della loro presenza a causa della virtualizzazione della vita, ma dall’altro uno sfruttamento maggiore dei corpi all’interno delle case, dal momento che ora è necessario gestire direttamente quello che prima era a carico della scuola e di molti servizi terziarizzati. Il lavoro online, sommato agli impegni di cura nella casa, produce un sovrappiù di domanda, e rischia di aumentare le diseguaglianze sociali tra chi può disporre dell’accesso alle tecnologie e chi no, tra chi abita in case spaziose e chi no. Tutto questo, nel mezzo di uno sconvolgimento sociale e di lutto per le vite perdute, dal quale non sappiamo se e come ci riprenderemo.

Il problema è che non si prevede che si uscirà da questa situazione con un reddito universale, bensì con una crisi economica più grave e con una società che non sa come riattivare un agire pubblico e un legame sociale; questo non perché il governo non sia in grado di immaginarlo, bensì perché la pandemia colpisce l’Argentina in una situazione economica molto fragile e in una grave crisi sociale; una società che torna alla distinzione tra uno spazio interiore concepito come rifugio, e uno spazio esterno minaccioso e contaminato. Si tratta di una distinzione che è sempre stata problematica per i femminismi, e lo è molto di più quando genera una recrudescenza delle violenze domestiche e riguarda una grande percentuale della popolazione le cui condizioni abitative sono estremamente precarie. L’Argentina finora ha gestito politicamente la pandemia secondo modalità indiscutibilmente anti-neoliberali, dal momento che si è deciso di dare priorità alla vita della popolazione rispetto alla continuità della produzione economica. Tuttavia, organizzare la quarantena (assolutamente necessaria) in territori segnati da un’estesa economia informale, da povertà e da condizioni abitative precarie, alle quali si somma una profonda diseguaglianza geografica nella disponibilità di servizi medici, è una politica rischiosa, un equilibrismo su una corda sottile. Questo equilibrismo era necessario, però tra il dover essere e ciò che accade nella realtà vi è un percorso da compiere; noi ora siamo dentro a questo percorso.

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