giovedì , 21 settembre 2017
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La Women’s March del 21 gennaio vista dall’interno. Una riflessione

di VALENTINA MORO

Uno dei vantaggi che comporta affrontare la questione del patriarcato attraverso il racconto del contratto sessuale è che esso rivela che la società civile, compresa l’economia capitalistica, ha una struttura patriarcale. Le capacità che permettono agli uomini ma non alle donne di essere «lavoratori» sono le stesse capacità maschili richieste per essere un «individuo», un marito e un capofamiglia. Il racconto del contratto sessuale inizia pertanto con la costruzione dell’individuo. Per raccontare la storia in un modo che metta in luce le relazioni capitalistiche del patriarcato moderno, deve essere preso in considerazione anche il percorso teorico attraverso il quale la schiavitù (civile) giunge a rappresentare un esempio di libertà.

Carole Pateman, Il contratto sessuale, 1988

La Women’s March del 21 gennaio – ora possiamo dirlo a voce alta – è stata la più grande mobilitazione di massa che abbia mai avuto luogo negli Stati Uniti in occasione del primo giorno in carica di un presidente, e in generale una fra le maggiori della storia americana recente. Si preannunciava tale, ma la partecipazione massiccia ha di sicuro superato le aspettative. L’annuncio e l’organizzazione della mobilitazione sono stati rapidamente diffusi in maniera capillare tramite i social media prima in tutto il territorio degli Stati Uniti e poi in moltissimi altri paesi nel mondo, disegnando sulla mappa una costellazione di fuochi pronti a divampare e andando a sommarsi al già massiccio numero di iniziative in programma in occasione dell’Inauguration, il giorno dell’insediamento. Amber Jamieson ha riportato, in un articolo pubblicato on-line sul Guardian il 14 gennaio una sorta di guida agli eventi in programma per il weekend appena trascorso nelle maggiori città statunitensi: la varietà delle manifestazioni è impressionante e anche piuttosto creativa. Si va dal party a tema LGBTQ organizzato proprio davanti alla casa di Mike Pence, a iniziative di protesta contro la guerra, la discriminazione razziale, la retorica anti-migranti e a favore dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, delle minorities, delle donne, che chiamano in causa la democrazia e una necessaria rivoluzione nella politica americana. E proprio le donne trovano un posto privilegiato in questa costellazione, come organizzatrici dell’iniziativa principale.

Ho partecipato all’evento organizzato a Providence, la capitale del piccolo stato del Rhode Island e la sede della Brown University, dove mi trovo come visiting student. La comunità cittadina è imprescindibilmente legata alle migliaia di studenti che frequentano l’università e la rinomata Rhode Island School of Design, ed è difficile non notare, nel passaggio tra la College Hill, sede dell’istituzione dell’Ivy League, e la downtown una forte differenza tra gli abitanti medi di ciascuno dei due ambienti. È la città vera e propria, infatti, a offrire un campione più rappresentativo di quella diversity che caratterizza le grandi città del nord America e che è alla base di una forbice sociale sempre più radicata a causa dell’acuirsi di problematiche relative al lavoro, al welfare e alla discriminazione. Ma Providence è anche una città vivace, artisticamente espressiva e underground. Ci si poteva aspettare pertanto che la partecipazione al RI Women’s Solidarity Rally fosse ampia, ma la cifra effettiva di cinquemila persone ha sorpreso le organizzatrici.

Le partecipanti e i partecipanti riempivano l’imponente scalinata della locale State House e si riversavano come un fiume in piena sulla collina sottostante. Il colpo d’occhio era dominato dalle sfumature rosa dei copricapi cuciti a maglia a forma di orecchie di gatto, diventati il simbolo della protesta e la folla era vivace, colorata, ed era evidente come l’ondata di entusiasmo partita da Washington abbia pervaso anche il New England. C’erano diverse famiglie con bambini, studenti, anziani, gruppi organizzati con costumi di vario tipo, esponenti di Black Lives Matter con cartelli fortemente riconoscibili, sostenitori delle proteste contro la costruzione della pipeline in North Dakota («Standing with Standing Rock!», «We, the Resilient», recitavano alcuni fra i cartelli). Ma c’erano anche molti uomini. Diversi studenti e ricercatori della Brown si sono mobilitati per l’entusiasmante giornata. Uno fra loro, ricercatore in archeologia originario di Chicago, mi ha fatto notare come diversi suoi amici d’infanzia lo abbiano deriso per il fatto di essersi schierato con quelle «femministe incazzate». Lui, offeso, mi ha spiegato che a suo parere non è solo l’ignoranza a portarti a fare un discorso del genere, bensì il fatto che non si capisca come siano cambiate le cose nel mondo negli ultimi anni. «Se non comprendi che la causa della Women’s March è anche la nostra causa, sei tu a venire lasciato indietro», mi dice.

