In uno straziante post sui social media, l’AfghanPunkZine ha scritto:
«Il significato simbolico di bombardare e uccidere uomini che cercano di guarire dalla dipendenza, che cercano di ricostruire le proprie vite e trovare speranza lontano dal dolore. Come nasce la dipendenza? Chi ha portato queste droghe nel paese e ha costruito l’economia attorno a esse? Chi ha portato il dolore nel paese? Chi ha portato la disperazione? Chi trae vantaggio dal fatto che le persone soffrano?
Ecco perché dico sempre: l’Afghanistan è tutto. E con tutto intendo che è sia il macro che il micro dell’imperialismo – dal suo suolo al suo cuore pulsante, fino al modo in cui teniamo ai nostri amati e a noi stessi. Ci insegna tutto: l’estrazione di esseri umani, della natura, del suolo, degli animali. Cercano di estrarre frammento dopo frammento ciò che significa essere umani. Ma è patetico, perché rivelano l’opposto – l’essenza di ciò che un essere umano è davvero. Penso solo agli afghani oggi, perché sappiamo tutti che solo loro comprendono. Solo loro comprendono».
Il 16 marzo 2026, un centro di riabilitazione dalla dipendenza a Kabul, in Afghanistan, è stato colpito dai pesanti attacchi aerei delle forze aeree pakistane. La BBC lo ha definito «l’attacco più letale in Afghanistan, forse il più letale di sempre, certamente il più letale degli ultimi tempi, compresi i 20 anni di guerra tra i talebani, la NATO e le forze della repubblica afghana». Il numero dei morti potrebbe essere molto più alto, ma a maggio un rapporto ONU ha confermato la morte di 269 uomini, stimando ulteriori 122 feriti. Gli attacchi hanno danneggiato gravemente l’ospedale da duemila posti letto e la sua struttura. Secondo il rapporto dell’ONU, i bombardamenti hanno colpito prima la moschea e le aree di ristoro dell’ospedale, poi il magazzino alimentare, i dormitori e le aree di formazione professionale. L’ironia è dolorosamente evidente: vedere un paese come il Pakistan – il cui capo dell’esercito è noto per essere un hafiz-e-Quran (qualcuno che ha letto e memorizzato per intero il Corano) – condurre questi «attacchi di precisione» sui pazienti del centro di riabilitazione Omid subito dopo le preghiere serali del Tarawih durante le sante notti del Ramadan. Prendere di mira pazienti che uscivano dalla moschea nelle notti dedicate alla pazienza, alla misericordia e alla compassione, nel mese in cui le comunità si riuniscono per pregare e riflettere.
Ciò che rende tutto ancora più straziante è che le persone prese di mira stavano cercando di guarire, di riprendersi e ricostruire le loro vite spezzate. Una fede che attribuisce così grande importanza alla misericordia e alla sacralità della vita umana non permette di ignorare questo contrasto: forse il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, ha preservato i versetti sacri nella memoria ma, nella realtà, lo spirito di quegli insegnamenti è distrutto. Mentre molti musulmani celebravano l’Eid [la fine del digiuno] in tutto il mondo, nella capitale dell’Afghanistan venivano allineate bare di legno mentre le famiglie in lutto cercavano i loro cari.
I titoli dei giornali internazionali sono saturi di notizie sulle crescenti tensioni tra Stati Uniti, Iran e Israele, ma molti potrebbero non sapere che si sta svolgendo un altro conflitto: il Pakistan ha dichiarato guerra aperta all’Afghanistan, accusando quest’ultimo di ospitare il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), sospettato di aver condotto attentati suicidi in Pakistan non molto tempo fa. I talebani respingono queste accuse. Si dice che il TTP sia un sottoprodotto dell’invasione statunitense dell’Afghanistan. Fondato ufficialmente nel 2007, il TTP si proclama un’estensione dei talebani afghani. I jihadisti pakistani e le forze militanti afghane hanno combattuto insieme, ma i primi si sono rivoltati contro lo stato pakistano dopo la decisione di Islamabad di sostenere gli sforzi di Washington contro il terrorismo. È la più grande organizzazione militante del Pakistan ed è considerata dal Dipartimento di Stato un’organizzazione terroristica straniera.
