martedì , 18 Giugno 2019
Home » editoriali » Un passo oltre. Blockupy dai blocchi allo sciopero transnazionale

Un passo oltre. Blockupy dai blocchi allo sciopero transnazionale

One step beyondEnglish

Tedesco (ringraziamo per la traduzione Interventionistische Linke Bielefeld)

Da Francoforte a Berlino, dai blocchi contro la BCE alla costruzione del primo transnational strike Blockupy continua il suo percorso. Si tratta ora di consolidare uno spazio politico di discussione per costruire processi organizzativi capaci di favorire un protagonismo di massa che non si limiti a produrre discontinuità momentanee, ma si ponga l’obiettivo di durare nel tempo. Blockupy è stato in grado di contestare la nuova sede della BCE, ma anche di mostrare l’esistenza di un’opposizione europea al tentativo di cancellare la rivolta greca contro l’austerity. Questo deve essere per noi Blockupy: un coordinamento transnazionale capace di cogliere le occasioni politiche che si presentano, ma anche di costruirne autonomamente. Lo sciopero transnazionale è l’occasione di opposizione e di lotta di massa per fare un passo oltre.

Noi partiamo da un fatto. La mobilità è la cifra del lavoro vivo contemporaneo e la posta in gioco nello spazio politico europeo. Mobilità è quella praticata dai migranti che quotidianamente sfidano il regime dei confini meridionali e orientali dell’Europa. Mobilità è quella dei milioni di uomini e donne che passano ogni giorno da un lavoro a un altro per sottrarsi alla precarietà imposta dal regime del salario e dalle politiche di austerità. Mobilità è quella dei cittadini dell’Unione che si spostano da sud a nord per cercare un lavoro che altrimenti non c’è. Contro la forza indisciplinata e inarrestabile di questi movimenti, la governance europea diventa governo della mobilità condannato a inseguire i movimenti del lavoro vivo dentro e attraverso i suoi confini.

Lungi da essere una fortezza onnipotente e stabile, l’Unione europea sta pagando il prezzo delle scelte che ha operato negli ultimi anni. Anche riconoscendo che Berlino è decisiva per l’Europa, l’Europa non può essere osservata solo da Berlino. È evidente il ruolo guida del governo tedesco in Europa, ma è altrettanto evidente che il «Berlin consensus» è stato in realtà un consenso generalizzato dei governanti verso un sistema in cui il dominio del capitale si dispiegava senza ostacoli. Oggi più che mai, quando la recessione sta finendo, la governance europea si trova però a cercare di governare una profonda crisi politica. Dalla Grecia alla Gran Bretagna, passando dalla Spagna alla Francia, ogni elezione diventa l’annuncio di una nuova possibile crisi. Con questo in mente, non dobbiamo lasciare tranquilla la Germania, ma dobbiamo essere capaci di guardare oltre, dove questo consenso agisce e si costruisce operativamente, ma anche e soprattutto dove esso viene quotidianamente contestato. Lo schema con il quale negli ultimi anni è stata governata la crisi non funziona più. Ha perso completamente di legittimità il discorso che costruiva sistematicamente un margine dell’Europa popolato da poveri, precari, paesi indebitati o di confine, che venivano incolpati della loro stessa condizione e dovevano perciò sottostare alle regole tecniche stabilite da Bruxelles. Ora questo margine pretende di essere il centro ed è fallito il tentativo di risolvere la crisi come se fosse un problema tecnico.

