venerdì , 21 Giugno 2024

Certezze e incertezze della ricostruzione in Emilia-Romagna. E se fossimo noi l’emergenza?

di CLIMATE CLASS CONFLICT ITALY

Inevitabilmente i giochi politici intorno alla nomina del commissario straordinario per l’alluvione in Emilia-Romagna sollevano la rabbia insieme al fango. Nonostante migliaia di persone che da settimane aspettano interventi urgenti per tornare a una vita più o meno normale, il business ha i suoi tempi. Mentre aspettiamo che il governo decida chi dovrà gestire la partita economica della ricostruzione, possiamo già ipotizzare che cosa vorranno ricostruire: altre infrastrutture per la rete logistica europea, a partire dal Passante, che rimettano in movimento merci e persone in una delle regioni più industrializzate e cementificate d’Italia. Quello che sappiamo per certo è come intendono pagare la ricostruzione. Il punto non è solo che il “decreto alluvione” del 1 giugno stanzia meno soldi di quelli promessi da Meloni. Il punto è che i 620 milioni di euro che andranno a coprire la cassa integrazione emergenziale per i lavoratori colpiti dall’alluvione sono recuperati riducendo il “Fondo di integrazione salariale”, il “Fondo sociale per occupazione e formazione” e dall’abolizione del Reddito di Cittadinanza. Sono fondi, insomma, provenienti da misure destinate a lavoratori e lavoratrici in difficoltà, poveri e disoccupati. E i padroni? A loro andranno 300milioni per sostenere le imprese esportatrici, oltre a varie deroghe su mutui e imposte. Loro non pagano, se non i miseri 404milioni di euro derivanti da un contributo di solidarietà (ah!) temporaneo che le aziende energetiche avevano cominciato a versare in piena inflazione dei prezzi dell’energia come tassa sugli extraprofitti, e che il governo aveva anche provato a ridurre. Ciliegina sulla torta sono i 130 milioni di euro recuperati dal taglio del bonus sociale per il riscaldamento destinato a famiglie in condizioni di disagio economico. Avranno pensato che tanto ormai fa caldo, e di riscaldarsi non c’è più bisogno.

Del destino della ricostruzione sappiamo ancora poco. Se queste sono le premesse, però, possiamo già aspettarci che a pagarla saranno lavoratrici e lavoratori, precari e poveri, mentre ai vari portatori di capitale che si contenderanno pezzi di ricostruzione spetteranno sussidi, sgravi e incentivi statali ed europei, così da poter ricominciare presto a investire, costruire, produrre, come prima più di prima. La responsabilità non riguarda solo chi negli anni ha gestito il territorio lasciando che l’agrobusiness, l’industria e l’edilizia sfruttassero l’ambiente per il profitto. E infatti l’Unione Europea si fa bella promettendo l’attivazione del Fondo di solidarietà, ma è evidente che il sistema autonomie differenziate e i vincoli di bilancio imposti alle amministrazioni nazionali e locali abbiano avuto il loro peso nella possibilità di intervenire nella gestione e salvaguardia del territorio. Dopo aver negato per anni l’emergenza climatica e i suoi effetti devastanti, governi e capitale non esitano a fare ulteriori profitti all’insegna dell’emergenza. Mentre le emergenze si moltiplicano e diventano la nuova normalità, stravolgendo i territori e le vite di chi li abita, la loro gestione diventa l’occasione per far compiere al capitale quella transizione mascherata di verde di cui i governi hanno disperatamente bisogno.

Nella nuova normalità emergente è necessario mettere in comunicazione il rifiuto di un territorio sempre più grigio e quello di condizioni di vita e di lavoro sempre più povere e precarie. La nostra sfida di classe e climatica, a partire dalla manifestazione del 17 giugno a Bologna, è quella di trasformare le emergenze che attraversano territori diversi e lontani in un percorso di lotta comune e condiviso.

Cosa accadrebbe se fossimo noi la loro emergenza?

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