∫connessioni precarie

Il corpo del macellaio e quello della nazione. Mladić onorato e sepolto in Serbia

Ex generale a capo dell’Esercito della Republika Srpska (VRS) condannato all’ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio e crimini contro l’umanità, Ratko Mladić è morto nel carcere dell’Aja il 27 agosto. 

Dalla sua morte, in Republika Srpska – una delle due entità che a partire dagli Accordi di Dayton costituiscono la Bosnia-Erzegovina – e in Serbia si sono susseguite commemorazioni in suo onore, in cui Mladić è stato acclamato e ricordato come eroe e salvatore del popolo serbo. È in atto un’aperta glorificazione del responsabile del genocidio di Srebrenica, dell’assedio di Sarajevo, delle campagne sistematiche di stupro etnico contro decine di migliaia di donne bosgnacche, dei campi di concentramento, dei massacri di civili, delle deportazioni e dei saccheggi compiuti dal VRS nella guerra in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.

Dopo che la sua salma è stata trasportata a Belgrado su un aereo di Stato e accolta dai vertici militari serbi, il 7 settembre si sono tenuti i funerali con onori religiosi e militari, celebrati dal patriarca serbo Porfirije. Alla cerimonia hanno partecipato migliaia di persone (le stime dicono 16000), giunte dalla Serbia e dalla Republika Srpska con pullman organizzati. Hanno anche partecipato politici della Republika Srpska e ministri del governo di Belgrado, mentre il presidente Aleksandar Vučić non ha presenziato, dichiarando di avere altri impegni istituzionali.

Le immagini del funerale, delle veglie e dei cortei, così come il minuto di silenzio osservato dalle curve di Stella Rossa e Partizan in apertura del derby di Belgrado e gli striscioni che richiamano il genocidio di Srebrenica, sono impressionanti e spaventose. Queste hanno suscitato rabbia e condanne da parte delle associazioni delle vittime – ancora impegnate a cercare i resti dei propri familiari – da parte dei politici e dei media nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e degli altri Paesi della regione. Le condanne sono arrivate anche da Ursula von der Leyen e dalla commissaria per l’allargamento dell’UE, Marta Kos, che ha annullato il suo viaggio previsto a Belgrado e sostenuto che onorare un criminale di guerra condannato dalla giustizia internazionale è «incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso verso l’Unione europea».

Finita la guerra, con un mandato di arresto internazionale pendente, Mladić è rimasto latitante per sedici anni, protetto dalle autorità serbe, ed è stato consegnato nel 2011 proprio perché la collaborazione con il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia rappresentava una delle condizionalità per accedere al processo di integrazione europea – e dal 2012 la Serbia continua ad essere in sala d’attesa.

La morte di Mladić riapre tensioni mai risolte e, al tempo stesso, rappresenta un nuovo capitolo nella politica e nel nazionalismo serbo. Che le istituzioni serbe non abbiano mai fatto i conti con le proprie responsabilità nelle guerre degli anni Novanta non è una novità. I rari passi compiuti in quella direzione sono arrivati sotto pressione internazionale – la consegna di Mladić in primis – e a livello interno sono sempre stati accompagnati da strategie di negazione, relativizzazione e autovittimizzazione: la Serbia non era coinvolta, era una guerra di tutti contro tutti, Srebrenica non è stato un genocidio, delle vittime serbe non parla nessuno, il popolo serbo è oggetto di una demonizzazione occidentale. Anche la narrazione sulla morte di Mladić rimette in moto lo stesso meccanismo: le sentenze vengono presentate come parte di un complotto contro il popolo serbo, Mladić diventa la vittima di trattamenti disumani da parte dei funzionari dell’Aja.

La mitizzazione di Mladić va però letta nel presente. Questa espressione sfacciata e aggressiva di un passato mai risolto si innesta in un contesto globale in cui la guerra torna a essere la norma degli Stati e in cui Israele e i suoi alleati possono portare avanti un genocidio restando impuniti, in cui l’ultradestra nazionalista è in crescita ovunque e l’Unione Europea mostra tutte le sue contraddizioni e la sua debolezza. Se si guarda ai livelli di violenza e razzismo costantemente sdoganati ed esercitati su scala planetaria, la celebrazione di un criminale di guerra diventa un caso meno ‘locale’ e meno eccezionale di quanto sembri.

