∫connessioni precarie

Dagli Stati Uniti a Potere operaio. Tracce di storie di classe

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Una conversazione con Ferruccio Gambino

Pubblichiamo un’intervista a Ferruccio Gambino, condotta assieme a Devi Sacchetto il 3 luglio 2025 a Padova, che, ricostruendo alcune esperienze politiche e intellettuali sviluppate tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, si concentra sull’organizzazione dei tre incontri internazionali tenuti da Potere Operaio fra agosto 1970 e ottobre 1971. A partire dal suo coinvolgimento nell’organizzazione degli incontri, Gambino racconta quell’intreccio di rapporti personali e politici che ha permesso di introdurre elementi innovativi nell’analisi operaista: dall’attenzione per l’iniziativa autonoma degli operai afroamericani di George Rawick e John Watson al femminismo marxista di Mariarosa Dalla Costa e Selma James, passando per l’iniziativa anticoloniale di C.L.R. James, punto di riferimento per una nuova generazione di militanti antirazzisti in Inghilterra.

Alcune di queste questioni erano affrontate politicamente negli incontri internazionali di Potere Operaio. In maniera crescente, la riorganizzazione post-bellica dello sfruttamento si reggeva su diverse forme di migrazione che hanno coinvolto tanto gli operai del Mediterraneo europeo impiegati come lavoratori ospiti nell’Europa centro-settentrionale, quanto i lavoratori e le lavoratrici delle ormai ex colonie emigrati nelle ex metropoli imperiali. Il razzismo e le migrazioni segnavano contemporaneamente somiglianze e differenze locali sostanziali, mentre riecheggiavano anche in Europa le lotte anticoloniali e quelle per la liberazione delle e dei neri. La figura e le questioni poste dal “lavoratore emigrato” hanno dunque rappresentato il punto di accesso per affrontare i problemi politici posti da una scala più che nazionale, in cui la sfida dell’organizzazione – anche cinquant’anni dopo il tentativo raccontato nell’intervista – continua a essere segnata dalla complessità e dalla necessità di farsi carico delle differenti condizioni di vita, di lavoro e di lotta attraverso la costruzione di connessioni politiche e comunicazione transnazionale.

***

Tra Detroit, Londra e Padova

Marco Meliti: In interviste precedenti[1], hai già ricordato come una parte significativa della tua vita sia stata caratterizzata da un certo pendolarismo, richiamando i viaggi fra Milano, Torino e Padova nel 1968 e 1969, per motivi accademici e politici. Accenni però anche a quando, pochi anni prima, treni e battelli ti portavano ben più lontano e in pianta più o meno stabile negli Stati Uniti o verso il Regno Unito. Puoi raccontarci di queste tue esperienze e dei rapporti intellettuali e politici che hai avuto modo di coltivare?

Ferruccio Gambino: L’interesse per l’Inghilterra fa seguito alla mia decisione di lasciare gli Stati Uniti al più tardi verso la fine dell’estate del 1967. Mi era stato offerto un contratto di un altro anno alla Columbia University di New York, dove già lavoravo dal 1966, e in quegli anni non si era ancora visto qualcuno che rifiutasse. Ho riflettuto e ho rinunciato. Nella primavera del 1967 dissi che di lì a pochi mesi me ne sarei andato, ma mi si credeva a stento. Tuttavia dentro una cerchia abbastanza ristretta si era presto diffusa la voce che Gambino fosse un “marxista non comunista”, per via dei contatti che avevo stabilito negli Stati Uniti, in particolare a Detroit con il gruppo di Facing Reality. Quindi prevedevo che prima o poi mi sarei trovato in difficoltà negli Stati Uniti.