I due paesi avevano dichiarato e concordato di mantenere un cessate il fuoco durante i loro incontri tenutisi a Doha e Istanbul. Da ottobre 2025 la violenza armata transfrontaliera ha causato il ferimento e la morte di circa 500 civili. All’inizio del 2026 questa violenza armata transfrontaliera ha ripreso slancio: la UNAMA (Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) documenta oltre 750 morti e feriti civili dal 1° gennaio al 31 marzo 2026, la maggior parte delle vittime causate da attacchi aerei. In Pakistan, le crescenti tensioni hanno portato, a partire dal 2023, a campagne di espulsione di massa di rifugiati afghani che erano arrivati nel paese vicino dopo la presa del potere dei talebani; solo nel 2025 oltre un milione di afghani sono stati deportati. Riguardo agli attacchi al centro di riabilitazione, il governo e i funzionari militari pakistani hanno negato di aver preso di mira infrastrutture civili, sostenendo di aver effettuato «attacchi di precisione» su installazioni militari e infrastrutture di supporto al terrorismo nella provincia orientale di Nangarhar e a Kabul.
La presunta ignoranza del Pakistan in merito all’esistenza dell’ospedale di riabilitazione Omid è difficile da accettare, soprattutto perché era nota e documentata da importanti media internazionali come AlJazeera e BBC. È difficile da credere che prendessero di mira basi militari e non fossero a conoscenza della posizione della struttura. È anche per questo che questo attacco risulta così inquietante: si ricorre a termini come «precisione» e «sicurezza» mentre un ospedale viene trasformato in un campo di battaglia e strutture sanitarie e famiglie innocenti continuano a pagarne le conseguenze.
Le basi militari statunitensi e i centri di riabilitazione
Dopo che gli americani hanno abbandonato il campo di addestramento militare statunitense chiamato Camp Phoenix, l’infrastruttura è stata trasformata nel centro di riabilitazione Omid, che significa «speranza» in dari e pashto. La struttura Omid si trovava a circa un chilometro dagli uffici principali dell’ONU; Fiona Frazer, rappresentante dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Afghanistan, ha sottolineato come le agenzie ONU stessero fornendo supporto ai pazienti dell’ospedale. Non è la prima volta che un ospedale viene deliberatamente attaccato in Afghanistan: il bombardamento di Omid richiama quello avvenuto nel 2015, quando gli Stati Uniti hanno attaccato il centro traumatologico di Medici Senza Frontiere a Kunduz (nell’Afghanistan settentrionale) uccidendo 42 persone, nonostante MSF avesse fornito la posizione esatta e le coordinate GPS del centro traumatologico sia al Ministero degli Interni e della Difesa afghano sia al Dipartimento della Difesa e all’Esercito degli Stati Uniti a Kabul. Anche se l’esercito statunitense alla fine ha riconosciuto la propria responsabilità, fino a oggi nessuno è stato perseguito per quegli attacchi.
Oltre al centro Omid, a Bagran il primo marzo è stata attaccata un’altra ex base aerea militare, che era uno dei più grandi centri operativi della presenza militare statunitense. I talebani intendono trasformare queste ex basi militari straniere in zone economiche speciali. La posizione di Bagram e le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump offrono però un’altra chiave di lettura di questi attacchi. Il presidente ha più volte espresso la sua richiesta di mantenere la base aerea di Bagram per la sua vicinanza alla Cina, arrivando a twittare sulla sua piattaforma social: «Se l’Afghanistan non restituisce la base aerea di Bagram a chi l’ha costruita, gli Stati Uniti d’America, ACCADRANNO COSE BRUTTE!!!». I talebani hanno respinto le sue richieste.
La nascita del regno della droga
Per capire come l’Afghanistan sia arrivato a questo punto, è importante ricordare ciò che è accaduto storicamente. L’Afghanistan non è sempre stato un regno della droga. Tra il 1979 e il 1989 l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan, sostenendo un governo di sinistra noto anche come Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Per combattere i sovietici, la CIA forma i mujahideen sostenuti dagli USA nell’ambito dell’Operazione Ciclone, una coalizione di gruppi islamici militanti che si opponevano al regime filosovietico. Un articolo pubblicato nel 2003 sul Time Magazine intitolato «The Oily Americans» spiega come questi eventi abbiano preparato il terreno per un’altra politica estera statunitense plasmata dagli interessi petroliferi.
