venerdì , 24 Maggio 2019
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Un caso politico. Intervista a Silvia Guerra, europea, italiana, espulsa

Silvia Guerradi WOLF BUKOWSKI

Pubblichiamo l’intervista fatta da Wolf Bukowski a Silvia Guerra, artista italiana espulsa assieme a suo figlio dal Belgio perché la sua occupazione non le permetteva di «mantenere il suo soggiorno in qualità di lavoratore salariato». Le convulsioni della cittadinanza europea che già sono state sperimentate e dimostrate a proposito dei migranti extracomunitari arrivano ora a coinvolgere una cittadina comunitaria. Secondo una modalità storicamente ricorrente, l’espulsione è stata motivata dal peso ingiustificato che Silvia avrebbe rappresentato per il welfare locale. Con molta lucidità Silvia rileva però che lei non è un caso sociale e, aggiungiamo noi, il suo non è nemmeno il caso giuridicamente interessante di diritti fondamentali occasionalmente negati. La storia di Silvia è una «questione politica», perché evidenzia il campo di tensione e di lotta che si è aperto in Europa. Da tempo i diritti e il welfare non sono espressioni del benessere europeo. Essi pretendono di collocare in maniera ordinata gli individui all’interno dell’Unione. La lotta per la libertà di movimento e di soggiorno di individui comunitari ed extracomunitari è perciò necessaria per contrastare l’imposizione di questo ordine. Sempre che non si voglia ritornare a un ordine locale e nazionale, accettando così la tendenza delle istituzioni dell’UE, la dimensione di questa lotta può essere solo europea. Essa è una lotta per la legittimità collettiva delle esistenze individuali. Risulta d’altronde evidente che per molte istituzioni europee, più che il passaporto, il problema sono i milioni di individui che non riescono a dimostrare di essere dei lavoratori salariati, cioè di essere in grado di pagare preventivamente per il loro welfare e per i loro diritti.

***

Questo colloquio con Silvia Guerra – la cittadina italiana espulsa, con suo figlio, dal Belgio – inizia a fine dicembre, nel take-away indiano di via Capo di Lucca a Bologna e continua via mail. Adesso Silvia è tornata a Bruxelles, dove il ricorso che ha presentato ha sospeso temporaneamente l’esecutività dell’ordine di lasciare il paese emesso dalla «Segreteria di Stato per Asilo, Migrazione e Integrazione sociale» [sic! comprese le maiuscole ed escluso il pudore per tale nome].

Wolf: Ho letto la rassegna stampa che mi hai mandato, Silvia, ma in quegli articoli la confusione è massima. Sei stata espulsa dal Belgio perché incapace di provvedere al tuo sostentamento, così si dice, ma non è chiaro se lavori, se sei disoccupata oppure lavori in nero. Qual è la tua situazione?

Silvia: Io sono musicista e attrice, e questo è il lavoro che svolgevo prima dell’espulsione. Il 19 novembre sono stata convocata dal mio comune, Saint-Gilles [Municipalità della città-regione di Bruxelles], senza sapere il perché, e mi è stato consegnato un «ordre de quitter le territoire». L’ordine – che naturalmente riguarda anche mio figlio minorenne – allude al fatto che io peserei sul welfare belga, ma neppure si preoccupa di esplicitarlo. Dice solo, te lo leggo: «ce type de travail ne lui permet pas de maintenir son séjour en qualité de travailleur salarié» e aggiunge che il tipo di contratto che ho attualmente «est une forme de aide sociale». Si tratta di un contratto ex art. 60 della legge del CPAS del 1976, in base al quale sono assunta per 18 mesi a partire dal dicembre 2012. Lo Stato belga lo considera un aiuto sociale perché, attraverso il CPAS (Centro Pubblico di Azione Sociale, che firma il contratto) finanzia parte dello stipendio allo scopo di agevolare il reinserimento lavorativo del soggetto. Ma io, appunto, lavoro, e lavoro con un orario di 37 ore settimanali, ricevo una busta paga e posso iscrivermi a un sindacato. Monte ore da rispettare, sindacato, pagamento con un cedolino: che altro serve per essere considerato un lavoratore?

