martedì , 27 Ottobre 2020

Contro le fabbriche della precarietà

Base brand fdp

Noi, operai, migranti, operatori sociali ed educatrici,

studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici precarie

Zarrak Abdelghani (Lavoratore Trans.Mec), Helen Achon Cotrina (Operatrice socio-sanitaria), Nadia Auzeak (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Davide Bacchelli (delegato Fiom RSU IMA Bologna), Matteo Battistini (Ricercatore precario), Marcello Capedri (psicologo, educatore senza titolo, precario), Valentina Caprotti (Studentessa di Scienze della Formazione, educatrice precaria), Massimiliano Cascio (educatore sociale), Francesco Chiesa (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Luca Cobbe (Ricercatore precario), Marinela Costantin (Migrante, precaria, madre), Massimo Don (Educatore precario), Enrico de Donà (assistenza informatica AUSL Bologna), Sara Farina (Assistente sociale SERT), Antonio Felice (RSU FIOM Bonfiglioli – Lippo di Calderara), Franco Filincieri (Operatore socio-sanitario), Catia Filippo (Laureata in filosofia, lavoratrice precaria del Censimento), Leonardo Giusti (lavoratore anarchico – USI), Giorgio Grappi (Ricercatore precario), Chiara Gregoris (Studentessa di Scienze della Formazione, educatrice sociale precaria), Anna Rita Gualandi (Operatrice sociale – Coop. Cadiai), Ivan Ilisanti (RSU pubblico impiego San Giovanni in Persiceto), Dione Kadim (RSU FIOM Bonfiglioli – Calderara),Laura M. (educatrice, psicologa), Seck Maimona (Lavoratrice delle pulizie – ospedale Sant’Orsola – Bologna), Marcello Marano (Insegnante precario), Chiara Marconi (Insegnante di italiano precaria), Orlando Maviglia (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Gianpietro Montanari (RSU FIOM-CGIL Cesab-Toyota – Bologna), Gianplacido Ottaviano (RSU FIOM Bonfiglioli – Calderara), Brahim Nadi (Migrante e precario), Babacar Ndiaye (Migrante e precario), Salah Ourahouane (Operaio Nigelli imballaggi – Sasso Marconi), Sergio Palladini (Operatore sociale Coop. Cadiai), Serafino Pirillo (RSU FIOM Bonfiglioli – Lippo di Calderara), Alessio Pittarello (RSU Ceva – Lippo di Calderara), Chiara Pozzi (Studentessa Servizi Sociali, educatrice, assistente sociale precaria), Raluca Ralanu (Operaia metalmeccanica), Andrea Rapini (ricercatore universitario), RSU Ducati Motor – Borgo Panigale (BO), RSU Titan Italia – Bologna, Paola Rudan (Ricercatrice precaria), Roberta Sarego (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Elisabetta Scigliano (Educatrice precaria), Bas Sene (Migrante e precario), Sokhna Sene (Lavoratrice servizi di ristorazione ospedale Rizzoli – Bologna), Michele T. (sistemista d’assalto), Federica Toscano (Studentessa di Scienze Politiche, insegnante della Scuola di italiano con migranti), Milena Trajkovska (Studentessa, migrante, precaria), Francesco Tripodi (educatore sociale), Raffaele Uccello (Operatore socio-sanitario), Sofia Venturoli (ricercatrice precaria)

Contro le fabbriche della precarietà

 Vi chiamiamo a un’assemblea pubblica

Sabato 10 marzo alle ore 15

presso la Sala Benjamin del circolo Pavese

Via del Pratello 53 – Bologna

per adesioni: controfabbricheprecarieta@gmail.com

telefono: 327.57.82.056

Oggi la precarietà è uno stato di fatto: non è un’eccezione, una questione generazionale o contrattuale, ma è la regola generale che investe tutto il lavoro, dalle cooperative alle fabbriche, dalla formazione nelle scuole e nelle università ai servizi sanitari e sociali. La crisi economica sta infatti determinando un continuo gioco al ribasso sulla nostra vita, il nostro lavoro e il nostro salario: i precarizzatori chiedono piena disponibilità alle loro esigenze, mentre diventa sempre più difficile organizzarsi e lottare dentro e contro la precarietà.

