giovedì , 24 luglio 2014
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Dai precari alla precarietà: per dire addio a entrambi

LogoDi precarietà parlano ormai tutti. E’ un tema centrale in qualsiasi dibattito su lavoro, economia e società. La vulgata vuole che precari siano quelli che lavorano con contratti a tempo determinato, atipici, quelli assunti tramite agenzie interinali o forse perfino quelli che il contratto non ce l’hanno affatto. In questo modo, più che di precarietà si parla di precari, un gruppo circoscrivibile di donne e uomini, strani animali che stanno in habitat particolari: i call center, le cooperative di servizio, le scuole e le università, la grande e piccola distribuzione. Spesso si sottolinea la sovrapposizione tre precarietà ed età anagrafica: la precarietà è un fenomeno generazionale, perché i precari sono »giovani«. I precari, poi, hanno anche un sesso: le donne sono più precarie di tutti – sono sempre state precarie! – tanto che continuamente ci si interroga su come sostenerle perché siano sempre precarie, ma più stabilmente.

Se i precari fossero una categoria di lavoratori, dovrebbe stare accanto ai metalmeccanici, ai chimici, ai dipendenti pubblici, ai pensionati, ai lavoratori dei servizi. Ma le cose sono più complicate di così. Perché è possibile essere un giovane operaio assunto tramite un’agenzia interinale. È possibile essere per decenni un tecnico informatico che deve aggiornarsi in continuazione a proprie spese. È possibile essere un facchino non proprio giovane che lavora a chiamata. È possibile fare l’infermiera in una struttura pubblica nella democratica veste di socia di una cooperativa. È possibile raggiungere la sempre più veneranda età della pensione senza diventare mai pensionati. È possibile, incredibile a dirsi, avere una tuta blu e un contratto a tempo indeterminato, senza riuscire nonostante tutto ad arrivare alla fine del mese o arrivarci nella maniera più precaria immaginabile. In ciascuna di queste condizioni è possibile avere in tasca un permesso di soggiorno, e magari la pelle nera.

Il fatto è che i precari non sono mai stati una categoria. Piuttosto, la precarietà è ormai pienamente diventata la condizione trasversale e perciò generale del lavoro vivo contemporaneo. La precarietà non è semplicemente la mancanza di stabilità del singolo lavoratore o della singola lavoratrice nel suo singolo contesto lavorativo. La precarietà è una questione di classe, perché sta dentro al rapporto di forza tra lavoro e capitale.

PRECARIETA’ GLOBALE

Se la precarietà è la condizione di tutto il lavoro, non può essere rinchiusa dentro a confini nazionali e neppure osservata in una dimensione solo europea. La mobilità del lavoro e del capitale è la cifra dell’organizzazione della produzione contemporanea. Dai cantieri edili di Dubai alle grigie fabbriche del nord-est d’Italia, dalle fabbriche verdi del Mediterraneo ai grattacieli di New York e Singapore, dalle raffinerie libiche alle case di tutto il mondo, il ricatto del permesso di soggiorno e della clandestinità ha fatto del lavoro migrante il laboratorio di sperimentazione della precarietà di tutti. E allo stesso tempo, i differenziali salariali da una parte all’altra dei confini hanno fatto dell’esternalizzazione della produzione una delle leve essenziali allo svuotamento dei diritti e alla riduzione del potere del lavoro nazionale. La precarietà è globale perché si costruisce sull’attraversamento dei confini, ma anche perché è la condizione del lavoro in ogni punto del mondo. In alcuni casi, è l’effetto di una ristrutturazione capitalistica che insegue standard sempre più alti di competitività, di una deregolamentazione garantita dallo Stato e dalle strutture sovranazionali che rende precario il lavoro per rispondere alla precarietà della produzione di profitto. In altri casi, è la tassa d’ingresso al lavoro industriale: non una condizione »degenerata« del lavoro ma il suo marchio distintivo sin dal principio, il canale d’accesso non solo allo sviluppo ma anche al gigantismo economico: l’I-pad, questo strumento fondamentale dei »cognitari« d’Occidente, resta pur sempre una merce prodotta al prezzo dello sfruttamento degli operai e delle operaie cinesi, che non sono un residuo fordista e senza i quali non è certamente possibile comprendere la precarietà qui e ora. E cosa dire di Kindle, grazie al quale vengono letti i libri elettronici di tutti i mondi? A guardar bene esso rappresenta una sorta di reliquia viva di fordismo conficcata nel postfordismo cognitivo: come il celebre modello T del Sig. Ford, lo potete comprare del colore che volete, basta che sia grigio. Non c’è più però un padrone disposto a darvi cinque dollari al mese per poterlo comprare. E questa non è una differenza da poco. Non si tratta di individuare le punte più avanzate della produzione verso le quali tutto il mondo si starebbe muovendo, ma di capire che la precarietà è uno stabile fatto sociale globale.