Il tema principale dell’iniziativa di Providence è quello della medicina, considerata l’emergenza del processo, già avviato da Trump ancora prima di insediarsi a Washington, di smantellamento dell’Obamacare. La questione ‒ strenuamente denunciata, fra gli altri, da Elizabeth Warren, senatrice democratica, di area socialista, del Massachussets ‒ è il cuore pulsante dei discorsi pronunciati da alcuni fra gli esponenti politici locali sul palco della State House. La prima a intervenire è stata Gina Raimondo, italo-americana, prima donna a ricoprire la carica di governatore del Rhode Island, la quale ha sottolineato l’importanza della social security e della possibilità per tutte e tutti di andare al college; riguardo all’elezione di Trump dice: «I’m fired up, not discouraged!». Le organizzatrici hanno preso la parola alternandosi agli interventi programmati: hanno fatto da subito riferimento all’esempio di Martin Luther King, sottolineano come questa non sia una protesta ma un movimento, e come vada ben oltre l’idea di una contrapposizione a una sola persona. È stata più volte chiamata in causa l’emergenza del climate change, come si legge anche su molti cartelli, e riguardo alle migrazioni si è ripetuto di frequente lo slogan «Everyone’s welcome!». È intervenuta anche Nellie Gorbea, segretario di stato del Rhode Island, invitando all’impegno nelle comunità e garantendo da parte delle istituzioni locali la volontà di opporsi a ogni forma di discriminazione.

In un paese come gli Stati Uniti, che fa della freedom of speech la propria bandiera, ma il cui primo emendamento nella costituzione fornisce troppe volte una garanzia, dal punto di vista legale, per svariate pratiche di discriminazione, l’esclusione sociale di afro-americani, latino-americani e asiatici è una realtà che si riproduce costantemente, come una ferita profonda che continua a sanguinare. Questo sangue è anche e soprattutto quello delle tante vittime, in prevalenza afro-americane, delle violenze subite ogni anno dalla brutalità di alcuni esponenti delle forze di polizia statunitense – violenze delle quali le prolungate mobilitazioni che hanno avuto luogo a Ferguson, in Missouri, dopo l’uccisione di Michael Brown nel 2014, sono divenute il simbolo. Ma è il sangue di tutti coloro che vengono discriminati e che subiscono violenza a causa di discriminazioni razziali, come ha ricordato Gary Dantzler, attivista del New England chapter di Black Lives Matter. Il movimento di BLM è stata ancora una volta una delle piattaforme più attive per la mobilitazione, spingendo il più alto numero possibile di black women (e non solo) a far sentire la propria voce in occasione di questo 21 gennaio.

Alla manifestazione di Providence si è parlato anche della sempre più pericolosa piaga delle sparatorie dovute alla troppo facile accessibilità alle armi negli USA. Sono inoltre intervenute giovani intersectional feminists, nonché sindacalisti nel settore della medicina e dell’educazione, che hanno sottolineato quanto è importante per una donna tutelare i propri diritti sul lavoro aderendo ai sindacati. La sicurezza sul lavoro e il problema dell’housing (la mancanza di abitazioni), l’emergenza delle violenze domestiche e l’ancora marcata differenza nelle retribuzioni tra donne e uomini sono altri fra i temi trattati. Così come lo è la questione dell’aborto come «fundamental human right» secondo una delle esponenti locali della Planned Parenthood, organizzazione nazionale che si batte contro i limiti imposti dall’obiezione di coscienza al diritto di scelta dei genitori e che promuove l’educazione sessuale nelle scuole. Si è parlato anche molto di lavoro, e ho letto cartelli che fanno esplicito riferimento alla mobilitazione del ’68. Lo slogan Rise up! ha riecheggiato più volte tra la folla, ripreso dagli speakers, proprio nel momento in cui ho ricevuto da un amico che si trovava a Washington come esponente dei Democratic Socialists of America la notizia che un milione di persone si sono riversate nelle strade della capitale, rendendo persino impossibile muovere dei passi per mettere in atto una marcia effettiva. Le strade imponenti delle grandi città statunitensi non sembravano in grado di contenere i corpi e la loro energia. Da Austin a Los Angeles, da Boston a New York hanno rimbalzato sui media foto che impressionano e inorgogliscono, e ricorre l’esclamazione We are the Storm!, «siamo la tempesta».