W: Insomma vediamo di capire: l’art. 60 è un contratto stipulato con una struttura pubblica – il CPAS – che ti cede, come lavoratrice, a un privato convenzionato. Ma visto che lavori 37 ore alla settimana, e quindi dai al tuo datore il 100% della tua prestazione lavorativa, dove viene indirizzato l’aiuto sociale? Quanto paga il tuo datore di lavoro del tuo stipendio? E quando ci mette il welfare belga?

S: L’apporto che il datore di lavoro deve fornire per un art. 60 varia da comune a comune e la percentuale dipende dal tasso di disoccupazione del comune in cui vivi. A Saint-Gilles lo Stato partecipa normalmente con il 20% perché il tasso di disoccupazione è basso rispetto ad altri comuni. Nel mio caso, il datore di lavoro ha richiesto, dimostrando di non avere i mezzi per pagare la somma pattuita, di partecipare con il 40%, invece che con l’80, barattando alcune prestazioni artistiche – di valore equivalente – in cambio di questa trasformazione della percentuale di apporto. Dove il tasso di disoccupazione è molto alto lo stato finanzia fino all’80% dello stipendio. Queste però sono informazioni che ho ricevuto in modo ufficioso, non ci sono documenti a cui io possa accedere per confermarle e trovo sia molto scorretto che non ci sia una documentazione pubblica precisa su come il pagamento dello stipendio è ripartito tra lo stato e il datore di lavoro «indiretto».

W: Insomma, se osserviamo la cosa da un punto di vista oggettivo – e i flussi di denaro e lavoro sono i soli punti di vista oggettivi – il beneficiario del welfare belga è il tuo datore di lavoro… Per quanto riguarda invece il discorso dei poteri pubblici su di te come lavoratrice, per come emerge dall’«ordine di lasciare il territorio», mi pare che sia perfettamente in linea con la riscrittura più recente del welfare europeo. Una riscrittura che rompe la distinzione tra lavoro e non lavoro, ma comunque non nel senso avanzato della garanzia, semmai in quello opposto. Ovvero: lavori a tempo pieno? Sì, ma non sei davvero un lavoratore, e questo è il tuo caso. Sei disoccupato? Beh, devi lavorare a un euro all’ora per non perdere i diritti sociali residui – e questo è il modello tedesco (Hartz IV). Però i giornali italiani hanno preferito scrivere che sei disoccupata. Ti sei fatta un’idea del perché?

S: Io credo, in primo luogo, che c’è stato un fraintendimento semantico tra me e i giornalisti. Quando, conversando in italiano, usi parole come «inserimento lavorativo», «politica sociale», «aiuto sociale»… stai per forza parlando di un disoccupato. Anche perché in Italia la politica sociale praticamente non esiste e quindi tante categorie, tanti contratti e tanti statuti, che altrove esistono da decenni, in Italia non hanno nemmeno un nome… E questo è uno tra i motivi per cui la gente emigra.

W: Anche se poi l’erosione del welfare e il suo uso contro i supposti beneficiari non risparmia gli altri paesi… E anche se, mi pare importante ricordarlo perché l’Europa siede a Bruxelles ma ha il telecomando a Berlino, in Germania percorsi analoghi al tuo sono usati per escludere da un lavoro adeguatamente contrattualizzato milioni di persone, non per includerle… Ma scusa, vai avanti.

