sabato , 27 maggio 2017
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Il decreto Minniti, i migranti e il governo politico dell’insicurezza

di GIORGIO GRAPPI

L’intento dichiarato dell’ormai discusso decreto Minniti-Orlando, ora convertito in legge, è di velocizzare l’identificazione e rendere effettive le espulsioni. Molte delle critiche sollevate al decreto sembrano non voler fare i conti con il fatto che uno Stato che ha delle leggi possa, ogni tanto, porsi il problema di farle funzionare. È infatti noto che l’effettività delle espulsioni, previste nell’ordinamento italiano e diretta conseguenza di un’architettura giuridica sul soggiorno regolare che nella sostanza non viene modificata dal decreto, è molto bassa. Spesso con espulsione s’intende la consegna di un foglio di via che lascia il migrante sul territorio, ovviamente privato dell’accesso a ogni tutela o diritto, così come costantemente costretto a temere l’incontro con gli apparati di sicurezza. Altrettanto spesso, però, tale incontro si risolve con un altro foglio di via. Ciò non significa, ovviamente, che per migliaia di uomini e donne le espulsioni non si traducano in deportazioni forzate di cui non si vuole qui sminuire la violenza: i dati disponibili mostrano tuttavia che i rimpatri effettivamente portati a termine si aggirano intorno al 10% del totale delle espulsioni.

Dopo una fase di attendismo sul tema da parte del governo Renzi, attento soprattutto a utilizzare i nuovi arrivi di migranti come moneta di scambio di trattative europee mai davvero sostenute, la strategia messa in campo dal governo del quieto Gentiloni è quella di mostrare i muscoli, con il tonico Minniti in prima linea. A chiudere il quadretto il simpatico Orlando, ministro della giustizia in odore di sinistra, novello oppositore di Renzi dentro al PD, che si erge a esponente di un governo attraverso la legge anziché, come amava fare il capo, a colpi di rottamazione. Il colpo del NO al referendum suggerisce ai protagonisti della scena politica un cambio nei modi, ma non nella sostanza: come la comunità internazionale democratica ha smesso di considerare Trump un’anomalia nel momento stesso in cui si è riconosciuta nel linguaggio delle bombe contro il ‘male’, così il ventaglio democratico si è ritrovato nel silenzio assenso, rotto solo da qualche preoccupazione di circostanza, con il quale ha accolto la stretta sui migranti. Ma di quale stretta si tratta?

Il messaggio del decreto appare doppio: velocità ed efficacia. Gli strumenti messi in campo mobilitano tutte le risorse di cui lo Stato dispone – dispositivi giuridici, riorganizzazione amministrativa, risorse finanziarie, polizia e infrastrutture – per allineare il sistema italiano al nuovo modello perseguito dall’UE. Il decreto vorrebbe inserire il governo della mobilità dentro uno schema che si presenta con il volto pulito e ottimizzato della logistica. Possiamo infatti leggere alcuni dei suoi elementi più discussi in continuità con il cosiddetto «approccio Hotspot» sperimentato dopo la tempesta che ha attraversato la rotta balcanica negli ultimi due anni: la moltiplicazione dei centri di detenzione e la loro trasformazione semantica in «Centri di permanenza per i rimpatri» possono essere comprese in relazione a quelli che sono definiti «punti di crisi» per la prima accoglienza, nei quali è previsto l’obbligo di fatto alla rilevazione delle impronte, il cui rifiuto conduce alla possibilità di reclusione. A oliare il processo contribuiscono gli interventi volti a rendere più snello il procedimento per il riconoscimento dello status di rifugiato o di altro titolo di protezione internazionale. Per rendere più ‘credibile’ il tutto, il decreto prevede l’assunzione di personale (250 unità) destinato agli uffici delle commissioni territoriali, una misura che dovrebbe far fronte ai rinomati deficit di organico che, come noto, costituiscono un alibi regolarmente evocato nelle operazioni di scaricabarile che Prefetture e Questure oppongono alle rivendicazioni dei migranti.

