∫connessioni precarie

Riflessioni sulla mostra “This Will Not End Well”, Nan Goldin, nov./2025 – feb./2026, Hangar Bicocca, Milano

La fotografia sarebbe un fermo immagine, il racconto di un momento, ma Nan Goldin non la vede così. L’infanzia, segnata irrevocabilmente dal ricordo della sorella Barbara, suicida dopo i ricoveri forzati – voluti dai genitori – in strutture psichiatriche, sarà determinante per le sue future scelte di vita (Sisters, Saints, Sibyls; 2004-2022). Nelle interviste la voce è un propulsore di potenza, un proiettile che non ha ancora concluso il suo movimento, fende lo spazio, e la sicurezza e linearità sono date solo dal moto già compiuto: rimane ignoto, e al contempo certo, il suo punto d’arrivo. La morte della sorella accelera – ma il desiderio di “trovare una voce” è una ricerca che continua a rinnovarsi nella sua vita – la promessa di quel proiettile che taglia l’aria compiendo una traiettoria che continua a costruirsi.

Nel lutto rifiuta ciò che già le andava stretto: la tranquillità bidimensionale borghese del Maryland, il polveroso perbenismo dei genitori. Chiede e ottiene di venire iscritta a una scuola hippy e libertaria nel Massachusetts, dove incontra l’amico della vita, David Amstrong – che fotograferà fino alla sua morte – e, per la prima volta, la Polaroid.

Nan Goldin, The Ballad of Sexual Dependecy

La fotografia non è immagine, ma voce che diventa conversazione. Sono gli anni Settanta quando lascia la scuola per trasferirsi nella città, dove, come nel ventre di una bestia, tutto si muove (The Ballad of Sexual Dependency, 1981-2022). Prima Boston, poi New York, le strade, gli amici, la notte, la scena LGBTQ+, le feste, gli amici, le droghe, gli amici, un affetto che corre in legami non determinati socialmente.

Tutto accelera e al contempo trattiene: i figli, liberi di essere (Fire Leap; 2010-2022), le lotte politiche, le denunce, la violenza di uno sguardo stuprato e picchiato, che scruta sé stesso allo specchio, tra i lividi. Tutto viene raccolto da Nan, eppure non possiamo definirlo racconto. È un linguaggio che continua a costruirsi, cambiando, trasformandosi, ma dietro c’è sempre quel moto rettilineo che con violenza attraversa tempo e spazio (The Other Side, 1992-2021).

Goldin non si ferma, la sua chioma riccia e rosso fuoco, le labbra che si stagliano ,sembra di scorgerla nella pellicola che rappresenta due amanti, nel cane che corre sul prato. Lavora ai suoi microfilm per estirparne il senso. Torna e ritorna sulle opere, orme degli altri e di sé.

I microfilm sono continuamente aggiornati – li ho pensati come un’eco – ma l’eco riecheggia e tornando perde suoni e sillabe. Goldin, invece, traduce nuovamente, sovrapponendo nuovi significati a quelli precedenti; non è più memoria, ma discorso stesso. La verità è qualcosa di personale e lei la fa sua, continuando, nel tempo, a tornarci sopra, senza rimasticarla, senza riproporla: la storia non è una linea, è un incrocio di sensazioni, cambia ogni volta che la si pensa e al contempo rimane la stessa.

Nan Goldin, Nan after being battered, 1984.

Nan Goldin parte da questo per definirsi. Un gioco di colori, luci, buio, una vita che deve respirare appieno. Le sue pellicole sono come i pori di un corpo che suda, un corpo amato e odiato al contempo, il cui odore acre imbarazza e rassicura. Ferite di abbandono, di eccessi, di affetto, espressi nel lieve toccarsi di un uomo e una donna, nell’intesa giocosa che attraversa il guizzo di due sguardi appesantiti dal rimmel e da un ombretto troppo azzurro, un lampo di colore nella luce della notte che realizza un legame. Una danza che gioca con il bordo dell’abisso, dove il piede scivola oltre, senza possibilità di appigli sicuri e forse è solo il caso che ci permette di raccontarci (Memory Lost, 2019-2021). Non entra in punta di piedi, non guarda il mondo con garbo, con rispetto: ne partecipa. Essa stessa ne è soggetto, i suoi microfilm prendono la sua voce, le sue movenze. Si veste delle immagini – le inala e se ne sporca –che ritraggano lei, un paesaggio, amici, familiari, quadri (Stendhal Syndrome, 2024) o modelle (Sirens, 2019-2020): lei non sta dietro, non sta davanti, sta proprio dentro come se quei microfilm fossero bozzoli di una falena, dove la salivazione diventa essa stessa corpo tangibile.

Immagine di copertina: The Other Side: Jimmy Paulette on David’s Bike, di Nan Goldin.

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