2009 silviaS: Dicevo che c’è stato un fraintendimento semantico, ma anche uno, come dire, «opinionistico»: immaginare che quello che succede a me succeda a un disoccupato, a un caso sociale, a «chi se lo merita» fa comodo. Si trova il colpevole, il colpevole è brutto, cattivo e diverso da noi buoni giusti belli bianchi e onesti e il caso è chiuso senza aver bisogno di riflettere troppo. Quando il cattivo è un extracomunitario è facile dissociarsi dalla questione, ma quando un tuo connazionale è trattato come potresti essere trattato tu o ti identifichi immaginandoti che un giorno potrebbe essere il tuo turno oppure, ed è più facile, ti dissoci dicendoti che tu sei meglio… Questo discorso lo si può fare tra connazionali, ma anche tra comunitari la reazione è la stessa, la paura che la determina è la stessa.

W: La paura, ma direi anche l’aggressività razzista e classista che fa dire ai commentatori on line: «dovremmo fare così anche noi», «perfetto! In nome di questa decisione fuori tutti i rom dall’Italia». Ma anche: «IMPOSSIBILE. Ci faccia sapere ESATTAMENTE tutta la storia. Nessun cittadino dell’UE può essere allontanato da uno Stato Membro perché senza occupazione», come scrive uno che accusa il giornalista di mentire. Ancora: «Se l’Italia fosse come il Belgio saremmo in paradiso terrestre!». E sui giornali belgi?

S: Quel che mi ha più colpito dei commenti alla mia storia è la malafede della gente. Quello italiano che mi piace citare per primo dice: «sicuramente la signora era o clochard o lucciola»; però c’è anche l’indignazione nazionalistica: «salviamo questa povera donna e suo figlio, in nome dell’onore della nostra razza o il Belgio ritorna sui suoi passi o usciamo dalla UE». Ma c’è anche, come dici tu, il razzismo puro: «e noi perché dobbiamo tenere i nostri extracomunitari quando dal Belgio ci mandano via?». Questo mi fa paura… In Belgio invece i commenti hanno un taglio di malafede piuttosto economico: «come ha fatto la signora a ottenere un credito se non lavora?», oppure: «è quel che si merita, qui o si lavora o si va via», e «la legge è la legge!», e quest’ultimo mi diverte molto, per così dire… Ma io non sono un fatto di cronaca, né un incidente diplomatico, né un errore amministrativo: la mia espulsione è un problema politico.

W: Cercando materiale su questa tua vicenda ho trovato un articolo elogiativo del 2012 sul Fatto quotidiano, che diceva che in Belgio c’è il welfare per gli artisti… Anche tu eri attratta da un modello che considera, o considerava, gli artisti come lavoratori a pieno titolo?

S: Il sistema belga permette a una categoria come quella degli artisti, che hanno un lavoro difficile da definire in tempo, qualità e modalità, di ricevere uno statuto sociale. Non solo previdenziale, voglio proprio dire sociale per dire all’interno della società. Una situazione sicuramente seducente per una categoria come la mia. Ma poi il welfare di cui si faceva un vanto un giorno è diventato autocommiserativo. Il Belgio, mi pare quasi un abitudine questa, crea delle leggi e dei sistemi esageratamente aperti, poi un giorno c’è qualcuno che si sveglia e dice: «oh, mi sembra che abbiamo esagerato!» e stringe la cintura di sette buchi in una volta. Sembra quasi una strategia…

W: Ricordo di aver letto una «Cartolina dal Belgio» su Internazionale, credo fosse del fumettista Nix, che raccontava come i residenti bruxellesi a basso reddito siano arrabbiati perché i funzionari UE hanno stipendi da favola che drogano il mercato degli affitti e tutti i prezzi in città. Tu come vivi a Bruxelles?

S: Io e Ennio, mio figlio, viviamo in un appartamento di più o meno 60 metri quadri composto da stanza da letto, cucina, un salotto e un bagno. Pago 620 € d’affitto, acqua compresa; le spese di luce e gas sono più o meno 200 € al mese (in Belgio le case si scaldano da ottobre a giugno). Il mio appartamento non è dei peggiori, si può trovare davvero peggio per lo stesso prezzo. La mensa scolastica costa 70 € al mese: tra la spesa e il minimo indispensabile, in una città costosa come Bruxelles, le spese si avvicinano al mio reddito, che è, anzi era, di 1350 € al mese.

