
(16 giugno 1949 – 14 maggio 2026)
Con Adone Brandalise scompare un caro amico di molti di noi, una figura che ha interagito in maniera importante con i percorsi e coi progetti intellettuali di cui siamo stati a vario titolo individualmente partecipi, ma anche un interlocutore non occasionale delle riflessioni e delle posizioni che collettivamente abbiamo portato avanti in questi anni.
Brandalise è stato ricordato per avere toccato territori vastissimi, dalla letteratura alla filosofia, dalla psicanalisi alle esperienze delle religioni, senza mai irrigidirsi in compartimenti stagni e neppure in perimetrazioni ideologiche. Ciò è certo vero ed è confermato dall’ampiezza delle commemorazioni e dei ricordi che si affollano in questi giorni da provenienze disparate, dal mondo della sua università come da quello delle discipline e dei saperi. Questo generale consenso, quasi sempre sincero e sentito, veicola tuttavia il rischio dell’immagine di un Adone Brandalise saggio della città, ecumenico uomo di tutti, come dire, dal maestro al parroco.
Ora, se è vero che Adone parlava con tutti, non era un uomo di tutti. Per questo ci interessa aggiungere qualcosa. Il suo pensiero ha attraversato soprattutto le forme dell’oralità, in una disseminazione larga che era certo quella della didattica, ma più generalmente quella dell’interlocuzione e della ricerca comuni. Luogo primario ma non esclusivo di tale ricerca, l’università era vissuta da Adone come una forma di vita (pur senza dimenticarne mai la natura anche gelida di istituzione), della quale egli è stato un instancabile coadiutore, ma secondo dei criteri di efficacia del tutto estranei all’efficientismo scritturale perorato dagli odierni giannizzeri della valutazione quantitativa: secondo i loro criteri, come è stato opportunamente rammentato alle autorità accademiche al momento della cerimonia padovana dell’alzabara, Brandalise all’università non ci sarebbe mai stato.
Questa postura ricorda quella di Guido Bianchini, che anche per Adone è stato una figura importante e quasi magistrale, e con cui aveva dato vita a un’avventurosa esperienza di lavoro politico nel sindacato che solo banalizzando può essere definita sindacale, e che non va confusa con un’attitudine che prende forma solo in modo circostanziale, secondo le occasioni. Lo scavalco dei perimetri disciplinari non ha nulla di erratico, ma articola uno zoccolo duro di formazione e di pensiero, che anche biograficamente è parallelo a un interesse originario per la politica che è prima di tutto posizionamento, stare da una parte del mondo. Sono due aspetti inscindibili, anche se non sovrapponibili, che permangono nelle drammatiche trasformazioni di mezzo secolo e che tuttavia fino alla fine non lasciano spazio a fraintendimenti neutralizzanti del suo tragitto.
Adone, arrivato da Feltre a Padova nel secondo semestre del ’68, partecipa a pieno titolo al Comitato di base del Liviano – la facoltà di Lettere e Filosofia – e alle sue successive metamorfosi, ponendo le basi di un’originale militanza che si concentra da subito sull’università, suscitando a volte perplessità, ma che non ha nulla di isolazionistico. Muove piuttosto dalla cognizione che proprio lì riverberano in modo importante processi sociali e conflitti di classe di cui chi è in università deve farsi carico politicamente. Le travagliate esperienze nel Pci e soprattutto nella Cgil-Università negli anni che precedono il 7 aprile, cercando di mantenere un improbabile ma produttivo trasversalismo e una comunicazione con il movimento e le sue soggettività, sono in linea con questa centralità.
Negli stessi anni Adone si costruisce una strumentazione teorica che coniuga l’importo strutturalistico e la grande lezione di Spitzer, di Auerbach e della loro generazione che costituirà la prospettiva da cui aprire successivi percorsi. Molto di quanto farà negli anni successivi va compreso da questa angolatura. Il rapporto particolare con Lacan e i molti attraversamenti filosofici e delle esperienze religiose che a lungo lo impegneranno, affiancando il lavoro sulle scritture letterarie e sui testi cinematografici, non prescinderà mai da una stilistica che, come risorsa e a volte anche come limite, ne fornirà comunque la base e il carattere unitario.
Sono due facce irriducibili che gli saranno precocemente accreditate. Quando Vittore Branca, il suo maestro, lo vorrà appena laureato in università, lo farà certo per l’eccellenza di un giovanissimo studioso, ma anche per una passione politica che egli, democristiano lontano dalle posizioni del suo allievo, ma con un passato di partigiano combattente, riconosce nella sua autenticità.
In anni relativamente recenti, collettivamente, è proprio sul terreno della politica, della sua dimensione di parte, che abbiamo discusso con lui senza accordi preliminari ma con una volontà comune di capire. Così è stato sulla centralità epocale del tema delle migrazioni, ma anche sul prodursi di congiunture sulle quali la necessità dello scavo andava oltre l’indignazione o lo sgomento, come cerchiamo di documentare allegando due suoi significativi interventi. Certo ci mancherà, ma ci accompagnerà la domanda “cosa avrebbe da dirci Adone”. Non un compagno di strada, un compagno.