All’epoca il governo filosovietico ha condotto raid e programmi di sostituzione delle colture, distruggendo sistematicamente i terreni agricoli e costringendo le popolazioni rurali a spostarsi verso i centri urbani per essere controllate più facilmente. I sovietici hanno danneggiato il 36% dei sistemi di irrigazione del paese e il bestiame è diminuito del 70%. Enormi distese di terreno coltivabile tra il 1979 e il 1989 sono state bombardate e minate causando gravi difficoltà agli afghani, in particolare alla popolazione rurale. Molte persone sono morte, molte famiglie sfollate e altre sono state costrette a migrare nei paesi vicini a causa dell’invasione e dell’occupazione sovietica. Questi eventi hanno sconvolto profondamente il settore agricolo del paese. Gli agricoltori hanno quindi cominciato a passare alla coltivazione dell’oppio, molto più redditizia. Diverse fazioni dei mujahideen afghani create per combattere i sovietici hanno incoraggiato la coltivazione del papavero destinato poi a trasformarsi in eroina. Il traffico di droga è diventato presto la principale fonte di finanziamento per i signori della guerra afghani come Gulbuddin Hekmatyar, ex primo ministro e mujahidin che riceveva ingenti finanziamenti dagli USA per combattere i sovietici. Durante gli anni Ottanta e Novanta, Hekmatyar ha finanziato le sue operazioni militari principalmente attraverso il traffico illegale di droga. L’Operazione Ciclone è stata una delle operazioni ‘sotto copertura’ più costose della storia: la CIA ha investito oltre tre milioni di dollari per armare e addestrare i mujahideen. Il sostegno fornito ai cosiddetti «combattenti per la libertà» negli anni Ottanta ha contribuito all’espansione della produzione di oppio nel paese, favorendo il collegamento tra i laboratori pakistani di eroina e il mercato mondiale. Il papavero era coltivato e raccolto su larga scala da contadini, gruppi guerriglieri e reti criminali; è però importante sottolineare che non tutti i mujahideen né tutti i gruppi tribali erano coinvolti nella produzione.
Negli anni Novanta l’Afghanistan è precipitato in una continua guerra civile. I signori della guerra si sono spartiti i territori, la produzione dei principali mezzi di sussistenza è crollata mentre la coltivazione di papavero generava redditi significativamente maggiori per gli agricoltori afghani, trainando l’economia rurale. Nel 2000 i talebani hanno posto fine alla guerra civile prendendo il potere e ne hanno vietato la coltivazione. Il divieto si è accompagnato a vari strumenti per limitarne la coltivazione: distruzione delle colture, monitoraggio e punizioni pubbliche. A partire dal raccolto del 2001, l’applicazione della legge talebana contro l’oppio ha portato a una riduzione del 99% nella produzione e a una riduzione netta del 65% della potenziale produzione mondiale di eroina. Molti analisti considerano questo evento come il più efficace intervento di controllo della droga nella storia moderna. Nel decennio successivo, dopo che le forze statunitensi e britanniche hanno rovesciato i talebani e invaso l’Afghanistan con il pretesto della lotta al terrorismo, l’industria del papavero, quasi eradicata, è ripresa e si è estesa. Anche se nel 2002 il governo Karzai, sostenuto dalla NATO, ha vietato la coltivazione e il traffico di oppio, la maggior parte degli agricoltori più poveri ha continuato a coltivarlo. L’oppio, resistente alla siccità, è facile da conservare e da trasportare e non richiede refrigerazione. Con le infrastrutture limitate e i sistemi di irrigazione distrutti, tornare a coltivare colture tradizionali era diventato incredibilmente difficile per gli agricoltori locali.
Patricia Gossman, direttrice associata senior per l’Asia di Human Rights Watch, ha dichiarato: «Ho trascorso gran parte degli ultimi vent’anni a parlare con gli afghani delle conseguenze di una lotta al terrorismo andata storta – le morti e i feriti civili che non sono mai comparsi nel conteggio delle vittime degli attacchi aerei del Pentagono; le incursioni notturne trasformate in esecuzioni sommarie ai danni di persone che avevano la sfortuna di vivere in un distretto conteso; le torture di persone detenute, che hanno distrutto vite e alimentato vendette».
Un articolo del 2008 stima che circa il 90% della coltivazione mondiale di oppio abbia luogo in Afghanistan, facendo del paese il principale produttore mondiale. Negli anni Ottanta e Novanta, gli Stati Uniti sono stati attraversati da una diffusa epidemia di crack ed eroina, che ha alimentato una serie di campagne antidroga, tra cui la celebre iniziativa «Just Say No», promossa da Ronald e Nancy Reagan attraverso un discorso televisivo dalla Casa Bianca. Dopo il 2001, gli Stati Uniti hanno investito ingenti risorse non solo nella cosiddetta guerra al terrorismo, ma anche nella lotta alla produzione e al traffico di stupefacenti. Tra il 2002 e il 2017, le operazioni antidroga sono costate circa 8,6 miliardi di dollari e hanno comportato pesanti conseguenze umane, causando la morte o il ferimento di numerosi afghani, soldati statunitensi e mercenari. Ci si potrebbe quindi chiedere: perché la politica antidroga statunitense è fallita così miseramente, nonostante spese così ingenti?