Ciò che colpisce da subito riguardo alla Women’s March non è solo la rapidità con cui si è diffusa l’iniziativa, ma soprattutto la capacità organizzativa. Le organizzatrici, le associazioni e i diversi gruppi partner che l’hanno promossa hanno compreso la necessità di darsi da subito uno statuto, una dichiarazione d’intenti che, come ha scritto Alanna Vaglanos sull’Huffington Post il 13 gennaio, è «beautifully intersectional». Si legge infatti, come incipit degli unity principles del progetto della Women’s March: «dobbiamo creare una società nella quale le donne ‒ incluse quelle nere, native, povere, migranti, disabili, musulmane, lesbiche, queer e trans ‒ siano libere e capaci di sostenere e curarsi delle loro famiglie, comunque siano formate, in ambienti sicuri, salubri e liberi da impedimenti strutturali». E a seguire, i principi chiamati in causa sono: fine della violenza, diritti riproduttivi, diritti per i soggetti LCBTQIA, per i lavoratori, diritti civili, diritti per i disabili e i migranti, giustizia ambientale.

Nel concepire una piattaforma di tale portata si è dunque compreso il potenziale dell’iniziativa e del momento storico in cui si realizza, ed è risultato imprescindibile rimarcarne, come argomento principale della dichiarazione d’intenti, il carattere intersezionale. Come ha infatti ricordato Angela Davis a Washington, un femminismo che mira a essere intersezionale non può che opporsi apertamente a razzismo, islamofobia, antisemitismo, schierarsi a favore della piena accessibilità all’acqua e ai beni di prima necessità sulla striscia di Gaza o nelle terre delle tribù Sioux di Standing Rock. Questo perché le donne oggi non hanno marciato da sole, e la loro marcia – la nostra marcia – può essere tanto più significativa nell’interconnessione con la miriade di altri movimenti e sommovimenti, boicottaggi e scioperi, con ogni tipo di lotta e di espressione di conflitto che rifiuta la frammentazione sociale. La parcellizzazione caratterizzante la società neoliberale contemporanea sta alla base di quella frammentazione che costruisce contrapposizioni inibendo, nello stesso tempo, il conflitto, sussumendo nel proprio linguaggio la resistenza: si produce così un management del conflitto.

Proprio per questo c’è bisogno di un nuovo linguaggio e di nuove pratiche di resistenza. Tale linguaggio deve tenere presente lo spazio politico della comunicazione all’interno del quale si inserisce: nel passaggio tra la produzione del messaggio e la sua ricezione qualcosa rischia sempre di essere corrotto. Perché il proprio di quel messaggio non vada perduto dobbiamo partire da ciò che abbiamo in comune – e questo comune è il corpo. Solo a partire da un linguaggio che pensa il corpo come primariamente politico diventa possibile pensare la differenza e trovare una linea condivisa di resistenza. E il corpo della donna è di per sé intersezionale (una donna può essere di bassa o alta estrazione sociale, può essere queer, può avere livelli di educazione diversi, può non avere un lavoro o essere precaria, appartenere a una minoranza etnica, culturale o religiosa, può essere una migrante – così come può essere tutte queste cose insieme), e subisce molteplici livelli di discriminazione, marginalizzazione, violenza. Tenere insieme nel linguaggio della protesta tutte queste forme di diversity non è stato facile: fra le attiviste sono sorti problemi, e alcuni gruppi sono stati accusati di voler prendere il controllo sull’iniziativa (che rischiava di diventare troppo black, secondo alcune). Ma la complessità interna a ogni tassello di questo mosaico, e relativa alla necessità di tenerli insieme, deve essere la scommessa di un nuovo modello di organizzazione della protesta, che non si accontenta più di mobilitazioni parziali incentrate su una singola problematica per volta – e quindi spesso destinate a rimanere entro una prospettiva di minorità.