Il punto più contestato, ovvero l’istituzione di sezioni speciali dei tribunali in materia, non rappresenta un nuovo diritto speciale per stranieri, come denunciato da più parti. Piuttosto, esso segnala lo spostamento del governo della mobilità all’interno di una cornice funzionale, anziché semplicemente di diritto. Le sezioni non si dovranno dedicare ai migranti in quanto tali, ma saranno specializzate «in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea». Esse si occuperanno perciò delle questioni specifiche che riguardano il soggiorno, l’allontanamento, il riconoscimento della protezione internazionale, il trattenimento, il ricongiungimento famigliare e l’apolidia. I migranti in quanto tali, su tutte le altre materie, continueranno a far riferimento alle sezioni ordinarie dei tribunali. Questa distinzione è significativa, perché coincide con una «specializzazione» del governo della mobilità che coinvolge anche altre materie, quali ad esempio quella industriale, che fa riferimento ai cosiddetti «Tribunali delle imprese» (le cui competenze coinvolgono la concorrenza dell’UE, i rapporti societari, gli appalti pubblici, forniture e servizi di rilevanza comunitaria). La specializzazione dei tribunali sembra cioè seguire una logica di segmentazione funzionale del diritto che corrisponde alla crescente produzione di «regolamenti» da parte dell’UE, vale a dire provvedimenti direttamente applicabili all’interno del sistema giuridico dei paesi membri e che, non a caso, all’interno del decreto Minniti-Orlando costituiscono un riferimento al pari della legislazione nazionale. Insomma, questo ennesimo sviluppo del razzismo istituzionale permette di osservare ciò che gli allarmi anti-securitari rischiano di oscurare, ovvero le trasformazioni del governo della mobilità su scala europea e quelle del diritto nelle politiche neoliberali.

Il decreto disegna così tanto per i nuovi arrivati quanto per chi è già in attesa di un pronunciamento un sistema che si vorrebbe meglio integrato, più veloce e più efficiente. In una parola, ottimizzato. Rientra all’interno di questo fine anche l’eliminazione di un grado di giudizio, una misura contestata perché contribuirebbe a produrre uno stato di eccezione (giuridico) a sfavore dei migranti, ma che potrebbe configurarsi come una sorta di sperimentazione di politiche di snellimento dei procedimenti giudiziari che non ci stupiremmo di vedere a breve applicate in altri ambiti, dove tuttavia le resistenze saranno più forti. Limitare i gradi di giudizio e le possibilità di dibattimento risponde ancora una volta a una concezione funzionale che punta a risolvere nel modo più efficiente possibile problemi contingenti, alludendo alla possibilità di sincronizzare gli scarti temporali tra i movimenti dei migranti e l’attribuzione di status.

In questo caso, il problema più volte reiterato nel testo è quello dell’«eccezionale incremento del numero delle richieste di protezione», così come l’«incremento del numero delle impugnazioni giurisdizionali» per le materie oggetto del decreto e, più in generale, l’«eccezionale afflusso di cittadini stranieri provenienti dal Nord Africa». Il governo lamenta quindi il fatto che i migranti hanno individuato nella richiesta di asilo l’unica via per conquistare un soggiorno regolare, mentre la specificazione geografica non risponde evidentemente a una valutazione sulla nazionalità degli arrivati, ma alla segnalazione dell’ultima tappa del loro percorso prima di raggiunger l’UE. Tale segnalazione va dunque letta insieme al tentativo italiano di raggiungere accordi con paesi terzi come la Libia, sostanzialmente al fine di estendere oltre i confini dell’Unione il principio di Dublino, proprio quando lo si vorrebbe superare all’interno dell’Unione nel nome del ricollocamento.

Come a suo tempo in materia di destrutturazione del mercato del lavoro, allora, i migranti oggi sono oggetto di una sperimentazione che indica trasformazioni più generali. Ciò non significa che la condizione di migrante sia indifferente, al contrario: la facoltà degli Stati di attribuire uno status anziché un altro, così come la minaccia dell’espulsione, rimangono il baricentro per una specifica integrazione dei migranti nel mercato del lavoro sulla base di una differenziazione democratica costantemente prodotta e riprodotta per via istituzionale come inferiorità e separazione materiale Per questo è altrettanto sbagliato accomunare, sulla base del securitarismo, la condizione dei migranti a quella di altri soggetti sociali colpiti da provvedimenti quali il «Daspo» e le altre misure a difesa del «decoro» urbano.

