“Di fronte alla fiacca vecchiaia del pensiero borghese, il punto di vista operaio può vivere forse solo adesso la stagione feconda di una sua forte giovinezza. La conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia”.
Mentre leggo un articolo intitolato “Odiare chi può permettersi una casa in centro a 30 anni” mi tornano in mente queste frasi che aprono Operai e capitale. Ho quasi quarant’anni. Per una sfortunata combinazione di fattori, sono ancora precario. Lavoro in uno dei maggiori atenei del Paese, dopo aver avuto esperienze lavorative di alto livello in altri atenei, anche loro “tra i maggiori” dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Eppure, dal punto di vista reddituale mi colloco appena al di sopra della soglia di povertà assoluta secondo le stime del 2024 (non c’era ancora il carovita figlio della guerra in Iran). I miei genitori sono a loro volta figli di una genealogia di lavoratori salariati. Mia madre ha fatto, per tutta la vita, l’impiegata in una fabbrica metalmeccanica. Mio padre, emigrato, è stato manovale, operaio metalmeccanico e in fonderia, disoccupato per quasi due anni, cuoco, asfaltatore, finché (finalmente) è riuscito a stabilizzarsi come dipendente di un ente pubblico locale. Oggi sono, entrambi, pensionati. Mio nonno materno ha lavorato in una conceria prima di ammalarsi e di morire poco dopo aver superato i 50 anni, lasciando mia nonna a districarsi tra la fabbrica e il lavaggio dei piatti nelle trattorie della zona per campare le sue tre figlie. Mio nonno paterno era bracciante, mia nonna materna si arrangiava come poteva tra lavori domestici e altri piccoli espedienti che servivano a raccogliere il necessario per i loro tre figli. Il mio bisnonno e il mio trisavolo non so nemmeno chi siano, ma dubito potessero vantare chissà quali ricchezze. Anche includendo zii e prozii, la scena della rappresentazione resterebbe la stessa. Al centro di essa vi sarebbero, in ogni caso, vite completamente destinate al lavoro salariato per la sopravvivenza.
Siamo, banalmente, dei proletari: un’identità che, in fondo, rivendico o di cui, comunque, non mi vergogno. Non c’è nulla da nascondere, né alcuna colpa da espiare in questo DNA operaio che ci definisce. È un dato di fatto. È , ad esempio, il sistema di valori che mi ha consentito di scoprire già in giovane età la crudezza del lavoro sotto padrone e che mi ha fatto credere alla favola dello studio come motore di un ascensore sociale che avrebbe dovuto portarmi lontano dalla casella che, in teoria, mi era stata affibbiata alla nascita. È , dunque, una collocazione nel mondo che accetto senza riserve: è ciò che ha reso la mia traiettoria non solo immaginabile, ma percorribile.
E tuttavia, questa traiettoria non pare più assecondare, nemmeno in astratto, una vaga idea di “realizzazione” (non posso dire “successo”), né tantomeno trova un riscontro nella realtà. Esiste infatti una dimensione pratica del vivere, fondamentale per stare al mondo in modo dignitoso, che almeno alla mia genealogia famigliare è stata concessa, pure se al prezzo di durissimi sacrifici, e che a me è semplicemente preclusa.
Questa dimensione pratica è fatta di cose materiali – la casa, certo, magari non a quaranta minuti di macchina e un’ora di treno dal luogo di lavoro – e di cose immateriali – per esempio, una prospettiva di futuro in cui il lavoro salariato non serva solo a riprodurre sé stesso. Il tema, insomma, è la qualità della vita che discende da una vita passata a lavorare.

Cosa succede a una generazione che, nata proletaria, scopre che, al netto di tante promesse (la più crudele, quella sullo studio come ascensore sociale), resterà proletaria? Beh, succede che ti sale l’odio. È nel ripetersi sempre uguale dei giorni, più che nelle occasioni mancate, che si annida la frustrazione. Non è il pensiero di ciò che avrei potuto avere e non ho, ma la certezza che, dovendo vivere solo di salario, il mio margine resterà sempre lo stesso: lavorare per arrivare a fine mese. Come – se non peggio di – mio padre, mia madre, i miei nonni i miei zii e i miei prozii.
Nella continuità di ciò che è (lavoro salariato senza proprietà, precarietà senza paracadute, reddito che non può mai diventare ricchezza), e non nello scarto tra ciò che poteva essere e non è stato, matura una forma di odio che non è invidia o risentimento frutto della caduta piccolo-borghese di chi scopre la medietà della (cosiddetta) “classe media”, ma rifiuto consapevole di un mondo costruito sullo sfruttamento e sull’oppressione. Non è un sentimento astratto, ma una conoscenza pratica del rapporto di classe, è il modo in cui il mio corpo registra ogni giorno la violenza di un ordine sociale che pretende, oggi come ieri, di costruire la gerarchia di classe sulla base della classificazione.
Io non odio chi può permettersi una casa in centro a 30 anni (magari senza mutuo); odio il fatto che la mia vita e quella di chi mi ha preceduto sono state consumate a finanziare il “diritto” di altri a non dover mai scoprire cosa significa vivere senza rendita.