mercoledì , 24 agosto 2016
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Quando migrano le lotte 2: Nardò, lo sciopero dei braccianti continua

di MIMMO PERROTTA e DEVI SACCHETTO

Watermellon«Siamo arrivati a sette giorni di sciopero, ma possiamo continuare», afferma orgoglioso Kwere, un trentenne ghanese. La lotta d’altri tempi dei braccianti africani di Nardò, cominciata al mattino di sabato 30 luglio con il blocco della strada antistante il campo allestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva presso la Masseria Boncuri, continua. Ieri mattina in un centinaio erano di fronte alla Prefettura di Lecce per un sit-in convocato dalla Flai-Cgil. Un tavolo tecnico è stato convocato dalla Prefettura per lunedì, sembra un passo decisivo. Ma, come i lavoratori africani hanno imparato, è solo nei campi che i rapporti di lavoro si modificano, con o senza caporali: nell’assemblea di ieri sera alla Masseria hanno deciso di continuare lo sciopero.

In questi giorni sono arrivate televisioni, giornalisti e anche sindacalisti e qualcuno è stanco di tutta questa pubblicità: «siamo venuti qui per lavorare e guadagnare qualcosa», dice Tarek, un tunisino di 45 anni, «ma vogliamo lavorare a un salario giusto». Mercoledì notte, quando i lavoratori in sciopero hanno provato a bloccare i furgoni dei caporali, qualcosa di nuovo era successo: le forze dell’ordine hanno fermato un pulmino con qualche crumiro e un caporale a bordo che è riuscito a fuggire. Molti caporali adesso non si fanno vedere, ma qualcuno che cerca di portare i lavoratori a raccogliere i pomodori rimane. Contro questi si scaglia Yvan, lo studente universitario camerunense leader dei braccianti: «Non è possibile, ancora questi che raccolgono i lavoratori. Sono andati alle dieci stamani a lavorare e sono tornati alle cinque». La fabbrica verde è permeabile e qualche lavoratore si trova sempre. D’altra parte gli scioperanti hanno scelto un profilo assolutamente moderato contro i crumiri, quanto radicale nella loro lotta.

Forzare il blocco dello sciopero è un tentativo continuo da parte dei caporali appoggiati dai proprietari agricoli che stanno nell’ombra, ma che devono raccogliere in fretta i pomodori. La lotta ha ottenuto una certa attenzione mediatica e la voce corre di bocca in bocca. I molti braccianti stranieri che già stanno affollando i «ghetti» più o meno nascosti nelle campagne foggiane e lucane, da Rignano Garganico a Stornarella a Boreano, guardano a Nardò per capire se qualcosa potrà cambiare nelle prossime raccolte. È già iniziata quella del pomodoro a Foggia, una delle piazze più difficili per i lavoratori. Qui si rischia la vita perché il caporalato mostra anche la sua faccia violenta. Chiedere ai polacchi per credere. Poi sarà la volta di Palazzo San Gervasio (dove la Regione Basilicata ha qualche giorno fa tardivamente stanziato ben 70.000 euro per alleviare la drammatica situazione dei braccianti che stanno popolando i casolari abbandonati nelle campagne), quindi, da novembre, Rosarno per le arance. Ma i percorsi dei lavoratori africani che oggi sono a Nardò passano anche per altre regioni: Abderraouf, un tunisino di 33 anni, tornerà a Ragusa dove solitamente lavora da settembre a giugno nelle serre per 32 euro al giorno. Molti sono i tunisini che lavorano in Sicilia per otto-nove mesi all’anno e poi vengono a Nardò per la raccolta dei cocomeri; una coltura che permette maggiori margini di guadagno anche per i lavoratori, 60-70 euro al giorno. Ma quest’anno le angurie sono maturate con un po’ di ritardo a causa del freddo e quindi la loro immissione nel mercato si è accavallata con quella dei produttori di altre aree, come ad esempio quelli della provincia di Latina; le angurie greche e turche a basso prezzo hanno fatto il resto.