Non è un caso che siano i movimenti dei migranti a mettere a nudo nella maniera più violenta questa crisi. L’agenda europea sulle migrazioni approvata lo scorso 13 maggio è infatti un tentativo affannoso di centralizzare politicamente il problema, senza però che gli Stati membri abbiano intenzione di pagarne il prezzo. Essa vorrebbe avviare un’irreggimentazione del governo della mobilità su scala continentale (con significative incursioni nello spazio politico extra-europeo). Scaricare sui paesi del Mediterraneo i ‘costi di gestione’ di una parte consistente dei migranti che raggiungono l’Europa via mare ha permesso ai paesi ‘virtuosi’ di mantenersi tali, in modo non diverso dalle espulsioni e dalle restrizioni del welfare e dei diritti di residenza applicate nei confronti dei migranti interni. D’ora in avanti il relocation system – che dovrebbe smistare i migranti nei diversi paesi europei a seconda dei loro regimi demografici, tassi di disoccupazione, PIL – diventerà il fulcro di un meccanismo europeo di ‘gestione delle risorse umane’ che non ha precedenti. Appellandosi a una «stabilizzazione in loco delle migrazioni», nuova confezione retorica dello slogan ‘aiutiamoli a casa loro’, la Commissione Europea conferma la volontà di governare la mobilità adattandola alle esigenze produttive del momento. Dividendo rigidamente il fabbisogno di lavoro qualificato degli Stati membri dal dovere di accoglienza, si nega ufficialmente qualunque altra scelta migratoria soggettiva, collettiva o individuale, che non si adatti a questo schema. Questo tentativo mostra però già tutti i suoi limiti, perché la mobilità dei migranti è ingovernabile e perché l’Unione non può permettersi di politicizzare davvero la sua crisi. Questa è l’opportunità che possiamo sfruttare noi.

Abbiamo la possibilità di produrre uno scontro politico con i responsabili delle politiche europee di austerità e di governo della mobilità. È una cosa che abbiamo già fatto. La nostra contestazione della BCE ha infatti indicato con forza il governo finanziario europeo come controparte. Noi sappiamo che su questo terreno i singoli governi sono una parte fondamentale della governance europea complessiva. Parlare di «governo finanziario», però, vuol dire cogliere l’esistenza di una dimensione istituzionale che non è riducibile ai governi e ai parlamenti nazionali e che deve essere aggredita per la guerra quotidiana che ingaggia contro precarie, operai e migranti. Si tratta allora di fare un passo oltre, per trasformare le diverse forme di organizzazione che hanno luogo quotidianamente nei vari angoli del continente – dove le lotte per il salario, contro lo smantellamento del welfare, per la libertà di movimento mettono in discussione le pretese di gerarchizzazione del governo della mobilità – in potenza politica capace di attraversare i confini. Il controllo e lo sfruttamento delle risorse, del territorio, della città, le privatizzazioni e i tagli ai servizi, sono l’altra faccia del governo della mobilità: sono la normalizzazione dell’austerity, della precarietà del lavoro. Sono la normalizzazione della vita mobile e precaria. Chiamiamo politicizzazione della crisi europea la capacità di cogliere e affermare l’unità di tutti questi processi, contro l’intento di una governance che li vuole considerare come problemi tecnici separati.

Il blocco dell’inaugurazione della nuova sede della BCE è stato possibile perché un processo andato avanti nel tempo, durante tre anni di costante comunicazione politica transnazionale, ha permesso di cogliere l’occasione offerta dalla contestazione della Banca per fare valere su scala europea le contraddizioni aperte dai risultati delle elezioni greche. Rispetto a questo grado di complessità e alla scala europea della sua azione, Blockupy non deve arretrare. Dobbiamo essere in grado di cogliere i movimenti di persone, merci, capitali attraverso i confini, nei corridoi, nelle zone speciali di produzione, dentro e fuori i luoghi di lavoro di questa nuova logistica europea; dobbiamo sapere come le trasformazioni del welfare creano gerarchie che i migranti interni ed esterni mettono quotidianamente in discussione; dobbiamo comprendere la natura compiutamente europea e globale delle riforme del mercato del lavoro che mirano a consolidare il regime del salario. Tutto questo non vuol dire solamente avere buoni strumenti per leggere i cambiamenti e le tendenze maggiori in Europa. Al contrario: significa stabilire quali siano i nodi da colpire, i problemi da politicizzare a livello europeo al di là della competizione elettorale, i luoghi del comando che possono essere aggrediti efficacemente per contrastare il governo europeo della mobilità.

