giovedì , 18 Luglio 2019
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La misura della rabbia. Considerazioni prima e dopo il 15 ottobre

La misura della rabbiaIl 15 ottobre come moltissimi altri abbiamo colto l’occasione offerta dalla giornata globale contro le politiche di austerity: l’occasione per amplificare le voci disparate di uomini e donne, precarie, migranti, operai, che ogni giorno fanno esperienza della crisi come di una precarizzazione sempre più sfrenata del lavoro e dell’esistenza, e che rifiutano la precarietà come forma selettiva e gerarchica di coazione al lavoro. Connettere queste voci è stata la nostra scommessa attraverso il 15 ottobre, e lo abbiamo fatto condividendo il percorso aperto dagli Stati Generali della precarietà e lo spezzone del precariato sociale che sabato ha coinvolto migliaia di uomini e donne.

Non ci interessa giudicare i fatti del 15 ottobre a partire dalla contrapposizione, fin troppo angusta e fin troppo nota, tra violenza e non violenza, o fra i pochi e i tanti separati dalle pratiche messe in scena a Roma. Si tratta di una contrapposizione che non riesce a cogliere la complessità di ciò che ha avuto luogo, l’intreccio tra azioni organizzate e un’opposizione più ampia alla risposta delle forze dell’ordine, tra l’azione collettiva pianificata di alcuni segmenti del corteo e l’espressione di massa di un disagio individuale esasperato. La repressione con la quale si vuole rispondere a questa complessità è inaccettabile: chi oggi, nelle vesti di deputato del popolo, ripropone la legge Reale, è il commissario e il magistrato di ieri. Sappiamo fin troppo bene che le operazioni di polizia, mentre pretendono di consegnare alla forca dell’opinione pubblica e dei tribunali i presunti colpevoli, si preparano a estendere la repressione a tutte le lotte sociali. Rispetto a tutto questo, troviamo risibile e intollerabile lo spreco mediatico che pretende di negare il contenuto politico dello spezzone del precariato, millantando una ‘regia occulta’ dietro agli scontri.

Anche di fronte alla repressione, però, il dovere della solidarietà non può riprodurre in forma rovesciata la coazione dell’emergenza, impedendo ogni critica. Mentre c’è chi organizza e orchestra gli inviti alla delazione, noi riconosciamo che esiste e cresce una rabbia enorme che deve essere presa sul serio, non solo in piazza e dentro i grandi eventi di massa, ma tutti i giorni dell’anno. I migranti sanno perfettamente che questo non è un paese per loro. La loro rabbia vive tutti i giorni senza aspettare l’evento di piazza. Questa rabbia è spesso l’unico antidoto alla disperazione. I migranti, però, si sono anche accorti che quella del 15 non era una manifestazione per loro, quando molti sono stati costretti ad abbandonare la piazza, inseguiti prima che dalla polizia dal contratto di soggiorno per lavoro e dalla legge Bossi-Fini. Con loro ha abbandonato la piazza quella sua dimensione transnazionale che, prima di essere a Barcellona o a New York o a piazza Tahir, è propria dei migranti che vivono e lottano in Italia da decenni. Non era quella la manifestazione alla quale avevano deciso di partecipare. E questo vale anche per molti precari venuti a Roma. Facciamo perciò fatica a considerare la rabbia esplosa a Roma come una sorta di espressione pura dell’insorgenza, come un grado superiore di coscienza che il precario medio, il migrante medio o l’operaio medio non avrebbero ancora raggiunto. Noi non facciamo gerarchie della rabbia, non sostituiamo alla lista dei buoni e dei cattivi quella dei più o meno arrabbiati. Ci interessa una misura politica dei comportamenti.

Abbiamo finora scelto il processo di costruzione dello sciopero precario per dare una risposta politica alla rabbia diffusa che vediamo crescere giorno dopo giorno. Non pretendiamo di rappresentare l’identità insorgente di precarie, migranti, operai. Quello che ci interessa è tenere aperto lo spazio di una comunicazione e connessione tra le diverse figure del lavoro, consapevoli della nostra parzialità e delle molte differenze. Quello che ci interessa è inventare e praticare modalità di sciopero e di scontro sociale all’altezza della sfida posta dalla precarietà, capaci di colpire i profitti. Quello che ci interessa è una misura politica delle pratiche, anche di piazza, e pensiamo perciò che si debba avere il coraggio di dire che un bancomat non è una banca e che una banca non è il capitalismo. Non giudichiamo i colpi inferti ai simboli reali o presunti del sistema capitalistico a partire dal generico consenso che sono o non sono in grado di produrre, ma alla luce delle concrete e costanti connessioni tra precarie, operai, migranti che sono in grado di sedimentare. Se la misura è questa, restiamo convinti che il processo di costruzione dello sciopero precario non possa passare in secondo piano di fronte allo spettacolo dell’insorgenza. Al contrario, uno sciopero precario, proprio perché coinvolge la precarietà in tutte le sue forme, può produrre elementi di radicalità persino maggiori di quella che senza dubbio ha attraversato le piazze romane sabato scorso. La nostra scommessa non è cominciata il 15 ottobre. E non è finita lì.

Coordinamento migranti Bologna e provincia // (s)Connessioni precarie

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