Ibrahim, un giovane sudanese di 26 anni, era venuto invece a Nardò solo per la raccolta dei pomodori e fra poche settimane sarà a Palazzo San Gervasio per la stessa coltura e per lo stesso salario: 3,5 euro per cassone di 100 chili di pomodoro. Gira un po’ il sud, al massimo è arrivato a Roma. Ha lavorato in Salento anche nella sistemazione dei pannelli fotovoltaici per Tecnova, un business che è sfociato in una lotta sostenuta dalla Ugl pugliese. Kireme, un giovane ghanese che negli ultimi sette-otto mesi ha battuto le stesse campagne di Ibrahim non sembra prestare attenzione alla differenza delle sigle sindacali: «Sì, siamo stati sostenuti dalla Ugl, abbiamo fatto una manifestazione; adesso qui c’è la Cgil, oggi siamo stati a Lecce (davanti alla Prefettura)». Con Tecnova lavorava 12-13 ore al giorno, con un riposo settimanale e un salario in nero di 900-1.000 euro mensili. Qui in nove giorni di lavoro ha guadagnato 400 euro, lavorando 11-12 ore, «ma un giorno abbiamo lavorato 15 ore». «È tutto lavoro in nero, questo è il problema» dice Abdel, un tunisino di 42 anni che per dieci anni ha vissuto a Belluno: «Ho lavorato in una fabbrica che produceva galleggianti e poi mi hanno licenziato. Adesso qui ho lavorato tre giorni nei pomodori, ma non si guadagna niente. Dieci cassoni [1000 chili] per 40 euro, togli il trasporto e da mangiare e bere, ti restano 32-33 euro. Ho un debito qui con quelli che cucinano di 150 euro».

L’ispettorato del lavoro, con organico perennemente sottodimensionato, non sembra in grado di svolgere controlli adeguati e così i falsi contratti proliferano. Anche Said ha un contratto falso con una ditta di Porto Cesareo, poco lontano da Nardò. Mentre qualcuno cerca di alzare un polverone sulle condizioni igienico-sanitarie del campo, i lavoratori africani chiedono condizioni di lavoro migliori. Certo, nel campo vi sono condizioni precarie, con tende da sette posti e igloo personali, oltre a qualche decina di persone che dormono sostanzialmente all’aria aperta: «sempre meglio qui insieme che nei casolari abbandonati e isolati di Foggia» dice Salim, che ha già girato tutte le campagne meridionali. La coabitazione nel campo, fonte talvolta di tensioni, quest’anno ha invece messo i braccianti in una condizione di aggregazione e di forza: «ci troviamo, ci parliamo. È molto più facile», racconta Yvan. Forse per questo molti sono preoccupati e vorrebbero chiudere questa esperienza perché, ironia della sorte, manca l’acqua calda. Per chi, a pochi chilometri da qui, si riposa nelle spiagge pugliesi, avendo lasciato il proprio cane in qualche canile a 15 euro al giorno, magari la questione igienico-sanitaria è decisiva, ma per i lavoratori africani un salario più elevato sembra una prospettiva incomparabilmente più importante.
Le richieste dei braccianti in sciopero non sono certo rivoluzionarie: contratti regolari, intermediazione del Centro per l’impiego locale invece che dei caporali, poter tenere con sé i documenti d’identità, più controlli nei campi da parte delle istituzioni, condizioni abitative migliori. Inoltre, essi chiedono che un cassone di pomodori venga retribuito 6 euro invece che 3,5. La loro protesta non mette in discussione il cottimo, apparentemente più conveniente. Grazie alla loro forza fisica – la maggior parte dei braccianti ha tra i 20 e i 40 anni – essi sperano di ottenere una paga giornaliera superiore ai circa 40 euro per 6 ore e mezza di lavoro garantiti dal contratto provinciale. In realtà, il cottimo conviene al datore di lavoro, che ha la certezza del costo del lavoro per la raccolta, mentre per il lavoratore significa soprattutto un aumento dei ritmi di lavoro e spesso una dilatazione della giornata lavorativa, ma certo non un aumento del salario complessivo. Tuttavia, la richiesta dell’aumento del cottimo, per quanto in contraddizione con quella di ottenere «contratti regolari», è tale da mettere in crisi i precari equilibri dell’agricoltura salentina e in generale dell’Italia meridionale.
Intanto arrivano anche le prime concrete forme di solidarietà. Martedì sera le Bsa hanno distribuito un piccolo sacchetto di cibo, rimarcando che si trattava della solidarietà a lavoratori in lotta, non certo mera elemosina. Nonostante le difficoltà tutti i lavoratori africani sono consci della posta in palio, non solo qui ora a Nardò.

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