SOLUZIONI CONFINATE

Se la precarietà è un fatto sociale globale, se la precarietà è una questione di classe perché è la forma contemporanea del rapporto tra capitale e lavoro, le risposte devono essere all’altezza della complessità di questa situazione e della sua contraddittorietà. Ogni precario è preso nell’insostenibile equilibrio tra un salario sempre più compresso e un reddito sempre più condizionato dal lavoro. La garanzia di un reddito minimo incondizionato comunque modulato e ricavato consente senza dubbio di allontanare il ricatto del salario e di gestire almeno parzialmente la propria precarietà. Quindi noi ne condividiamo la rivendicazione. Allo stesso modo deve essere rivendicato costantemente e con forza il godimento di tutti quei servizi e di quei beni che rappresentano una componente incancellabile del welfare individuale e collettivo dei precari e delle precarie. Sappiamo però che tanto il reddito quanto il welfare non sono dei diritti, ma la posta in palio in una lotta che al momento non saprebbe nemmeno individuare una controparte istituzionale. Il declino inesorabile della sovranità degli Stati nazionali, infatti, è determinato anche dalla necessità di destrutturare i sistemi di welfare esistenti, mentre i poteri transnazionali – prima fra tutti l’Unione Europea – subordinano il welfare dei precari ai profitti delle banche e delle borse. E d’altra parte non è nemmeno così auspicabile ricollocare i residui dello Stato o le burocrazie transnazionali nella posizione di chi dovrebbe garantire la gestione del welfare, nuovo o vecchio che sia. Sappiamo inoltre che anche la riconfigurazione dei sistemi di welfare produce precarietà, imponendo di pagare salari (anch’essi minimi) a badanti e a tutti quei lavoratori, migranti e non, che possono fornire servizi alla persona. E la precarietà dei servizi alla persona non è certo differente da quella dei servizi alle imprese.

Sappiamo dunque per certo che non esiste un potere che possa garantire i diritti. Il problema è solo nostro. Sottrarsi alla coazione del lavoro salariato non può avvenire facendo del reddito l’unica alternativa, anche perché noi sappiamo bene che ogni maledetta merce comprata con quel reddito è sempre e comunque prodotta pagando una salario. La lotta contro la sovrana e globale onnipotenza del profitto deve invece continuamente muoversi lungo la linea di confine tra reddito e salario, mostrandola per quello che è: un’intollerabile tagliola sulla vita dei precari. Né un salario minimo né un reddito minimo possono compensare la precarietà, proprio perché essa non fa del salario una questione residuale, ma ripropone il rapporto che lo determina come una questione di potere, una questione di vita o di morte, per tutti coloro non vi si possono sottrarre.

(S)CONNESSIONI PRECARIE

Le soluzioni fanno parte del problema. Non si può pensare di risolvere sul piano della legge, del diritto o dei diritti, un rapporto di forza che viene poi sistematizzato proprio nella legge, nel diritto e nei diritti. Per restare nello stretto recinto del quartiere italiano, la manovra appena approvata dal governo è solo l’ultima puntata di un processo che va avanti da anni e contro il quale non hanno potuto nulla la difesa della contrattazione nazionale e la »costituzionalizzazione« dei rapporti di lavoro, o la loro trasformazione in un problema di cittadinanza da risolvere, eventualmente, in sede giudiziaria, nel faccia a faccia apparentemente paritario tra padrone e lavoratore voluto dal collegato lavoro in continuità con le direttive europee. L’articolo 8 è la prova più eclatante che ogni sistema normativo di carattere generale e universale può essere in ogni momento scavalcato sul piano territoriale, aziendale oppure individuale. Come la mannaia amministrativa del contratto di soggiorno per lavoro rende possibile licenziare anche in presenza di un contratto a tempo indeterminato, apparentemente garantito, così ora è sufficiente la firma dei sindacati più rappresentativi per mandare a casa uomini e donne ridotti a forza lavoro just-in-time. Ironia della sorte, si fa appello a un massimo grado di rappresentanza sindacale proprio nel momento in cui è più evidente la sua crisi. La condizione e i comportamenti dei precari mettono costantemente in crisi la rappresentanza sindacale. L’organizzazione in categorie sempre più fa acqua in un’era segnata dalla mobilità: da un lavoro a un altro, da una parte all’altra del globo. Mentre centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici hanno preso le piazze negli scioperi di quest’anno, altrettanti hanno dovuto cedere al ricatto della precarietà e restare incatenati al posto di lavoro. Il prezzo lo pagano tutti, con la conseguenza che anche uno sciopero di relativo successo può essere archiviato senza alcuna conseguenza. Proprio per questo riconosciamo l’urgenza di uno sciopero che mostri la capacità dei precari di incidere dolorosamente sui profitti.

Porsi il problema di rovesciare il rapporto di forza tra precarietà e profitto significa porsi il problema di costruire una comunicazione che ancora non c’è dentro al lavoro. Significa comprendere che la precarietà, per quanto comune a tutti i lavoratori e le lavoratrici, è una condizione che divide. La produzione di profitto oggi impone un’organizzazione che è fatta, al tempo stesso, di una sconnessione e di una connessione delle figure del lavoro: il lavoro è sempre più frammentato, solcato da differenze e gerarchie che sono contrattuali, sessuali, razziali, di cittadinanza. Ma il lavoro è anche uniformemente posto sotto il comando capitalistico, per quanto questo sia apparentemente sempre meno accentrato e sempre più diffuso, mediato dalle più varie forme di reclutamento, gestione più o meno istituzionalizzata della forza lavoro. La scommessa perciò, è quella di rompere l’isolamento dei lavoratori e delle lavoratrici a partire dalle differenze che li dividono. Si tratta di portare alla luce il legame globale tra le figure della precarietà, di pensare a partire da qui possibilità di lotta che sappiano realmente colpire dove fa più male, dove si produce e riproduce il capitale. Non di rappresentare il lavoro in nome di una sua presunta unità, e neppure di mettere in scena momenti simbolici di conflittualità. Connettere gli (s)connessi, produrre comunicazione laddove non riesce a darsi. Questa è la scommessa di (s)connessioni precarie.

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