domenica , 26 giugno 2016
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Le baraccopoli della sinistra italiana

Le baraccopoli della sinistra

di DEVI SACCHETTO

Alla baraccopoli di Rignano Garganico (Foggia) i migranti africani occupati nelle raccolte agricole sono già un migliaio. Qui non sono ancora arrivati i leader sindacali e politici della sinistra italiana. Eppure in questo angolo di Puglia lontano dalle mete turistiche e dai campeggi di formazione politica essi troverebbero un pubblico un po’ più scafato di quello a cui sono abituati e forse ascolterebbero anche qualche voce dissonante rispetto alle idee ricorrenti su come ricostruire una sinistra e un sindacato all’altezza della situazione odierna. Quest’anno a sostenere questi lavoratori migranti c’è solo un manipolo di volontari delle Brigate di solidarietà attiva, della Rete delle campagne in lotta, qualche ricercatore sociale, tre migranti nordafricani coinvolti nell’esperienza della radio autonoma lo scorso anno e delle coraggiosissime studentesse romane frequentatrici del «Laboratorio di teoria e pratiche dei diritti» dell’università Roma Tre. Il camion di Emergency passa di qua un paio di volte alla settimana, mentre ben più strutturata è la pattuglia cattolica guidata da padre Arcangelo dell’ordine degli scalabriniani e composta da una decina di boy scout. Forse non a caso, la Cisl qualche giorno fa ha compreso al volo la situazione ed è già partita con 50 cause di lavoro, per quanto si guardi bene dal ricorrere all’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione che concede un permesso di soggiorno a chi, lavorando in nero e senza documenti, denuncia il proprio datore di lavoro.

Maria Desiderio era a Nardò (Lecce) durante lo sciopero dei lavoratori migranti nelle campagne salentine, ma da due anni passa le sue ‘vacanze’ a Rignano: «Con altri militanti siamo riusciti a mettere su una radio, un corso di italiano e un ufficio legale, ma le zone d’ombra sono molte e non solo legate alla questione del lavoro». Maria ricorda bene lo sciopero di Nardò che contribuì alla formazione di Ivan Sagnet, il leader di quella protesta. Ivan ora è un funzionario della Flai-Cgil pugliese e gira per le campagne. Qualche sera fa a Cannole, poco lontano da Lecce, in uno dei tanti dibattiti a cui partecipa, Ivan ha chiarito che per uscire da questa situazione di lavoro semi-coatto occorre attivare una strategia conflittuale. Ma non sembrano molti quelli che, dentro e fuori il sindacato, sono disposti a seguirlo. Nardò per tutti è un ricordo vivido, ma molti temono il ripetersi di un simile evento (vedi «Quando migrano le lotte» 12345).

Alla fine di luglio la ministra Kyenge ha visitato la Masseria Boncuri di Nardò, il luogo simbolo dello sciopero. E per questo mai più riaperta. Il sindaco della cittadina pochi giorni prima della passerella ministeriale ha perfino fatto spostare i migranti da una vecchia falegnameria di fronte alla Masseria in cui erano alloggiati alla bell’e meglio, per collocarli in un campo attrezzato a quasi dieci chilometri dal centro cittadino. Una televisione locale ha filmato l’evento, a cui hanno partecipato anche alcuni migranti che i vigili urbani – che coordinavano l’operazione – hanno confuso con dei mediatori culturali. Peccato che uno di quei mediatori culturali fosse uno dei caporali già arrestato un anno fa per la sua attività. La gestione della Masseria Boncuri e lo sciopero di Nardò continuano così a far emergere le connessioni tra politica, lavoro ed economia. E forse anche la magistratura prima o poi se ne accorgerà. Chiusa Boncuri, i migranti hanno trovato riparo in qualche casa abbandonata e nei campi di ulivi, mentre le promesse della ministra di fare di Nardò un modello per l’accoglienza mettendo sul piatto, sembra, 350 mila euro, ha già mobilitato la Caritas locale. Le prospettive future non hanno niente a che vedere con la gestione precedente della Masseria, quando due associazioni militanti, Finis Terrae e Bsa, avevano sviluppato il progetto «Ingaggiami. Contro il lavoro nero» e sostenuto lo sciopero che aveva portato all’approvazione della legge contro il caporalato, ora finalmente reato penale. Una legge raramente applicata.