W: Un reddito quasi buono, con gli standard italiani…

S: Non con quelli di Bruxelles, ma ci stavo dentro, non mi sono mai lamentata di questo; semmai è lo Stato belga a lamentarsene – nonostante reddito e tipo di contratto siano quelli stabiliti da legge belga e accordi sindacali belgi, mica li ho inventati io…

W: A proposito di queste cifre vorrei ricordare en passant una considerazione che abbiamo fatto insieme, quella che tutta la questione del tuo pesare sul welfare è distorta, perché il welfare, l’esistenza del welfare ovviamente incide sul livello dei costi delle case, della vita… Insomma se togli il welfare a una cittadina o a un cittadino non ottieni una somma algebrica, il reddito personale «meno» il welfare, ma un precipitare nella miseria: tutto diventa irraggiungibile perché i prezzi sono misurati sull’esistenza del welfare… E allo stesso modo se togli il welfare a tutto il continente, o ne perverti la funzione, non ottieni un’Europa «meno» il welfare, ma un continente disperato… La narrazione bipartisan sul welfare lo vede come un peso che sta sulla testa e opprime la ricchezza privata dei paesi e dei cittadini, mentre in realtà è il gradino di base su cui poggia la ricchezza di tutti… Ma raccontami della casa, se vuoi.

S: Da giugno scorso avevo iniziato le pratiche per comprare la casa dove viviamo in affitto. In Belgio esiste una struttura alternativa alle banche (Fonds du logement), che permette a chi ha un reddito basso di ottenere un mutuo: una qualsiasi banca non lo concederebbe mai con uno stipendio e un tipo di contratto come il mio. Dopo mesi mi è stato accordato il credito e il 3 dicembre avrei dovuto firmare l’atto di compravendita, ma il 20 novembre ho ricevuto l’espulsione. Il mio mutuo è stato bloccato, la vendita sospesa in attesa dell’esito del ricorso. I proprietari dell’appartamento hanno accettato di sospendere la vendita per due mesi ma se il ricorso non sarà visionato annulleranno la vendita con me ma manterranno la vendita dell’appartamento. Questo significa che anche nell’ipotesi che io vinca il ricorso potrebbe essere troppo tardi per la compravendita; oppure, peggio, che il proprietario venda l’appartamento ad altri e quindi non potremmo nemmeno rimanere come affittuari… Ma riflettendo sulla mia situazione capisco che l’assurdità è questa: cercando di integrarmi nel paese in cui ho scelto di vivere, attraverso il sistema che mi è stato proposto, cercando di essere il meno precaria possibile, vengo trattata da marginale e mi trovo in una situazione di precarietà peggiore di quella di partenza, con la beffa di perdere i soldi dovuti al notaio, quelli dell’assicurazione sulla vita che hanno preteso, il tecnico dei Fonds… Più di duemila euro. La legge che doveva proteggere il cittadino economicamente debole diventa una legge che lo indebolisce ulteriormente, che è forse quello che dicevi, l’uso perverso del welfare…

W: Ennio ha iniziato il suo percorso scolastico a Bruxelles ma, secondo il decreto di espulsione, non ha alcun bisogno specifico di protezione e, peggio, «la durée limitée de son sejour ne permet pas de parler d’intégration». Tre anni su sette, quasi la metà della sua vita dalla nascita a oggi, e la metà in cui conta di più la socialità e il rapporto con gli altri bambini e bambine e maestri… per la burocrazia belga sono un niente. Naturalmente la disumanità è la cosa più vistosa, ma qui c’è una frattura violentissima con il diritto alla circolazione dei cittadini comunitari. Nonostante la drammatica indifferenza della politica ufficiale europea nei confronti delle nostre povere vite, ho detto indifferenza ma in verità penso: ostilità…

S: Io direi drammatica ostilità…

W: Sì, ecco, nonostante questa, uno strappo così evidente tra i diritti dei cittadini comunitari reclama una reazione, almeno di bandiera, da parte delle forze politiche sedicenti europeiste. Cos’è successo nei palazzi di Bruxelles in seguito alla tua storia?