Mi sono convinto che era meglio cambiare aria e sono tornato in Italia nel settembre del 1967. Nella primavera del 1968 sono andato in Inghilterra, dove George Rawick, che insegnava storia a Detroit, si era già stabilito temporaneamente per un anno sabbatico.Dalla metà degli anni Sessanta, Rawick stava lavorando al suo libro sulla schiavitù africano-americana [in italiano Lo schiavo americano dal tramonto all’alba, (a cura e traduzione di Bruno Cartosio, Feltrinelli, Milano, 1973; DeriveApprodi, Bologna, 2022)], sulla base delle interviste orali a ex schiavi e schiave, inedite e disperse, che negli anni Trenta erano state registrate e trascritte grazie a fondi federali del New Deal. Nel 1967 Rawick decise di partire per l’Inghilterra, dove si trovava dell’altro materiale bibliografico di studiosi che avevano lavorato sulla schiavitù nell’impero britannico e altrove. Prima di partire per Londra nell’aprile del 1967, Rawick venne a New York e io lo ospitai per un paio di settimane. Furono forse i quindici giorni più intensi del mio soggiorno newyorkese, e fu lì che stabilimmo una nostra solida amicizia.

Partendo per l’Inghilterra, Rawick mi invitò a raggiungerlo a Londra, anche per introdurmi alla cerchia di antillani che stavano intorno a C.L.R. James e che lui già conosceva in parte. In breve, la connessione degli “italiani” con C.L.R. James avvenne grazie a George Rawick e a Selma James, mentre C.L.R. James e io ci incontrammo per la prima volta soltanto circa due anni dopo, nel 1970 a Londra, quando C.L.R. James era di ritorno dal Canada dove insegnava.

Nel nostro primo incontro James mi esaminò amichevolmente ma a tutto tondo, per capire che cosa avevo studiato, come avevo studiato, come avevo lavorato in campagna fino ai miei 18 anni e poi a Milano dopo la fine del liceo. Lo scrutinio fu molto attento, anche perché C.L.R. James conosceva la vita di campagna e l’universale distanza tra la grande città e il piccolo borgo.

In quel periodo C.L.R. James era già molto provato, soprattutto a causa di un incidente d’auto. Tuttavia la sua mente era lucida e attenta. Seguiva la situazione internazionale, riservando un occhio di riguardo alle Antille, e in particolare alle sue isole, Trinidad e Tobago. A Londra e nelle altre città inglesi, invitato occasionalmente a parlare dalle comunità antillane e africane, accettava di buon grado. Ho assistito ad alcuni di quei dibattiti. Erano riunioni di trenta o quaranta persone, tutti e tutte giovani, molte e molti di loro studenti, che nutrivano una grande venerazione per lui. Alcuni di questi studenti erano politicamente alle prime armi e quindi C.L.R. James era didattico e prodigo di riferimenti ai punti cardine della loro storia: il colonialismo, la schiavitù, le lotte per l’autonomia e per l’indipendenza. Tuttavia C.L.R. James si era sempre manifestato interessato alle questioni europee e anche italiane. Per lui l’Italia era interessante per la presenza di un movimento di massa che, dopo i disastri del fascismo, era ora orientato decisamente a sinistra. Ricordo che verso la conclusione di una sua conferenza dedicata a un gruppo di studenti, credo nel 1972, disse: “Watch that country: Italy”.

Politicamente, James aveva sempre intrattenuto buoni rapporti con alcuni esponenti della sinistra laburista, che gli dimostravano una certa riconoscenza perché aveva mostrato loro gli aspetti più spigolosi e nascosti della storia del colonialismo – e non soltanto britannico. Di riflesso, C.L.R. James evitava sia gli scontri con i laburisti sia la fondazione di un vero e proprio gruppo politico britannico che fosse dedicato all’anticolonialismo. In breve, C.L.R. James non scriveva più volantini e opuscoli di agitazione antirazzista come per contro aveva fatto coraggiosamente nel Sud degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale. Scriveva articoli e interventi critici, dedicandosi alle lotte anticoloniali e alle prospettive delle comunità di origine africana immigrate in Europa dalle ex colonie e dalle colonie.

