sabato , 16 dicembre 2017
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Istantanee in movimento. Da Genova ad Amburgo e nessun ritorno

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Luglio 2001, Genova, grandi manifestazioni di massa e riots contro un G8 che pretende di rappresentare una sorta di governo mondiale della globalizzazione. La prima manifestazione è quella dei migranti, aperta da uno striscione che reclama la libertà di movimento, una libertà senza confini. Un ragazzo viene ucciso. E non può essere dimenticato. Migliaia di persone non accettano il simulacro di una democrazia globalizzata.

Luglio 2017, Amburgo, grandi manifestazioni di massa e riots contro un G20 che registra l’impossibilità di un governo politico della globalizzazione. Uno striscione ricorda le migliaia di migranti morti in mare (si parla di 30 mila negli ultimi quindici anni), mentre un altro invoca la fine della guerra contro i migranti. Molti sono gli arresti immotivati. Troppi attivisti e troppe attiviste sono ancora in carcere. E anche questo non può essere dimenticato. Al vertice sono presenti capi di governi dichiaratamente autoritari e nessuno se ne stupisce. L’illusione democratica si è dissolta, le decisioni vengono prese lontano dagli schermi senza provocare scandalo. La globalizzazione del capitale ha schiantato ogni possibile mediazione politica mondiale.

Luglio 2017, Amburgo, un attivista torna a casa dopo una giornata di scontri e manifestazioni. Sale sul bus e fa per pagare il biglietto. L’autista in qualche modo lo riconosce e gli dice che non c’è bisogno di biglietto perché lui ha manifestato. Senza ridurre questa istantanea a un aneddoto rassicurante, potremmo dire che la città ha scioperato anche quando non ha manifestato e anche dove non si è sollevata. Ha scioperato nei quartieri, non consegnandosi alla logica della repressione modulare, degli arresti come pratiche di schedatura di massa, alle detenzioni punitive. Ha scioperato contro chi voleva fare di Amburgo qualcosa che non è ma che doveva essere: la vetrina luccicante che nasconde le difficoltà quasi insormontabili di un governo politico della globalizzazione.

Tre istantanee della nostra storia che devono essere restituite al movimento di cui fanno parte. Senza nostalgia possiamo chiederci che cosa è cambiato tra il 2001 e oggi. Genova e Seattle avevano colto un punto di svolta nella globalizzazione capitalistica che cercava di darsi una rappresentazione politica. Era in realtà l’annuncio di un governo «occidentale» sul mondo, un governo al quale si era invitati nella misura in cui si accettavano le regole di una crescita economica che si immaginava senza fine e senza crisi. Dal 2001, e per diversi anni, i controvertici e i social forum hanno espresso l’opposizione a quella specifica globalizzazione. Non c’era il rifiuto del mondo globalizzato, ma l’ambizione a una trasformazione essa stessa globale, la convinzione che questo mondo poteva essere globalmente diverso. Il problema è stato poi fissarsi sui controvertici come eventi da sfruttare mediaticamente per rappresentare la nostra opposizione, o pensare di ritrovare l’altro mondo possibile in piccoli mondi considerati estranei al dominio globale del capitale in virtù di un governo democratico del locale.

Diversi anni, diverse guerre e una crisi mondiale dopo le cose sono evidentemente cambiate. Il G20 non è più democratico del G8 soltanto perché è aumentato il numero dei partecipanti. Sarebbe però riduttivo pensare che solo la crisi finanziaria abbia rimescolato le carte della globalizzazione capitalistica. Sono stati in primo luogo i movimenti sociali globali a rifiutare le regole che i vertici hanno cercato di imporre con più o meno coerenza. Il movimento contro la guerra, il movimento dei migranti, il movimento delle donne, le rivolte di lavoratori e lavoratrici, le ribellioni nelle città e in alcuni territori sono stati momenti certamente contingenti e non coordinati, ma che hanno minato alle fondamenta l’idea di una globalizzazione ordinata e ordinatamente democratica. La crisi economica ha portato a definitivo compimento una globale trasformazione del lavoro che, più o meno ovunque, è diventato informale e precario. Di fronte alle insorgenze di precarie, operai e migranti gli Stati nazionali sono stati riutilizzati come strumenti politici di governo e repressione, chiamati a fare la loro parte accanto al ricatto costante del debito e della finanza. Solo un’ingenua fede nell’universale della cittadinanza o nella sovranità popolare può far pensare che gli Stati possano riaffermare la centralità che hanno avuto fino al secolo scorso. Come la globalizzazione non ha cancellato gli Stati, così questi ultimi non possono emanciparsi dal potere del capitale globale. Il ritorno dello Stato più o meno nazionale è comprensibile solo come espressione di un governo globale dei movimenti sociali e delle stesse dinamiche capitalistiche, un governo che rivela in ogni momento il suo nesso insopprimibile con la finanziarizzazione dei rapporti pubblici e privati, ovvero con il comando assoluto del denaro sul lavoro vivo. Proprio a causa della necessità di fare affidamento su ogni Stato sono stati ammessi al tavolo del G20 personaggi come Erdogan e Putin, o Stati come l’Arabia saudita.