Il caporalato rimane la modalità prevalente di organizzazione della produzione in larga parte del Mezzogiorno, e ormai anche in alcune aree del centro-nord. Esso si alimenta dell’isolamento politico e sindacale in cui si ritrovano i lavoratori migranti. A Rignano come a Stornarella, a Borgo Mezzanone o più su a Boreano in Basilicata, queste baraccopoli sono diffuse da anni e costituiscono aree di residenza spesso momentanea, luoghi dove reperire informazioni e un lavoro, scudi protettivi di carattere comunitario. Non sono pochi i casi in cui queste baraccopoli sono abitate anche d’inverno. Rignano è una di queste: 200-250 lavoratori migranti sono occupati nelle raccolte e nei lavori agricoli invernali. Con buona pace di qualche sociologo locale non sono certo le necessità di condividere le abitudini religiose e alimentari a spingere i migranti verso queste baraccopoli. Come racconta durante la lezione di italiano uno di essi: «quello che mi piace è avere un lavoro regolare, frequentare gli amici italiani, andare in vacanza. Quello che non mi piace è lavorare senza contratto e vivere in una baracca». Lontani dalle istituzioni, dal sindacato e dalla politica per quanto il nuovo protocollo d’intesa siglato nei primi giorni di agosto da Regione Puglia, Prefetture locali, Inps e Inail miri a rafforzare le attività di controllo. Nella Regione più a sinistra d’Italia sarebbero ‘solo’ 37 mila i braccianti agricoli che lavorano in nero, il 20% dei 187 mila censiti.  Si tratta di stime che lasciano perlomeno perplessi, se si considera la media del Mezzogiorno, il 29%, o regioni quali la Lombardia e il Veneto dove quasi un bracciante su tre lavorerebbe irregolarmente. D’altra parte, qui non sembrano essersi granché accorti neanche del nuovo governo di unità nazionale e del ministero per l’integrazione.

A Rignano la baraccopoli ormai è diventata una piccola cittadina nella quale al lavoro in agricoltura s’intreccia un’articolata economia informale a partire dalla costruzione delle baracche il cui numero sembra diminuito quest’anno, sebbene siano molto più ampie rispetto a quelle degli anni precedenti. La standardizzazione delle abitazioni fa pensare che l’auto-costruzione delle baracche sia stata sostituita da un’organizzazione ‘industriale’ più precisa. Vero è che il lavoro di costruzione è in piena attività e le abilità artigianali si sono raffinate. Un furgone recupera lungo le strade delle cittadine adiacenti, ma soprattutto da qualche ricicleria compiacente il necessario: tubi di ferro, rami di alberi, teli di plastica delle serre, porte, armadi, librerie, frigoriferi, cartoni. Per ogni baracca ormai per la maggior parte di 7-8 per 5-6 metri si piantano in profondità una decina di pali, altre piccole tavole tengono insieme le pareti costruite con le porte e gli armadi, mentre sui tetti sopra a qualche palo vengono sistemati dei cartoni. Una volta terminato l’elaborato collage, la struttura viene avvolta con grandi nylon fissati con chiodi. La maggior parte non riuscirà a passare indenne l’inverno, oppure finirà in fumo come con il grande incendio dell’anno scorso. Ma alcune di queste sono ormai delle istituzioni. Al ristorante più rinomato della baraccopoli di Rignano, gestito da un italiano, si accede attraverso una costosa cancellata in ferro battuto e si possono apprezzare non solo gli estintori, ma anche il pavimento in cemento. Il ristorante è un lusso per la maggior parte dei braccianti. Ma non vi sono solo i militanti solidali a frequentare il campo: la sera in particolare il sabato e la domenica alcune decine di italiani arrivano fin qui per trascorrere la serata.

Adesso la baraccopoli inizia a ripopolarsi di migranti per la raccolta dei pomodori, il picco delle esigenze lavorative in quest’area. L’oro rosso arriva a pochi centesimi sulle nostre tavole grazie ai salari da fame, 20-25 euro al giorno, pagati ai lavoratori migranti. Come succede ormai da un paio di decenni almeno. La composizione della forza lavoro è in continua trasformazione con un aumento di migranti che scendono dal nord in crisi, di rifugiati delle ‘primavere arabe’ e della guerra contro Gheddafi, ma anche di migranti comunitari come rumeni e bulgari. Tutti solitamente divisi per nazionalità o area di provenienza: se a Rignano la popolazione è quasi esclusivamente di origine africana, altrove si trovano molti rumeni e bulgari, spesso con l’intera famiglia.

I tentativi di risistemazione dei migranti mettono in luce una relativa autonomia di movimento, ma anche la scarsa fiducia in una sinistra che come canta uno dei più acuti cantautori salentini, Mino De Santis, nella sua canzone «Radical chic», preferisce discutere dei mali del capitalismo nei salotti in riva al mare davanti a del buon vino piuttosto che sporcarsi le mani nelle assolate pianure pugliesi.

 

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