Nel 1968 Mariarosa Dalla Costa, mia collega a Padova, mi chiese di introdurla alla cerchia londinese di Selma James durante una visita a Londra. Selma James poteva già vantare allora una straordinaria esperienza politica. Newyorkese, compagna di scuola di George Rawick, aveva lavorato come operaia nell’immenso laboratorio industriale che era Los Angeles fra il 1951 e il 1953 e militato nel gruppo di Facing Reality. A Los Angeles pubblicò il suo opuscolo femminista A Woman’s Place (Correspondence, 1953), che poneva in termini originali e militanti il tema della globale segregazione patriarcale e non soltanto razzista.

Quando C.L.R. James viene espulso dagli Stati Uniti a causa del maccartismo, lei non esita a seguirlo e in Inghilterra dimostra una straordinaria sensibilità politica alla società britannica. Selma James e Mariarosa Dalla Costa si ritrovarono quindi sulla stessa lunghezza d’onda. Nacque allora un’amicizia tra loro, che però si incrinò intorno alla metà degli anni 1970, dopo che era stato pubblicato il libro Potere femminile e sovversione sociale (Marsilio Editore, Padova, 1972) che raccoglieva i due opuscoli, Donne e sovversione sociale di Mariarosa Dalla Costae Il posto della donna di Selma James [e un terzo testo, Maternità e aborto, a cura del Movimento di Lotta Femminile di Padova, ndr].

MM: La pubblicazione di quel libro testimonia comunque una stagione ricca di elaborazione teorico-politica e di esperimenti organizzativi, anche a livello internazionale, come appunto nel caso dell’International Feminist Collective, in cui Mariarosa Dalla Costa e Selma James sono state fra le protagoniste della lotta per il salario per il lavoro domestico. Mi pare che anche per questo ci fosse una certa attenzione verso quanto succedeva in Italia in quegli anni.

FG: Certamente, tanto che nel 1973 abbiamo tenuto un incontro con International Socialism nel nord dell’Inghilterra, organizzato da questo gruppo a cui parteciparono anche Mariarosa Dalla Costa, venuta con me dall’Italia, e Selma James, che era venuta da Londra. I militanti di International Socialism si meravigliavano del fatto che noi, “the Italians”, fossimo dei militanti e che nello stesso tempo insegnassimo in università. Fatto sta che International Socialism ha cominciato l’incontro parlando di una Italian School, una scuola di pensiero, per rivolgersi a noi di Potere Operaio, forse per farci un regalo che non avevamo chiesto

Io li ho lasciati andare avanti per un po’ con la loro Italian school, poi ho alzato la mano e ho detto che per quello che riguardava Potere Operaio non esisteva un’Italian School. Gelo in sala. Non ci riconoscevamo in una “scuola”. Ci interessava piuttosto parlare di strutture di classe, della cornice imperiale che resisteva in vari continenti a colpi e contraccolpi. Uno dei problemi è che quando tiravi in ballo la dimensione imperiale ti ritrovavi immediatamente a nominare una specie di tabù, con gli inglesi che rispondevano contrapponendo immediatamente i patimenti sofferti dal proletariato inglese. Per contro, e meritevolmente, le femministe inglesi non si allineavano con i maschi.

MM: L’idea dell’esistenza di una “so-called Italian school” continuerà comunque a catturare attenzioni oltremanica, per esempio, quelle del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham dove, fra i materiali di un lavoro di ricerca sulle trasformazioni dello Stato tra il 1976 e il 1977, si ritrovano anche testi di Mario Tronti, Sergio Bologna, Guido Baldi (alias di Mario Montano) e… Ferruccio Gambino. Questo anche grazie al fatto che la pubblicazione di Operai e Stato(Feltrinelli, Milano, 1972; DeriveApprodi, Bologna, 2024) ha avuto una circolazione immediatamente internazionale, come ha ricordato Sergio Bologna. Già nell’autunno del 1972 sulla rivista statunitense Telos, uscivano una recensione del volume e una traduzione inglese del saggio di Bologna (successivamente tradotto anche in tedesco), mentre la traduzione inglese del tuo testo sulle lotte operaie alla Ford in Gran Bretagna diventerà la prima pubblicazione della collana inglese Red Notes Pamphlets(1976).