Se si ha presente questo quadro, Amburgo non è stato un punto di svolta radicale, ma un momento nella dinamica complessiva dello scontro tra i movimenti sociali e il governo globale del capitale. Il punto da cui partire non è perciò tanto l’evento, quanto la complessa articolazione di percorsi – presenti e assenti – che ad Amburgo hanno prodotto il loro impatto. Nonostante la propaganda, la repressione e un discorso che vorrebbe fare dell’esaltazione del riot la giusta risposta alla crescente violenza sociale, non sono rilevanti le vetrine infrante dei negozi. In altri controvertici sono state rotte altrettante vetrine. A essere andata in frantumi è la vetrina globale che questi vertici pretendono di allestire e, in questo caso, la particolare vetrina voluta dal governo tedesco. A produrre questo risultato non sono stati solo i riots, che vanno compresi e considerati tanto nel loro rapporto con le altre manifestazioni che si sono svolte ad Amburgo, quanto e soprattutto con tutto il movimento più o meno carsico di opposizione alla globalizzazione neoliberale. Indicare alcuni comportamenti di piazza e le ipotesi politiche che, almeno in parte, li hanno sostenuti come l’espressione di un’avanguardia più consapevole o come il modo di espressione di una generazione giovane e indifferente a ogni altra forma di contestazione politica significa precludersi la possibilità di un’azione espansiva che non sia confinata al momento del riot. Ciò che si espresso ad Amburgo è l’effetto combinato e reciprocamente amplificato di tutto ciò che vi è accaduto, delle parole d’ordine che hanno animato le piazze, della consapevolezza del momento in cui le giornate amburghesi si sono collocate, delle manifestazioni e dei riots. I fuochi della rivolta rendono solo più visibile il rifiuto della quotidiana violenza sociale del capitale globale e l’indisponibilità a considerare il consesso dei Grandi come la controparte di una mediazione possibile. Nello stesso tempo, tuttavia, essi pongono il problema di pensare l’organizzazione di quel rifiuto e di questa indisponibilità ben al di là delle occasionali coalizioni sociali o alleanze di scopo, ma a partire dalla necessità di far valere nel tempo ed efficacemente un’urgenza di potere.

La scelta di aggredire la logistica del capitale è da questo punto di vista politicamente rilevante, perché essa non si rivela ad Amburgo più che in altri luoghi e anzi non ha luoghi privilegiati in cui manifestarsi. La logistica del capitale è senza vertice e non può dunque essere combattuta con un controvertice. Anche se è riuscito a produrre l’immagine di colonne di tir impossibilitati ad accedere al porto, il progetto di bloccare il porto non è pienamente riuscito, ma ha fornito un’indicazione che vale anche per il futuro. Non è più il tempo del controvertice per rappresentare la nostra opposizione, perché questa non può inseguire il tempo dei governi, ma deve necessariamente impattare le dinamiche capitalistiche che rendono al tempo stesso necessaria e illusoria la mediazione politica nazionale. Il tentativo dichiaratamente sperimentale di bloccare uno dei più grandi snodi logistici d’Europa non è allora stato tanto un’azione puntuale contro il porto, ma un modo per indicare la necessità di connettere il porto con le altre azioni che hanno attraversato la città. Non si trattava di dire che ciò che è importante succede nel porto, ma di essere consapevoli che il potere degli Stati, la logistica e la metropoli sono altrettante facce della produzione di società, ovvero dell’imposizione di posizioni, gerarchie e modalità di sfruttamento necessarie alla riproduzione su scala globale di un rapporto sociale di dominio. Il blocco del porto è stato parte del progetto #hamburgcitystrike, mostrando che sciopero logistico e sciopero metropolitano non sono né pensabili né praticabili separatamente. Ad Amburgo si è così visto cosa può essere uno sciopero sociale transnazionale, ovvero la ricerca di punti di impatto politicamente significativi con il capitale e le sue istituzioni e il rifiuto di ricoprire le posizioni che questi tentano di imporre. Le forme che l’impatto e il rifiuto possono assumere dipendono dalle condizioni pratiche dello scontro. Ancora una volta l’errore sarebbe quello di assolutizzare una forma di lotta a scapito delle altre, di considerarla la punta avanzata della nostra opposizione per farne un modello da replicare, un feticcio. Come le forme di messa al lavoro del capitalismo contemporaneo variano e non compongono un quadro unico e consolidato, così lo sciopero assume configurazioni diverse, attraversa i luoghi di lavoro – dove oggi esso è paradossalmente più difficile – e l’intero spazio metropolitano, investe le figure della riproduzione sociale, mobilita richieste e pretese che non trovano altrimenti alcuna risposta a livello locale e nazionale. Inoltre, proprio la logistica e il modo in cui le lotte di questi anni hanno ottenuto risultati, senza però metterne in discussione la pervasività, suggerisce di stare in guardia rispetto all’idea di aver trovato pratiche, come quelle del blocco, e punti deboli, come i nodi delle reti, risolutivi del problema politico che abbiamo di fronte.

