mercoledì , 30 Settembre 2020

Quei braccianti morti sono il nostro cibo

BracciantiIntervista di ERNESTO MILANESI a DEVI SACCHETTO, pubblicata su «Il Manifesto» dell’8 agosto 2015

Tre morti nei campi in meno di un mese. Abdul­lah Moham­med, 47 anni, suda­nese, stron­cato a Nardò (Lecce) dalla raccolta di pomo­dori. Paola, 49 anni di Taranto, esa­nime men­tre «ripu­li­sce» i grap­poli d’uva a Andria. Infine Zaka­ria, 52 anni, tuni­sino, per infarto dopo aver cari­cato cas­sette di uva su un camion a Poli­gnano.
Un caso Puglia? «Qui la com­bi­na­zione tra spinta alla pro­du­zione a ritmi ser­rati, in con­di­zioni pre­ca­rie e insa­lu­bri e tempe­ra­ture ele­vate pro­duce il dre­nag­gio di quelle che ven­gono defi­nite risorse umane. È evi­dente che gli sbar­chi servono anche a soste­nere il turn over lavo­ra­tivo sia di chi rifiuta di la­vo­rare a que­ste con­di­zioni sia di chi ci crepa» risponde Devi Sac­chetto, 50 anni, pro­fes­sore asso­ciato di Socio­lo­gia dei pro­cessi eco­no­mici e del lavoro all’Università di Padova, che ben cono­sce la Puglia dove ha con­dotto più di una «ricerca sul campo».

Brac­cianti che muo­iono di lavoro: una pecu­lia­rità di que­sta regione?

In Puglia direi che la que­stione sta all’incrocio tra periodo sta­gio­nale, tipo­lo­gia di pro­dotto che viene lavo­rato e modello sociale. Al netto delle pos­si­bili osser­va­zioni degli specialisti in sta­ti­stica, la cro­naca resti­tui­sce due morti immi­grati (di cui uno da 30 anni inte­grato) e una donna ita­liana. C’è chi lavo­rava in regola e chi no. Il punto vero è che nei campi le condizioni di lavoro sono asso­date: il «modello» dell’agricoltura pugliese incarna la mul­ti­re­go­la­zione, com­preso l’autosfruttamento (che non riguarda sol­tanto i migranti) e la pres­sione pro­dut­tiva sugli impren­di­tori agri­coli.

A Nardò era già esplosa la con­trad­di­zione stri­dente del lavoro in agri­col­tura…

Certo, per­ché già nell’estate 2011 avvenne qual­cosa di signi­fi­ca­tivo. Lo scio­pero dei brac­cianti migranti, non la rivolta. Pro­prio in que­sti giorni sono ripas­sato alla Mas­se­ria Bon­curi: chiusa, abban­do­nata, in degrado asso­luto. Sin­daco, giunta e isti­tu­zioni di Nardò sono — credo — gli stessi di allora. E la riqua­li­fi­ca­zione della Mas­se­ria come strut­tura di acco­glienza (300 mila euro) non mi pare si sia con­cre­tiz­zata. Eppure di fronte a quel luogo-simbolo ci sono ancora un po’ di tende dei migranti. Ecco: quella rivolta, di fatto, fu sof­fo­cata dalle isti­tu­zioni che cer­ca­rono di gestirla dall’alto…

È solo quest’estate «bol­lente» a semi­nare la morte nelle cam­pa­gne pugliesi?

Mi pia­ce­rebbe anche capire se l’uva viene trat­tata con pro­dotti chi­mici oppure come si col­ti­vano dav­vero angu­rie, pomodori, ecce­tera. E poi va detto: come fun­zio­nano Usl, Spi­sal e altri organi di con­trollo, per­fino prima ancora dell’Ispettorato del lavoro? Ecco, forse, non si può pen­sare di risol­vere ancora tutto con un bel tavolo fra imprese agri­cole e sin­da­cato. E mi spiace doverlo aggiun­gere, ma Nichi Ven­dola qui ha gover­nato per dieci anni e quel poco che istituzional­mente andava per­se­guito non mi pare che sia stato fatto. Mi tor­nano in mente i ghetti del Fog­giano: Rignano a Mare, Stor­nara, l’ex aero­porto di Borgo Mez­za­none. E così vien da pen­sare che altrove la pro­prietà fon­dia­ria non abbia la stessa esi­genza di quella pugliese che invece «col­tiva» la mano d’opera così come affiora anche adesso…

Ma esi­stono delle rotte del lavoro migrante sta­gio­nale, che si dira­mano dalla Puglia?