Contro questa condizione, abbiamo deciso di prendere parola. Non partiamo da zero, ma dalla forza accumulata con lo sciopero del lavoro migrante del primo marzo degli scorsi due anni. Quelle giornate hanno mostrato che è possibile scioperare in modo incisivo unendo ciò che il razzismo e la precarietà vogliono dividere: il particolare ‘contratto separato’ che si chiama contratto di soggiorno per lavoro è una leva che, ricattando una parte dei lavoratori affinché accettino qualsiasi mansione e salario, serve per precarizzare tutti gli altri. Anche attraverso la Bossi-Fini, la precarietà è diventata la condizione generale del lavoro. Accanto alla Bossi-Fini, però, anche la fabbrica, il welfare e l’università sono altrettante fabbriche della precarietà.

A dispetto del contratto a tempo indeterminato e dell’articolo 18, in fabbrica non esistono posizioni sicure: la “razionalizzazione” degli stabilimenti, il continuo ricorso alla cassa integrazione, i licenziamenti e le delocalizzazioni vanno di pari passo con il tentativo di imporre politiche industriali che prevedono crescente flessibilità nell’orario, minori garanzie e diritti, incremento di produttività e conseguente aumento dell’intensità del lavoro. Fuori dalla fabbrica, la situazione è ancora peggiore e coinvolge tutti, dal pubblico al privato: il welfare è diventato precario perché precarie sono le persone che ci lavorano. Operatori ed educatori sociali, assunti da cooperative che ottengono appalti giocando al ribasso sui lavoratori e chiedendo loro piena disponibilità in termini di tempo e di dedizione, non possono che offrire servizi precari, così come precari sono i salari di chi sempre più spesso deve comprare questi stessi servizi (dall’asilo alle scuole, dai servizi sociali e sanitari, fino alla cura degli anziani). Anche l’università è diventata una fabbrica della precarietà: studiare costa sempre di più e si ottengono lauree che valgono sempre meno, ma diventano necessarie per accedere a lavori precari con salari sempre più bassi. Iniziare a fare ricerca significa sottoporsi a un lungo apprendistato, nel quale la precarità si mostra nella retribuzione, nelle condizioni di lavoro, nell’impossibilità di progettare il futuro proprio e delle proprie ricerche. Nelle fabbriche della precarietà, la precarietà è istituita, la flessibilità imposta e la povertà è una minaccia sempre presente.

Con questa crisi economica, la precarietà è dunque diventata una condizione globale che investe tutto il mondo del lavoro, isolando e dividendo lavoratori e lavoratrici, italiani e migranti, precari e presunti garantiti. Una condizione che funziona come un ricatto che rende difficili le forme tradizionali di lotta perché impedisce di comunicare, mentre obbliga a una stessa catena di montaggio che produce soltanto altra precarietà. La nostra sfida è perciò quella di far parlare tra loro lavoratrici e lavoratori attraversando le categorie sindacali e superando l’isolamento e le divisioni che servono soltanto ai precarizzatori: solo creando connessioni tra precari, operai, migranti e studenti all’interno delle fabbriche della precarietà è possibile amplificare la voce di ciascuno oltre le barriere contrattuali, di impiego e categoria. Per questo il 10 marzo, invitiamo tutti e tutte a un’assemblea pubblica contro le “fabbriche della precarietà” per aprire un percorso politico, nelle realtà sociali, nelle organizzazioni sindacali e in tutti i luoghi di lavoro, finalizzato alla costruzione dello sciopero precario, uno sciopero di precari, operai, migranti e studenti che sappia dare voce e unire quanti lottano quotidianamente contro la precarietà.

www.fabbrichedellaprecarieta.wordpress.com

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