FG: Quella del mio testo non è affatto una traduzione fedele. Il traduttore fu Ed Emery che non mi chiese nessun permesso per la pubblicazione e che volgarizzò la versione inglese per renderla più appetibile, come lui stesso ammise. Tra l’altro, allora in Italia si parlava poco di Gran Bretagna, ovvero lo si riteneva un paese poco interessante. Per contro, la Gran Bretagna era di un certo interesse in Europa perché, a partire dai primi anni del dopoguerra europeo, fu antesignana (con la Francia) di un’immigrazione che giungeva soprattutto dalle Antille britanniche, anche attraverso specifiche politiche di reclutamento. E su questa immigrazione si reggevano la metalmeccanica e gli ospedali britannici. La Ford poi teneva un piede nel Regno Unito perché era interessata non soltanto al mercato automobilistico interno, ma anche a quello sudafricano e olandese.

La Gran Bretagna era poi di un qualche interesse anche perché il sistema sanitario nazionale britannico sembrava trainare un movimento favorevole a sistemi sanitari nazionali non soltanto nell’Europa continentale ma anche negli Stati Uniti, dove per contro le varie proposte fallirono. Diversamente da altri paesi, la realizzazione del Servizio sanitario nazionale britannico era intesa come un alleviamento del lavoro femminile di cura.

MM: La stessa realizzazione del sistema sanitario nazionale inglese è stata possibile grazie al reclutamento di infermiere e soprattutto lavoratrici dei servizi ausiliari dai Caraibi. A proposito delle migrazioni di quegli anni, nel tuo saggio sulla Ford ci sono passaggi notevoli su questi aspetti. Ne cito uno prima di passare oltre: “È così che gli antillani e gli africani, che sono circa il 20% dei 22.000 di Dagenham, lavorano nella fabbricazione delle parti staccate e preparano materiale per il montaggio in un Sud Africa – che con i Paesi Bassi è il maggior mercato di auto della Ford Britannica – dove la Ford li discriminerebbe, come effettivamente discrimina per linee di colore”.  

Verso una nuova internazionale rivoluzionaria

MM: Non sorprende che anche fuori dai circuiti accademici inglesi ci fosse una certa attenzione per questo tipo di riflessione teorico-politica, in particolare nell’ambiente del Black Power britannico. Tramite gli archivi di questi gruppi politici a Londra sappiamo che hanno letto alcune traduzioni di articoli usciti su Potere Operaio,così come dai resoconti pubblicati su Potere Operaio (nei numeri 34, 35 e 36 di Potere Operaio e nell’inserto “Verso la conferenza d’organizzazione per una nuova internazionale rivoluzionaria” del n. 44) sappiamo di almeno tre incontri internazionali con la partecipazione di diverse organizzazioni europee e non solo. Puoi parlarcene?

FG: Il primo convegno internazionale si è tenuto nell’agosto del 1970 a Baroncoli, nei pressi di Firenze. Ma già l’anno prima erano arrivati in Italia alcuni militanti da Kiruna, in Svezia, la città mineraria che adesso stanno radendo al suolo perché hanno trovato che il sottosuolo è ricco di minerali. Nel ’69 i minatori di Kiruna avevano dato vita a un lungo sciopero. Una loro delegazione venne a Marghera, insieme con alcuni operai tedeschi, per un incontro coordinato da Augusto Finzi e da Italo Sbrogiò, se ben ricordo. Proiettarono un documentario autoprodotto sulle loro condizioni di lavoro. Io purtroppo allora non ero in Italia.