Stu­diando i flussi dei migranti, fin dall’esplosione della crisi abbiamo osser­vato come già da almeno 6–7 anni quelli espulsi dai cicli pro­dut­tivi indu­striali scen­dono dal Nord, magari anche solo per un paio di sta­gioni di lavoro nei campi. E in Puglia i migranti seguono iti­ne­rari non sem­pre uguali, non sem­pre con la stessa «tappa» legata al lavoro sta­gio­nale. A Nardò, oltre alla rac­colta di pomo­dori, ci sono i campi di angu­rie. A Poli­gnano, si col­tiva altro, non solo uva. Comunque, il migrante-tipo (se così si può defi­nire) che fa il brac­ciante sta­gio­nale comin­cia già con la semina e la cura delle col­ti­va­zioni e poi per la rac­colta può anche attra­ver­sare tre-quattro regioni. Magari in Puglia lavora già in primavera, poi va in Basi­li­cata e torna per la ven­dem­mia, prima di tra­sfe­rirsi in Cala­bria per la rac­colta degli agrumi.

Sala­rio da fame? Una forma di schia­vitù, come molti ripe­tono?

Sì, è vero che si tratta di 3–4 euro all’ora e che si lavora a cot­timo. Ma va ricor­dato anche come il capo­rale o il padrone ci mette poco a cac­ciare chi sta sotto il limite gior­na­liero dei cas­soni da riem­pire. Nes­suno può evi­den­te­mente negare lo sfrut­ta­mento dei brac­cianti, tut­ta­via c’è anche la pres­sione nella pro­du­zione con prezzi altret­tanto sin­to­ma­tici.

Allora la Puglia è diven­tata anche un «modello»?

Intanto, die­tro il modello sociale in Puglia, come altrove, c’è quello pro­dut­tivo e ripro­dut­tivo. E come sem­pre si torna alle con­di­zioni di lavoro: colpi di sole, stan­chezza, disi­dra­ta­zione dipen­dono per i migranti, e per chiun­que si gua­da­gna da vivere nei campi, anche da dove ripo­sano e da come si nutrono. In ogni caso il pro­blema, tutto sin­da­cale, c’è. Eccome. Per la banale ragione che, in sostanza, non c’è nes­suno nei campi pugliesi.

Dun­que, se mai, c’è una sorta di… emer­genza sin­da­cale?

La crisi del sin­da­cato è nota e per quanto aiuti, non basta certo il reclu­ta­mento di qual­che migrante nelle sue fila. È
piut­to­sto le moda­lità su cui si è strut­tu­rato il sin­da­cato nel corso degli ultimi 25 anni che non tiene e che macina per­fino i fun­zio­nari più volen­te­rosi. Que­sto è par­ti­co­lar­mente evi­dente nel set­tore agri­colo, per­ché è un modello pro­dut­tivo in cui l’isolamento è la regola: appunto, se si vuol con­trat­tare e rap­pre­sen­tare biso­gna pro­prio e stare fisi­ca­mente nei campi. E dove la que­stione dei lavo­ra­tori migranti è più evi­dente. Penso che la seg­men­ta­zione del mer­cato del lavoro tra ita­liani e stra­nieri abbia pro­dotto forme di raz­zi­smo che ten­dono a man­te­nere lon­tani i lavo­ra­tori. Men­tre come è drammaticamente evi­dente, le con­di­zioni tra ita­liani e migranti ini­ziano a essere sem­pre più simili.

Una situa­zione irre­ver­si­bile?

Fin­ché non cre­sce un po’ di… potere nelle cam­pa­gne è dif­fi­cile imma­gi­nare che possa dav­vero cam­biare. Altrove, con un po’ di corag­gio i brac­cianti sta­gio­nali hanno strap­pato qual­cosa.

Un’ultima domanda. La cul­tura del «made in Italy» appli­cata pro­prio al set­tore pri­ma­rio non è un po’ l’ultima spiag­gia dell’ideologia a buon mer­cato che occulta anche la pro­du­zione di morte?

Non si tratta di un aspetto mar­gi­nale, tanto più quest’anno. A me pare che da un lato si assi­sta a un gran pro­cesso di pro­mo­zione del cibo come ele­mento cen­trale della nostra vita quo­ti­diana (il cibo sano, bio, la terra madre assor­bita anche dall’Expo) e dall’altro lato un silen­zio assor­dante sulle con­di­zioni di lavoro ma anche di vita di chi pro­duce pro­prio quel cibo, a par­tire dalla rac­colta della frutta e della ver­dura. Dalla cro­naca di que­sti giorni in Puglia può, dav­vero, sca­tu­rire una rifles­sione a più ampio rag­gio. Tanto più che si tratta di que­stioni essen­ziali, che riguar­dano tutti e meri­tano attenzione.

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