giovedì , 23 Maggio 2024

Lo sciopero politico contro la logistica di guerra/2. Intervista ai portuali di Barcellona

di CONNESSIONI PRECARIE

Estibadores en el puerto de BarcelonaIn risposta all’appello lanciato dai sindacati palestinesi, la mattina del 10 novembre manifestazioni e scioperi contro l’invio di armi a Israele si sono tenuti in più continenti. Nel Kent in Inghilterra un blocco ha fermato una fabbrica di armi che rifornisce l’esercito israeliano mentre i portuali di Genova, Oakland, Seattle e Sidney organizzavano azioni in contemporanea. Anche nel porto di Barcellona gli operai hanno preso parola contro la guerra e la logistica militare. Ne parliamo con Sebas Huguet, portavoce dell’Organitzaciaó d’Estibadors Porturaris de Barcelona (O.E.P.B.), unico sindacato dei circa 1.200 portuali che lavorano nel porto della città catalana. Come emerge da questa e da altre interviste che abbiamo realizzato, si tratta di decisioni che sono state prese senza che vi fosse una comunicazione pregressa con altri porti. Da un lato, questo fa emergere una prontezza operaia che, a varie latitudini, ha manifestato in maniera autonoma la volontà di organizzare un’azione contro la guerra. Dall’altro lato, questa prontezza sottolinea, ancora una volta, l’urgenza di stabilire connessioni transnazionali durature e organizzate in grado di moltiplicare queste azioni.

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Il 6 novembre avete pubblicato un comunicato in cui annunciate la decisione, presa dopo un’assemblea con i lavoratori, di bloccare qualsiasi attività relativa alla guerra e alla logistica militare che dovesse verificarsi nel porto di Barcellona. L’obiettivo, scrivete nel comunicato, è “proteggere qualsiasi popolazione civile” perché “nessuna causa giustifica il sacrificio dei civili”. Nel complesso, come hanno reagito i portuali al vostro comunicato e quale è la loro posizione rispetto a questa nuova guerra in Palestina?

O.E.P.B. La proposta di dichiarare la volontà di questo blocco è stata avanzata nel consiglio di fabbrica e poi trasmessa ai lavoratori, che nella loro assemblea l’hanno ratificata all’unanimità. I portuali di Barcellona sono abituati a fare azioni di questo tipo. Abbiamo una lunga storia di azioni di solidarietà fin dalla creazione del nostro sindacato. Il nostro atteggiamento nei confronti della guerra o di qualsiasi forma di violenza è di totale e assoluto rifiuto. Per questo motivo chiediamo un cessate il fuoco che riguardi tutti i conflitti.

Nel vostro comunicato fate esplicito riferimento alla Palestina e all’Ucraina. Tra i portuali è comune l’idea che queste guerre siano tra loro collegate?

Non abbiamo avuto un dibattito interno che analizzi le idiosincrasie delle due guerre. Personalmente, non vedo una relazione diretta, anche se entrambi sono conflitti che si sono prodotti nel tempo e durano da decenni.

Ci puoi descrivere la realtà del porto di Barcellona dal punto di vista sindacale? Ci sono altre organizzazioni dei lavoratori e come si sono poste nei confronti del vostro comunicato? Vi supportano?

Fin dalla sua creazione, negli anni Ottanta, l’O.E.P.B. è l’unico sindacato dei portuali di Barcellona e raccoglie il 99 per cento dei lavoratori del porto. Esistono altri sindacati che possiamo considerare “gemelli”, all’interno e all’esterno dell’area portuale, che fanno parte della nostra confederazione statale dei porti (Coordinadora). Anche loro appoggiano la nostra risoluzione. Non ci risulta nessuna organizzazione portuale contraria alla nostra decisione.

Che relazioni avete con gli altri porti spagnoli? Pensi che altri portuali possano seguire la vostra decisione e annunciare lo stop alla logistica di guerra?

Abbiamo rapporti con tanti altri porti spagnoli, e anche a livello internazionale. Vorremmo che gli altri portuali ci seguissero in questa decisione, ma non è sempre possibile. Alcuni porti si dedicano solo all’attività dei veicoli, altri a quella delle rinfuse, in altri ancora i portuali sono organizzati in diversi sindacati ed è complicato prendere decisioni. Infine, ci sono porti che non sono interessati dalla logistica di guerra, non hanno linee di collegamento con paesi in conflitto. Siamo consapevoli del fatto che molti porti non hanno la capacità di portare avanti un’azione come quella di Barcellona. D’altro canto, rispettiamo anche i portuali che decidono, democraticamente, di non intervenire su questo fronte.

Quali sono i vostri rapporti internazionali? Passano per la sezione marittima della World Federation of Trade Unions? Come vi relazionate con altri porti in Europa e nel mondo?

A Barcellona due anni fa è stato creato lo European Dockworkers Council (EDC), il nostro sindacato internazionale. Vi partecipano portuali provenienti da Croazia, Cipro, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Montenegro, Portogallo, Slovenia, Spagna e Croazia. La posizione dello European Dockworkers Council in merito a queste guerre verrà discussa nella prossima assemblea generale.

Il 10 novembre si sono svolte una serie di azioni e blocchi in diversi porti, a Genova, Oakland, Seattle, Sidney. Siete in contatto con i portuali che hanno organizzato queste mobilitazioni?

Abbiamo rapporti con i compagni di Genova, ma non abbiamo contattato direttamente coloro che hanno dato vita a queste azioni in Australia, negli Stati Uniti o in Belgio. In ogni caso, la nostra decisione è nata in maniera autonoma, senza coordinamento con queste altre realtà.

Dall’esplosione della guerra in Ucraina si è mostrato in modo molto chiaro una grandissima difficoltà di costruire un discorso operaio contro la guerra. Il vostro discorso sul ruolo della logistica portuale nel contesto bellico attuale è, in questo senso un’eccezione, e rende ancora più evidente il bisogno di costruire organizzazione transnazionale. A che punto siamo?

In un mondo sempre più “globalizzato” è essenziale che la classe lavoratrice assuma una posizione universale su una miriade di questioni. Questo è ovvio, e necessario, e dovrebbe far parte di una strategia complessiva dei lavoratori. Tuttavia, è molto difficile mettere d’accordo milioni di persone.

La scommessa del TSS è sulla centralità dello sciopero, uno sciopero però pensato come pratica politica che non riguarda esclusivamente il sindacato né solo l’interruzione della produzione. Tu pensi che la lotta contro la logistica delle armi sia qualcosa che deve riguardare solo portuali e lavoratori dei trasporti? E se invece vuole coinvolgere altri soggetti come può farlo?

Lo stivaggio, o il trasporto in generale, sono solo la piccola parte di una catena logistica che, se anche si bloccasse in maniera efficace, sarebbe relativamente facile da sostituire. La lotta contro il terrorismo, le guerre, la violazione dei diritti umani, la fame, le disuguaglianze ecc. non può poggiare su di un singolo elemento, tanto meno una singola organizzazione. Per iniziare a lavorare alla soluzione di questi problemi sarebbero necessarie consapevolezza sociale e affermazione di valori globali.

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