Il convegno di agosto 1970 a Baroncoli è stato organizzato in parte da Lapo Berti, che si è occupato dei rapporti con la delegazione tedesca, e in parte da me per la presenza di John Watson della League of Revolutionary Black Workers di Detroit. Si è svolto in un cascinale ed è durato due giorni, che ho raccontato in un articolo per la rivista statunitense di cinema Black Camera[2]. Lo scopo dell’incontro era di confrontarsi fra gruppi politici che sviluppavano interventi in fabbrica, seppure in contesti nazionali ben diversi. Chi ha tenuto piazza a Baroncoli è stato appunto John Watson, arrivato in Italia dopo essere passato per l’Inghilterra e aver discusso con alcuni esponenti del Black Panther Movement inglese, quelli che poi sarebbero diventati il Race Today Collective. Il tramite fra gli antillani in Inghilterra e la League of Revolutionary Black Workers a Detroit era il gruppo di Facing Reality, cioè C.L.R. James, Selma James, Martin Glaberman e George Rawick.

A Firenze c’erano anche compagni e compagne di area tedesca, studenti ed ex studenti, che in parte lavoravano alla Opel vicino a Francoforte, alcuni dei quali facevano intervento in fabbrica. E per un soffio abbiamo evitato lo scontro e la rottura tra John Watson e i compagni e le compagne tedeschi: perché mentre Watson spiegava i problemi degli afro-americani, un gruppo di loro gli ha domandato se la League of Revolutionary Black Workers parlasse con gli operai bianchi a Detroit “per educarli” alla coscienza rivoluzionaria oppure no. John Watson si è innervosito e io mi sono messo le mani nei capelli e così anche Lapo Berti. A quel punto ho detto “Hold on, John”. Sono andato dai compagni tedeschi e ho fatto capire che se la mettevano in termini pedagogici, saltava tutto l’incontro. Era meglio lasciare che John Watson spiegasse che cosa effettivamente era successo durante e dopo la grande rivolta di Detroit del 1967. Allora l’incontro è potuto continuare e nel pomeriggio Watson ha presentato un documentario intitolato Finally Got the News (1970), che tradotto suona “Finalmente abbiamo capito”.

La riunione si era articolata per un giorno e mezzo ed era stata fruttuosa. L’unica persona non tedesca, non italiana e non statunitense nel convegno era “Maria”, nome fittizio di una compagna che era arrivata dalla Spagna ancora sotto dittatura e che lavorava con le Comisiones Obreras a Barcellona. Maria era sopraggiunta all’ultimo momento prima dell’inizio dei lavori e poi, appena chiuso il convegno, ci siamo accorti che Maria era già ripartita da sola.

MM: Come funzionava l’organizzazione delle conferenze? A proposito di questi accordi di cui parli, ci si sentiva tra organizzazioni o si passava più per rapporti individuali?

FG: Erano soprattutto contatti su una base personale e politica: c’era una forte e comune fiducia reciproca.

Il secondo convegno si è tenuto a Zurigo, nel novembre del 1970, dove arrivarono ancora alcuni ex studenti che lavoravano nell’industria dell’auto attorno a Francoforte. Erano presenti anche i compagni e le compagne svizzere che erano attivi nelle fabbriche del Canton Ticino, e in particolare nella zona della montagna sopra Bellinzona, in una fonderia che si chiamava Monteforno, e lì avevano fatto intervento e costruito un rapporto di fiducia piuttosto solido e radicato tra operai, in grande maggioranza immigrati, e intellettuali svizzeri. Negli anni 1960 la direzione della fonderia aveva inviato qualche agente ticinese a reclutare operai in Italia, in particolare in Sardegna, e così era riuscita a mandare avanti la fabbrica per un po’ di anni con immigrati italiani, finché ha chiuso nel 1995.

Oltre ai compagni e alle compagne tedeschi e ai migranti italiani in Svizzera, c’era anche qualche austriaco e poi mi pare che fosse presente anche Daniel Cohn-Bendit, che era soprattutto conosciuto come uno dei leader del Maggio ‘68 francese. E poi c’eravamo anche noi italiani, almeno sette o otto.

MM: La composizione soggettiva che richiami mi pare spiegare perché una parte consistente della discussione a Zurigo sia stata dedicata alla questione dell’emigrazione. Uno degli esiti di questo incontro internazionale è stato infatti un primo tentativo di azione internazionale: un volantinaggio in più lingue (italiano, spagnolo, turco, portoghese, tedesco e francese) sui treni dell’emigrazione di ritorno per le vacanze natalizie.