Queste celebrazioni si inseriscono in un contesto interno instabile e in una fase molto delicata della politica serba. Sono appena state annunciate le elezioni anticipate per il 25 ottobre, dopo due anni di proteste di massa guidate dal movimento studentesco contro il governo del Partito Progressista Serbo (SNS) al potere da 14 anni, in seguito al crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad nel novembre 2024, che ha provocato 16  vittime. Si tratta della più grande ondata di proteste dalla caduta di Milošević, che mettono in discussione non solo il governo, ma l’intero apparato di potere e di corruzione costruito negli ultimi decenni.

Funerali di Mladic al cimitero Topcider di Belgrado, 7 settembre 2026 (REUTERS/Zorana Jevtic)

L’assenza di Vučić ai funerali di Mladić è estremamente rappresentativa della sua politica ambigua e opportunista, la stessa che da anni gli permette di mantenere aperto il dialogo contemporaneamente con l’UE e con la Russia, e di muoversi attraverso un continuo trasformismo ideologico anche sul piano interno. Il confine tra funerale di Stato e funerale privato rimane volutamente sfumato: la sua assenza gli permette di negare, di fronte all’UE, un ruolo attivo del governo nell’organizzazione dei funerali e, al tempo stesso, di sostenere la celebrazione di Mladić a livello interno (lo stesso Vučić ha dichiarato che lui «un serbo all’Aja non l’avrebbe mai consegnato»).

Al tempo stesso, anche per il movimento studentesco – progressista nelle sue rivendicazioni, ma eterogeneo dal punto di vista ideologico – la figura di Mladić rappresenta un terreno delicato. Se numerose associazioni e gruppi per i diritti umani in Serbia hanno condannato duramente la sua glorificazione, i canali ufficiali del movimento su questo non hanno preso parola. Di fronte alla scadenza elettorale, il movimento – che promuove la cosiddetta Lista degli studenti, lista civica con candidati scelti dai plenum universitari – si concentra sul raccogliere il consenso più ampio possibile contro il regime di Vučić, ed evita gli argomenti potenzialmente divisivi.

Ora, oltre alla rabbia di fronte all’esaltazione del boia di Srebrenica di questi giorni e alla necessità di non normalizzare quello che sta succedendo, bisogna chiedersi come ciò sia possibile. Anche se non riguarda l’intera società serba – ed è necessario ribadirlo – un fenomeno di questa portata non si può ridurre all’azione di una minoranza rumorosa. Perché una fetta della popolazione aderisce attivamente al culto di un genocida, mentre una fetta più ampia, pur non partecipando attivamente, non reagisce in modo netto? Una parte significativa della società serba ha interiorizzato e continua ad accettare una narrazione in cui le guerre degli anni Novanta rappresentano un’ingiustizia storica contro i serbi. Questo non deriva da un nazionalismo profondo e innato, impossibile da sradicare, o da un folklore sempre uguale a sé stesso.

È necessario riconoscere che ci sono meccanismi e responsabilità precise. C’è il ruolo della Chiesa ortodossa serba che, oggi come allora, coltiva il nazionalismo e ne alimenta i miti fondativi, dal Kosovo fino a Mladić. C’è un apparato militare che, nei suoi vertici, è rimasto in larga parte lo stesso di trent’anni fa. C’è un sistema educativo che non affronta le guerre degli anni Novanta, o le affronta dentro una narrazione negazionista e relativizzante. Ci sono le élite politiche che, in Serbia come in una Republika Srpska nata letteralmente dalla pulizia etnica e dal genocidio, usano e rinnovano di continuo la carta del nazionalismo per restare al potere.

E poi c’è un altro elemento, spesso taciuto, senza il quale però è difficile comprendere la presa che un nazionalismo continuamente rinnovato e rinnovabile ha ormai da più di trent’anni: il disastro che è stata la transizione post-socialista e la globalizzazione neoliberale nella periferia est-europea. Le liberalizzazioni, privatizzazioni, la precarizzazione, lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale – sanità, pensioni, servizi per l’infanzia – costruiti sotto il socialismo, la svendita della proprietà statale e sociale si sono intrecciate in Serbia con il contesto della guerra, favorendo la concentrazione della ricchezza e la nascita di nuove élite economiche attraverso dinamiche di corruzione, clientelismo e criminalità. Oltre ai suoi effetti sociali devastanti, la fine del socialismo ha anche significato la cancellazione politica della classe dal discorso pubblico, almeno fino alla crisi del 2008. Quando si è ricominciato a parlare di condizioni di vita e di lavoro, dell’emigrazione verso l’Austria e la Germania per lavorare, delle aziende straniere che in Serbia cercavano forza-lavoro a basso costo da sfruttare e risorse da estrarre, questi conflitti sono stati spesso riconfigurati in chiave nazionalista, con Vučić che è salito al potere nel 2012.