I corpi delle donne che marciano rifiutano la parcellizzazione, e per questo motivo sono corpi di cui le donne si sono riappropriate. «Conquistare pienamente noi stesse abbracciandoci pienamente l’una con l’altra» è infatti uno degli slogan più significativi della mobilitazione di oggi. La Women’s March del 21 gennaio non può essere compresa in tutto il suo potenziale se non in relazione alla mobilitazione delle donne che, nell’anno appena conclusosi, ha visto il susseguirsi incalzante delle iniziative di Ni una menos – che, a partire dallo sciopero delle donne argentine che hanno alzato la voce contro il femminicidio, ha trovato un ampio riscontro prima negli Stati dell’America Latina e poi in tutto il mondo – nonché l’ormai celebre «Black Monday» in cui le donne polacche sono scese in piazza per manifestare nell’ottobre scorso contro la nuova legge anti-abortista.

È proprio un linguaggio che parte dal corpo della donna, dalla sua imprescindibile ontologica differenza, ciò che ci permette di non essenzializzare il femminile. La posta in gioco sta nel comprendere la resistenza di questi corpi come imprescindibilmente interconnessa con quella di altri corpi – ed è possibile comprendere tale interconnessione solo appropriandoci di un linguaggio intersezionale. La logica neoliberale è stata infatti in grado di conservare e veicolare la parcellizzazione sociale, re-includendo in un ordine del discorso biopolitico soggettività che questo stesso discorso ha prodotto nella loro singolarità. Sono gli «anormali», il cui potenziale di resistenza risulta perfettamente neutralizzato dalla logica governamentale. E questa neutralizzazione consiste proprio nel costruire, definire, tassonomizzare e in questo modo rendere prevedibilmente produttivi i soggetti.

Affinché la resistenza non sia una pratica informe, ma assuma la forma inclusiva dell’intersezionalità, è necessario fare in modo che questo movimento globale, che parte dalle donne ma include le soggettività più diverse, guardi oltre la presidenza Trump (di cui Bonnie Honig ha significativamente messo in evidenza l’emptiness e le già rilevanti dimostrazioni di disprezzo della cosa pubblica). Non basta infatti la contingenza di questo momento emergenziale: le potenzialità politiche delle pratiche femministe vanno infatti ben oltre quello che la campagna elettorale di Hillary Clinton ha inteso rappresentare. Non è (solo) sull’anti-trumpismo che si può costruire una piattaforma politica nuova, così come non è solo denunciando le violenze di cui è quotidianamente vittima il corpo della donna nella sua imprescindibile differenza, che si può rendere questa stessa differenza performativa.

Un progetto politico ampio, che si auspica possa essere l’alta posta in gioco che aspetta le donne dopo questa inarrestabile mobilitazione, non può infatti prescindere dalla creazione di una piattaforma di discussione e di confronto costante. In questo modo sarà possibile problematizzare in maniera critica, per esempio, il concetto di «lavoro» (in relazione al quale la riflessione femminista si è produttivamente spesa sull’idea di «lavoro di cura», sul sex work e su altre pratiche considerate «non tradizionali») nella consapevolezza del potenziale politico della pratica dello sciopero; ma anche concetti come «famiglia», «cittadinanza», «sessualità». In questo modo, lo sciopero del e dal genere ci consente di praticare una politics of refusal. La marcia delle donne è prima di tutto sciopero delle donne, interruzione della performance del genere, e nello stesso tempo espressione, manifestazione, del carattere performativo del femminile. La comprensione teorica di questo permette di rendere la mobilitazione inclusiva, a partire da una concezione dello sciopero come pratica di interruzione della riproduzione performativa di un’identità: la ri-soggettivazione muove dalle donne ma diviene pratica collettiva.

Una pratica politica intersezionale e femminista ha inizio nel linguaggio, e non può che essere, prima di tutto, critica.

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