A questo ha fatto seguito un ultimo convegno, che si è tenuto dal 1 al 3 ottobre 1971 a Firenze, e che mi sembra particolarmente rilevante per almeno due motivi. Il primo è la questione dell’organizzazione internazionale, nominata fin dal titolo (“Verso la conferenza d’organizzazione per una nuova internazionale rivoluzionaria”), e poi per l’ampia partecipazione che ha coinvolto, oltre ai gruppi politici e lavoratori già conosciuti negli incontri precedenti (militanti e lavoratori da USA, Svizzera, Francia e Germania), anche le Pantere Nere israeliane, l’Irish Republican Army, e almeno tre partecipanti dall’Inghilterra. Accanto al “compagno di Londra” – il primo dei tre a intervenire, come riportato nel n. 44 di Potere Operaio – ci sono anche un membro del Black Panther Movement inglese e un “compagno antillano immigrato a Londra”. Il primo, nel suo intervento, ricostruisce le lotte di fabbrica e le lotte antirazziste delle e dei neri in Inghilterra, ricordando che pochi giorni dopo il congresso di Firenze avrebbe avuto inizio a Londra il celebre processo ai Mangrove 9, che coinvolgeva alcuni suoi compagni e compagne. Il lavoratore antillano poi ricostruisce l’evoluzione delle leggi sulla cittadinanza e sull’immigrazione nel Regno Unito post-bellico, sottolineando come fossero parte di una stessa logica di governo della classe operaia che impattava anche i lavoratori bianchi tramite le cosiddette “leggi anti-sciopero” (Industrial Relations Act del 1971).

FG: Il compagno di Londra è probabilmente Ed Emery, che allora si faceva chiamare Peter Martin e che faceva parte del gruppo di Big Flame. Oltre al lavoratore antillano che nominavi, c’è stata anche la partecipazione di un dominicano del Movimiento Popular Dominicano, che ha espresso un po’ di estraneità rispetto a quelle che erano le lotte di fabbrica, perché conosceva soltanto lotte di piantagione. Nella sala fiorentina qualche italiano faceva spallucce: i compagni meno avveduti di Potere Operaio lo hanno subito preso sottogamba. A quel punto mi sono inalberato. Questo compagno era arrivato da Santo Domingo e tentava di spiegarci come funzionavano i rapporti di lavoro nei Caraibi, con tanto di dittatore messo in piedi dalle multinazionali statunitensi.

Era l’enorme incomprensione per tutto quello che riguardava la vicenda degli africano-americani, sia negli Stati Uniti sia nelle Antille, da parte di questi operaisti che non avevano cercato di capire come funzionava e funziona il razzismo. Già allora non c’erano soltanto gli africano-americani ma anche gli asiatici, e cominciavano a essere presenti nelle fabbriche e nei cantieri gli indiani, i pakistani e anche un po’ di nordafricani. A Detroit, i siriani erano una componente militante dell’UAW, il sindacato dell’auto, e vi svolgevano anche incarichi importanti. Tuttavia, questa volta dagli Stati Uniti c’era un giovane che faceva parte della League of Revolutionary Black Workers, ma che, a parte l’indottrinamento di gruppo all’interno della League, capiva poco di industria e di salari.

Dopodiché, però, si sono sentiti lo scricchiolio finale della League e i primi scricchiolii di Potere Operaio.


[1] Intervista del 10 giugno 2001 in Futuro anteriore. Dai ‘Quaderni rossi’ ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero (DeriveApprodi, Roma, 2002); Dylan Davis, The Revolt of Living Labor: An Interview With Ferruccio Gambino, «Viewpoint Magazine», 5 novembre 2019.

[2] Ferruccio Gambino, Close-Up: Finally Got the News on Another Continent, «Black Camera, An International Film Journal», vol. 15, No. 2 (Spring 2024), pp. 93-99.

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