silvia 1S: Dopo che i media ne hanno parlato qualcosa si è mosso, ma non so se in una direzione produttiva. All’inizio, prima di rendere pubblica la vicenda, ho cercato di sollecitare alcuni amministratori pubblici che mi hanno rassicurato sulla loro impossibilità di intervento e sulla loro immensa solidarietà: l’assessore alla cultura mi ha detto che adora gli artisti. Ho preso contatti con un sindacalista italiano chiedendogli delle delucidazioni sul mio tipo di contratto. Mi ha risposto che noi cittadini ci rivolgiamo ai sindacati solo quando abbiamo bisogno e, non rispondendo alla mia domanda sul mio contratto, mi ha chiesto perché non sono rimasta a lottare in Italia per i miei diritti invece che venire qui in Belgio che ci sono già tanti disperati… Questa storia del politico con le mani legate e del martire sindacalista sembra un fumetto. A me fanno un po’ compassione, a sentirli sarebbero da compatire ben più dei casi sociali. Un mese fa avevo chiamato il consolato e l’ambasciata e mi hanno detto entrambi che la cosa non li riguardava. Ora, in seguito agli articoli sui giornali, l’ambasciatore mi ha fatto convocare. Più che darmi risposte però mi ha fatto domande: sul mio contratto e sulla mia espulsione. Anche lui, come tutti gli italiani, appena ha sentito la parola «sociale» ha un po’ come abbassato le braccia… Gli ho chiesto se credeva opportuno sollecitare la questione con un’interrogazione parlamentare, al Belgio e in commissione, ma lui mi ha detto che per una cosa del genere gli italiani espulsi dovrebbero essere tanti; io allora gli ho detto che è una questione politica e lui mi ha detto che si in effetti ma che allora sarebbe una cosa di fondo, ben lunga da districare… Beh sì: in effetti è una cosa di fondo, ben lunga da districare… Ora incontrerò una deputata socialista belga e una italiana, vedremo…

W: Questa cosa di fondo, difficile da districare, è la nostra esistenza… Il ritorno a un capitalismo che dispiega il suo potere senza mediazioni rimette sullo sfondo le cose difficili, di fondo, contrabbandandole per immodificabili. C’è la crisi, i poveri sono poveri e i ricchi sono ricchi: perché mettere le mani in questa cosa di fondo, difficile da districare? Questo è il processo in atto – finché non ci decidiamo a fermarlo…

S: Per ora l’immagine più precisa che ho della situazione è che mi sembra che un prosciutto o una scamorza in Europa circolino più facilmente che un essere umano. Che l’Europa, quando parla di circolazione, è sensibile a questioni che riguardano la produzione e il consumo, non parla di opportunità o diritti umani. Gli Stati europei e l’Europa sono gli uni l’alibi dell’altra, reciprocamente, sul piano giuridico, burocratico, e sociale.

W: Lasciami dire che ancora una volta le contraddizioni più profonde emergono a livello continentale, e dunque è a quel piano che dobbiamo guardare declinando anche localmente il conflitto, senza indulgenza verso il nazional-forconismo e le sirene del «buon capitalismo italiano con la sua brava liretta»… E la forza con cui affronti questo tuo problema personale e politico è una sveglia sonora per tutti.

S: La mia presenza in Belgio, a livello professionale, cominciava giusto ora a dare i suoi frutti. Il pubblico belga è sensibile ai miei spettacoli, dove il tema è la storia degli italiani con tutti gli stereotipi che seguono; l’immigrazione, lo spaesamento e la ricerca di identità. Faccio fatica a tollerare l’idea di dover interrompere questo percorso per una questione di ingiustizia politica: il personale e il pubblico si mischiano, le mie convinzioni personali e politiche anche. E quindi non lascio perdere.

W: Grazie per non lasciare perdere, Silvia. 

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