Le pretese di sincronizzazione tra i movimenti dei migranti e l’ottenimento di uno status rimangono tuttavia solo sulla carta, come restava sulla carta la pretesa di governare quei movimenti tramite i decreti flussi. Nel tentativo di ottimizzare un sistema di cui non sono in discussione le priorità politiche e funzionali, ovvero governare la mobilità secondo interessi economici e di consenso dei paesi dell’UE, ciò a cui il provvedimento non può dare risposta è lo scenario che si prospetta nei prossimi mesi. La forzatura agita dai migranti sul sistema dell’accoglienza si scontrerà infatti con decine di migliaia i dinieghi consegnati dalle commissioni. Nulla lascia poi presagire che il movimento globale dei migranti – prima ancora che i singoli stati dell’UE – sia disposto a lasciarsi imbrigliare negli schemi del ricollocamento. È per questo che il decreto è destinato, come i suoi precedenti, a un sostanziale fallimento rispetto agli obiettivi dichiarati, ma produrrà nondimeno effetti reali. Prima di tutto sui migranti, che dovranno fare i conti con un apparato rafforzato, ma non solo. Mentre utilizza linguaggi e riferimenti che rimandano al governo della mobilità in via di elaborazione sul piano europeo, il decreto si configura concretamente come atto diretto a un governo politico dell’insicurezza sociale, definita da Minniti in una recente intervista come materia non statistica ma di «sentimento», che individua nei migranti un elemento di disordine la cui regolazione legittima forzature sul piano amministrativo e giuridico. Definendo il provvedimento «di sinistra», il ministro afferma che questo «sentimento» investe soprattutto i «ceti sociali più deboli» e riconosce che questo non è suscitato dalle statistiche relative ai reati. La menzione dei più deboli da parte di Minniti, più che rivelare un’improvvisa sensibilità sociale, si pone in diretta continuità con il costume ormai diffuso di considerarli nel discorso pubblico solo come soggetti in preda a viscerali reazioni o estremo bisogno. Ciò che viene sbandierato come attenzione per gli «ultimi» è dunque in realtà la costante negazione della loro capacità di giudicare autonomamente la propria situazione. È così che, nel nome della «sicurezza», il decreto si propone in realtà di governare l’insicurezza sociale prodotta dall’erosione globale delle condizioni di vita tanto dei cittadini quanto dei migranti: precarizzazione, tagli nei servizi, erosione dei salari sono esperienze reali che si aggiungono alla moltiplicazione degli scenari di guerra e alla presenza costante della possibilità del terrorismo. Va riconosciuto su questo al duo Minniti-Orlando di tentare un esercizio più raffinato dell’associazione diretta tra il disordine dei migranti e la minaccia terroristica, prendendo così le distanze dalle destre europee le quali assicurano, per usare le parole di Marine Le Pen, che con loro al governo non vi sarebbero migranti irregolari e perciò attentati.

Di fronte all’incapacità di dare risposte quotidiane all’insicurezza prodotta da queste molteplici ‘crisi’, i decreti a firma Minniti e Orlando si propongono di rivendicare e mostrare una capacità di reagire da parte del governo. Che le espulsioni di massa non siano tali non cambia l’efficacia di un provvedimento che mette in campo strumenti variegati a questo scopo. Tuttavia, più che una svolta repressiva che coinvolge tutti in egual modo, questa attenzione nei confronti dei migranti manifesta la compiuta adesione dello Stato alla destrutturazione neoliberale delle condizioni di vita, e il suo costante desiderio di riaffermare, attraverso la prerogativa di riconoscere status particolari ai cittadini stranieri, il proprio protagonismo politico. Ciò serve, tuttavia, a mascherare che lo Stato agisce ormai pienamente all’interno delle logiche globali della valorizzazione – tra le quali rientrano tanto la coazione al lavoro quanto la ridefinizione dei centri urbani in aree votate al consumo, ai flussi turistici e alla raccolta di consenso – e di uno spazio europeo non più governato dai confini nazionali anche laddove questi sembrano riaffermarsi. L’effetto cercato da questi provvedimenti è tuttavia quello di accentuare la frattura tra i migranti e il resto della popolazione. Mentre alcuni leggono il decreto sui migranti insieme a quello sulla sicurezza urbana come prova che i migranti siano ormai accomunati come elementi di disordine ad altri soggetti, infatti, ciò che finisce sullo sfondo e viene ulteriormente normalizzato è la funzione del razzismo istituzionale nel produrre tanto la loro specifica ‘differenza’, quanto la loro cancellazione politica in quanto soggetto parziale capace di mettere in discussione l’ordine esistente.

Anziché rifugiarsi nella rassicurante e sempre buona denuncia del securitarismo – di fronte al quale i migranti avrebbero in qualche modo un ‘dovere’ di reagire eliminando le loro domande specifiche – è ancora più urgente impedire che il cerchio si chiuda. Mentre il governo vuole fare dei migranti un problema di polizia e semplice amministrazione, occorre cercare il modo per rendere visibili le solide connessioni politiche tra le pretese dei migranti e quelle di chi è oggi aggredito dalla stessa insicurezza sociale che il decreto vuole governare e tenere sotto controllo. Puntare a scardinare il gioco estendendo le maglie dei permessi umanitari, come ormai chiedono in molti, è un primo passo utile per trasformare ogni situazione locale in una contesa per il diritto di restare. Occorre costruire le condizioni affinché sia rimessa in discussione l’impossibilità di pensare a processi di regolarizzazione di massa, al fine di limitare l’insicurezza dei migranti, con la consapevolezza che questo non può più essere fatto né sulla base di principi astratti, umanitari o anti-securitari, né seguendo le logiche funzionali al mercato del lavoro che riproducono la separazione tra migranti richiedenti asilo e i migranti «economici», ma solamente all’interno di un insieme di rivendicazioni che puntino a rovesciare e politicizzare le pretese di governo dell’insicurezza. Occorre perciò operare al fine di produrre processi di convergenza tra le lotte sulla mobilità e quelle contro l’insicurezza del salario e del welfare.

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