Dobbiamo anche sapere che il rapido turnover operaio nelle grandi fabbriche dell’Est Europa segnala una crescente insubordinazione al regime del salario e l’indisponibilità a sottomettersi a livelli di sfruttamento quasi-schiavistici, nonché la volontà di cercare condizioni salariali e lavorative migliori volgendo a proprio vantaggio le normative sulla libera circolazione. L’attraversamento illegale dei confini o la rivendicazione di pezzi di welfare negati indicano l’esistenza di pratiche e linguaggi spesso diversi rispetto ai discorsi di movimento, impiegati da chi quotidianamente fa i conti con la normalizzazione delle politiche di austerità. È verso questo orizzonte di contestazione del governo della mobilità che il nostro sguardo deve cercare. Sappiamo che non è semplice. Sappiamo però che possiamo decidere collettivamente priorità e discorsi, azioni capaci non soltanto di intervenire nell’immaginario pubblico e dei gruppi militanti, ma anche di fornire indicazioni, parole e prospettive ai tanti e tante che vedono nell’Europa solo un mostro che chiude ogni possibilità. Nonostante le differenze, le difficoltà e le mediazioni, l’investimento condiviso nel complicato processo organizzativo di Blockupy e la capacità di assumere un obiettivo politico chiaro, un discorso politico forte, una modalità di organizzazione impegnativa ma sempre trasparente, permette oggi di avere un punto di riferimento capace di parlare a molti, ben oltre le realtà che più da vicino ne fanno parte.

Queste sono le condizioni per il progetto di uno sciopero sociale transnazionale. Sappiamo che il processo della sua costruzione non si può semplicemente sovrapporre a tutti quelli esistenti. Non solo perché sarebbe praticamente impossibile dirigere le energie dei movimenti e delle realtà che animano Blockupy verso un unico obiettivo e verso un’unica pratica organizzativa, ma anche e soprattutto perché ciò non sarebbe politicamente auspicabile. Immaginare le condizioni di possibilità dello sciopero significa però mettere al centro l’accumulazione di forza e una progettualità di lungo periodo. Il tempo e lo spazio dello sciopero transnazionale non sono dati, ma costituiscono il perimetro dell’immaginazione e dell’organizzazione politica che dobbiamo mettere in moto.

L’organizzazione di un evento capace di interrompere le catene transnazionali dello sfruttamento, di mettere in comunicazione figure del lavoro diverse attraverso i confini dando espressione politica al fatto globale della mobilità, ha bisogno di un tessuto condiviso capace di portare l’evento oltre se stesso, di renderlo politicamente espansivo diventando una pratica politica credibile per quanti, con la loro mobilità, politicizzano ogni giorno lo spazio politico europeo. Questo progetto ha certamente tratto energia dall’esperienza dello sciopero sociale organizzato in Italia il 14 novembre, ma quest’esperienza non è un modello organizzativo riproducibile a un livello più alto. Lo sciopero sociale non è una soluzione, ma un insieme di problemi che riguardano la necessità di una comunicazione politica tra le diverse figure di un lavoro non solo frammentato ma anche e soprattutto mobile. La dimensione ‘sociale’ e quella dello sciopero devono tenersi insieme. Deve essere tuttavia chiaro che la dimensione ‘sociale’ dello sciopero non può rivolgersi semplicemente ai movimenti impegnati nelle lotte sociali – per la casa, per i beni comuni, per l’organizzazione autonoma del mutualismo – ma deve poter parlare a chi quotidianamente si muove da un lavoro a un altro, e da un punto all’altro dell’Europa, senza potersi mai identificare con un ‘luogo di lavoro’, con una categoria o con una singola vertenza. Lo sciopero è sociale se è in grado di aggredire le condizioni politiche dello sfruttamento imposte ogni giorno a milioni di precarie, operai e migranti dal governo europeo della mobilità, se è in grado di mostrare a un livello superiore la connessione tra i diversi piani della nuova logistica europea e la necessità di un attacco coordinato che allarghi e renda nuovamente incisiva la pratica dello sciopero.

Non una soluzione, appunto, ma un insieme di problemi che si moltiplicano quando la scala diventa transnazionale e che per questa ragione richiedono un complicato lavoro di organizzazione e l’investimento su un piano politico condiviso come quello che Blockupy è in grado di offrire. Lo sciopero transnazionale può essere il processo e l’evento che politicizza definitivamente la crisi europea. Si tratta di fare un passo oltre quello che siamo e che sappiamo per scoprire quello che possiamo fare.

Download this article as an e-book

Print Friendly, PDF & Email

leggi anche...

Lavoro migrante, lotte e sindacato nel regime razzista del salario

Della legge Salvini si è spesso – e a ragione – criticato l’impianto autoritario e …