venerdì , 15 Novembre 2019
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Lampedusa: l’idrante e la degradazione

 

Scabbiadi FERRUCCIO GAMBINO E DEVI SACCHETTO

Un idrante a Lampedusa

di FERRUCCIO GAMBINO

C’è un nesso tra l’idrante usato sulla pelle dei migranti per il loro bene a inizio settimana a Lampedusa e il messaggio al caminetto di fine anno che il presidente della Repubblica pronuncerà fra una dozzina di giorni? Se la memoria di vecchie riflessioni ci soccorre, nell’un caso come nell’altro siamo di fronte a due diverse articolazioni del medesimo Stato. La differenza sta nella durata. Una ventina di minuti per il discorso presidenziale, un’ora e mezza e più per il trattamento anti-scabbia a Lampedusa. Come sostiene l’amministratore delegato della cooperativa «Lampedusa Accoglienza» affiliata alla Lega delle Coop, che gestisce il centro, il «trattamento» doveva riguardare ben 294 profughi sospettati di essere portatori di scabbia.

A piccoli numeri di profughi si risponde con la disinfestazione in infermeria, a grandi numeri si risponde su scala industriale. In sé, si usa dire, l’idrante, come lo Stato, non è un artefatto né buono né cattivo. È buono quando disperde i dimostranti facinorosi come quando allontana il pericolo di massa della scabbia; per contro, è cattivo quando attizza gli incendi a danno di probi cittadini, o quando i dimostranti cattivi se ne impossessano per usarlo contro le forze dell’ordine; ancora peggiore, quando l’idrante viene fotografato a scopi scandalistici dagli «idrantati» – sospettati di scabbia – per essere scaraventato in TV e in internet ai quattro angoli della Terra.

È una questione di spese. La disinfestazione ha dei costi. Se la cooperativa «Lampedusa Accoglienza» incassa una cinquantina di euro al giorno per ogni profugo «accolto» nel  centro, e se la disinfestazione in infermeria di un singolo profugo prende una ventina di minuti, proprio come il fervorino di fine anno del capo dello Stato, alla fine dell’operazione le ore di lavoro dei disinfestatori sono 98. Fate i vostri conti, una bella cifra, in termini di costi orari per addetto.

Si dirà: anche i nazisti hanno fatto ricorso agli idranti quando la loro guerra ha preso una brutta piega. Si trattava di tagliare le spese. Un sadico per aprire le valvole degli idranti si trova sempre e dappertutto. Quello non è il problema. Il problema sembra essere la gestione, capite? Per la gestione, è sufficiente partire dalla premessa che ogni individuo è «un pezzo» [ein Stück], nient’altro che un pezzo, nei lager come a Lampedusa, più o meno un pezzo come quello che riscalda il caminetto.

Degradare per aiutarli-e a crescere

di DEVI SACCHETTO

I processi di spersonalizzazione e di degradazione messi in campo a Lampedusa nei confronti della «razza» migrante sono una forma di socializzazione all’Occidente. Essi permettono l’apprendimento e la regolazione dei propri comportamenti ed evidenziano le aspettative della società locale. Si tratta di pratiche che contribuiscono a creare tra i migranti e le migranti un senso di inferiorità che non finisce certo una volta che essi siano usciti da questi lager istituzionali. I processi di spersonalizzazione poi possono proseguire con diversa intensità nei luoghi di lavoro, nelle abitazioni loro riservate, nei rapporti sociali.

La violenza materiale e immateriale di queste pratiche stigmatizzanti mira a ricostruire nuove identità, ripulite dai germi che i migranti e le migranti, in quanto esseri inferiori, si portano appresso. Il corpo dei e delle migranti è così trasformato in uno spazio pubblico nel quale mettere in scena una cerimonia di degradazione. Senza alcuno sprezzo del ridicolo, Cono Gallipò, l’amministratore della cooperativa che gestisce il centro, ha definito una procedura l’igienizzazione a cui i migranti sono stati sottoposti: «è il protocollo da seguire quando si spruzza un prodotto come il benzoato di benzina». In questo caso, non è nemmeno possibile scaricare la colpa sulle cosiddette cooperative «spurie», cioè non gravitanti nell’orbita dell’Alleanza delle cooperative italiane. «Lampedusa Accoglienza» gestisce il centro di identificazione ed espulsione dal 2007, portandosi a casa quasi due milioni di euro all’anno: essa gravita dentro il circuito della gloriosa Legacoop, braccio politico ed economico della sinistra istituzionale. Non a caso deputati e ministri del partito di maggioranza relativa, compreso il Presidente del consiglio, sono indignati e chiedono la testa dei responsabili.

L’indignazione permetterà forse nuovi protocolli, ma non modificherà di molto la condizione dei e delle migranti rinchiusi all’interno di questi lager aggiornati alla morale post-moderna della pulizia del taglio dei costi.

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