L’affermazione del carattere compiutamente globale della mediazione statal-nazionale non significa l’azzeramento del piano istituzionale di intervento. Non significa cioè rinunciare alla possibilità di esercitare la nostra iniziativa autonoma anche nei confronti delle istituzioni. Le rivendicazioni su salario, reddito, permesso di soggiorno devono necessariamente incontrare le istituzioni confrontandosi e scontrandosi con esse. Il problema è il carattere sempre contingente delle mediazioni costruite, siano esse articolate su scala cittadina, nazionale o europea. Su di esse e contro di esse dovremmo essere in grado di dispiegare la nostra capacità di contrapporre alle infrastrutture logistiche una infrastruttura politica per esercitare nel tempo una forza che per essere tale non può mostrarsi solo come evento.

Così, se vogliamo collocarci nel movimento di cui Amburgo è stato un momento, dobbiamo riconoscere che la nostra iniziativa non può limitarsi a costruire e ricercare un governo democratico dal basso da esercitare in spazi confinati o su scala cittadina. Abbiamo detto che Amburgo come città ha scioperato, stabilendo così l’ambiente affinché tutte le altre azioni potessero avere peso. Ciò tuttavia non risolve un problema di scala e in ultima istanza di organizzazione, ovvero il problema dell’infrastruttura politica. Questo è particolarmente evidente quando si deve rispondere alla particolare forma di guerra scatenata contro i migranti. Nessuno nega evidentemente l’importanza di un’accoglienza che marchi la differenza con quella praticata dall’Unione europea e dai suoi Stati. Il problema dell’accoglienza degna, della solidarietà e delle città per tutti, del benvenuto generalizzato ai migranti sono le connessioni politiche che permettono di stabilire. Altrimenti il rischio è di fornire un’accoglienza solo benevola, in scala minore, un’accoglienza che interviene quando le strutture pubbliche sapientemente si ritirano e la rifiutano. Partiamo dal dato di realtà che qualunque forma di cooperazione sociale non può sottrarsi totalmente alle logiche opache del capitale ma deve farci costantemente e apertamente i conti. Il problema non è solo supplire alle carenze delle istituzioni, ma porre loro delle richieste che rendano evidente l’effetto di sfruttamento delle loro scelte e che allo stesso tempo possano essere di aiuto ai migranti nel loro complesso. Queste richieste non possono semplicemente limitarsi a rivendicazioni contingenti, localizzate o nazionali, ma devono muoversi sulla stessa scala globale che i movimenti dei migranti rivelano senza sosta, mettendo in tensione la logica transnazionale che pone gli Stati al servizio del governo del lavoro vivo e della sua mobilità. La guerra contro i migranti non è soltanto quella guerreggiata per reprimere i loro movimenti, ma anche quella che attraverso i confini si combatte con le amministrazioni pubbliche e sui i posti di lavoro, dove quei migranti svolgono mansioni legate tanto al ciclo della logistica quanto a quello della cura, alle catene transnazionali della produzione e alla riproduzione della metropoli, e che sono sottopagate proprio perché il lavoro migrante è ormai diventato il modello di tutta la precarizzazione del lavoro. La stessa guerra investe rifugiati e richiedenti asilo per i quali un permesso di soggiorno europeo rappresenterebbe il modo di sottrarsi al gioco congiunto degli Stati e delle istituzioni europee.

Rilevare allora che un movimento dello sciopero sta continuando a presentarsi negli ultimi anni non significa affermare che ogni insorgenza ha la forma conosciuta di uno sciopero. Significa piuttosto registrare che con sempre maggior frequenza ci sono movimenti soggettivi che impattano le regole che il capitale sta imponendo globalmente e si sottraggono al loro comando, ovvero che stiamo assistendo sempre più frequentemente a rivolte che, se considerate nel loro insieme, esprimono la tensione a scioperare contro il modo complessivo di produrre e riprodurre le nostre vite, ovvero a scioperare contro il capitale. Di fronte a questo movimento dello sciopero la nostra infrastruttura politica non può semplicemente replicare le forme consolidate di organizzazione e di mobilitazione. Essa deve porsi sul piano dei movimenti sociali globali, sapendo che producono effetti contingenti e non connessi tra di loro e proprio per questo richiamano la necessità di una connessione politica transnazionale che sappia essere all’altezza dell’ampio movimento di libertà, una libertà senza confini, che si sta opponendo alle coazioni degli Stati nazionali, all’oppressione del patriarcato, alle regole tanto astratte quanto violente della finanziarizzazione della vita.

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