Ursula von der Leyen può dirsi scioccata dalle immagini del funerale di Mladić, negli stessi giorni in cui l’AfD sfonda nel Land orientale della Sassonia-Anhalt, mentre i fascismi guadagnano terreno in tutta Europa, con l’islamofobia e il razzismo contro i migranti come elementi fondanti e comuni. Ma il nazionalismo serbo si rafforza anche grazie a un risentimento verso l’UE che è reale e irrisolto: per la governance indiretta che Bruxelles esercita nell’area, per gli effetti delle riforme economiche e delle politiche di austerità dettate anche dalle condizionalità europee, per il fatto che il primo e più evidente interesse europeo nella regione resta la “stabilocrazia”. 

Per questo von der Leyen non rinuncia a fare affari con Vučić: i progetti di estrazione del litio e le attività di Rio Tinto sono stati presentati tanto dal governo serbo quanto dall’UE come un’opportunità strategica di sviluppo e di integrazione nelle catene europee legate alla transizione verde. Nel frattempo, a parte qualche dichiarazione, di fronte alla dura repressione e al muro alzato dal governo, il movimento studentesco serbo è stato nei fatti lasciato solo, e ha sentito questo isolamento.

Ratko Mladić è morto e sul suo posto nella storia non c’è da discutere: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra. La giustizia internazionale ha fatto il suo corso e questa è più un’eccezione che la regola. Il peso, anche politico, di queste sentenze non va in nessun modo sminuito. Tuttavia, guardando a ciò che ha lasciato – vite distrutte, territori “etnicamente ripuliti”, una politica dell’odio e della negazione dei crimini – vediamo che l’eredità della guerra non si risolve nei tribunali e che il nazionalismo non si combatte per via giudiziaria.

Le elezioni di ottobre rappresentano l’occasione per un cambiamento politico della Serbia e del suo apparato di potere e il movimento studentesco è l’unico soggetto che oggi potrebbe produrre questa trasformazione. Se avrà successo, non è scontato che sia in grado di rompere con l’egemonia nazionalista e di fare i conti con gli anni Novanta, ma è ciò che bisogna sperare e ciò che serve sostenere, a partire dalle lotte sociali, ecologiste e transfemministe che hanno contribuito ad alimentare le mobilitazioni di questi due anni.

In copertina: Manifestazione studentesca a Belgrado, 15 marzo 2025 (EPA-EFE/ANDREJ CUKIC).

Articoli ∫connessi

Un accordo è stato raggiunto tra Hamas e Israele. Le bombe che sono state lanciate incessantemente per due anni sulle...

Intervista a Chiara Caradonna (Università di Gerusalemme) Pubblichiamo un’intervista a Chiara Caradonna, Senior Lecturer nei...

Stiamo assistendo in questi giorni a un ennesimo salto di qualità nella Terza guerra mondiale....

Un accordo è stato raggiunto tra Hamas e Israele. Le bombe che sono state lanciate...

Intervista a Chiara Caradonna (Università di Gerusalemme) Pubblichiamo un’intervista a Chiara Caradonna, Senior Lecturer nei...

Stiamo assistendo in questi giorni a un ennesimo salto di qualità nella Terza guerra mondiale....

LEGGI ALTRO DA ∫connessioni globali

Una cronaca dal tribunale dell’immigrazione di New York Il palazzo al numero 26 di Federal Plaza, nell’estremità meridionale di Manhattan,...

Il Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo porta a compimento un lungo percorso di ridefinizione...

Una cronaca dal tribunale dell’immigrazione di New York Il palazzo al numero 26 di Federal...

Il Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo porta a compimento un lungo percorso di ridefinizione...

Iscriviti alla newsletter

Ricevi gli aggiornamenti su articoli ed eventi al tuo indirizzo email.