Una volta entrate nel paese dopo la caduta del regime talebano, le forze statunitensi si sono trovate di fronte a un dilemma strutturale: per consolidare rapidamente un governo alleato, si sono affidate a comandanti locali come uomini forti e signori della guerra, anziani tribali e altri potentati regionali, molti dei quali erano profondamente integrati nell’economia dell’oppio e beneficiavano del sostegno finanziario statunitense. Nel suo The Fort Bragg Cartel, Seth Harp analizza il ruolo delle invasioni statunitensi nel favorire indirettamente l’espansione delle economie della droga, sostenendo che proprio durante l’occupazione l’Afghanistan si è consolidato come il più importante narco-Stato del mondo. Parallelamente, anche i talebani hanno incentivato la coltivazione dell’oppio tra gli agricoltori locali, per ottenere fondi e consensi. Quando sono tornati al potere nel 2021, il paese ha registrato il quinto anno consecutivo di raccolti record: la produzione ha raggiunto circa seimila tonnellate di oppio, equivalenti a oltre trecentoventi tonnellate di eroina pura destinate ai mercati internazionali.
L’importanza degli ospedali di cura dalla dipendenza in Afghanistan
Quando un paese diventa uno dei maggiori produttori di oppio, il consumo interno diventa una conseguenza inevitabile. Una maggiore disponibilità di droghe illegali aumenta la probabilità di distribuzione locale e abuso di sostanze, trasformando questa produzione letale in un problema sociale e di salute pubblica.
I rifugiati afghani che vivevano in Iran e Pakistan, compresi gli sfollati interni, hanno cominciato a consumare eroina, oppio, hashish e altre droghe che offrivano una via di fuga dalla tragica realtà che stavano vivendo. L’abuso di droghe è un meccanismo di adattamento all’immenso dolore e alle perdite inflitte al popolo afghano. Il direttore dell’ospedale psichiatrico di Kabul, il dottor Abdul Ahad Award, ha dichiarato che le forme di dipendenza più diffuse non sono solo eroina e oppio, ma anche droghe iniettabili, analgesici antidolorifici, lucido da scarpe, cannabis, farmaci da prescrizione e colla.
Secondo l’UNDCP (Programma internazionale per il controllo della droga delle Nazioni Unite), il 40% dei rifugiati afghani che consumano droghe ha dato inizio alla propria dipendenza nei paesi vicini come Iran o Pakistan, dove erano fuggiti. Nonostante la criminalizzazione dell’abuso di droghe da parte dei talebani, il consumo è aumentato a causa della disoccupazione, della facilità di accesso alle sostanze, della povertà, della crisi della salute mentale e delle pressioni legate al trauma della guerra. L’UNODC in un rapporto del 2021 descrive come l’economia della droga illecita abbia iniziato a diventare sempre più intricata con l’aumento della produzione di metanfetamine negli ultimi anni. La domanda globale e regionale di questa droga, insieme ai mercati degli oppiacei ormai saturi, può spingere verso un’ulteriore espansione delle economie illecite.
Il paese sta affrontando una delle crisi di dipendenza più acute al mondo, con le statistiche di consumo di droga più elevate a livello globale. Circa tre milioni di afghani lottano contro la dipendenza da droghe. Un rapporto UNODC del 2025 ha segnalato «una dimensione urgente ma meno compresa: il costo umano dell’uso di droghe ad alto rischio in tutto il paese». Da quando i talebani hanno preso il potere nel 2021, le donazioni internazionali si sono per lo più esaurite, con un impatto sul numero di strutture di trattamento operative che rimane criticamente basso. L’Afghanistan Analysts Network ha citato un medico attivo nel paese, che ha scelto di restare anonimo, che ha spiegato che la maggior parte dei centri di riabilitazione si trovava in case in affitto e che, dopo gli sviluppi politici, il nuovo governo non è riuscito a pagare i canoni, causando la chiusura di questi centri. Ha aggiunto che rimangono funzionanti solo i centri gestiti dal governo, cinquantanove in totale. Nel paese si trovano anche grandi campi in regioni come Kandahar, Kabul ed Herat.
Attaccare l’ospedale Omid, una delle poche strutture di riabilitazione dalla dipendenza rimaste, non significa solo mettere a rischio la vita dei pazienti, ma anche indebolire e distruggere le strutture di cura rimaste, quelle di cui ha urgente bisogno una popolazione che ha sofferto decenni di guerra e conflitti.
In un pezzo satirico, Ghamzorai, il famoso poeta di Kandahar, canta in pashto:
«Gli americani sono arrivati e ci daranno cioccolata!
Anche i russi sono arrivati e ci daranno cioccolata!
Grazie a Dio! I carri armati sono qui — e portano cioccolata!
Questi poveri stranieri sono venuti a servirci.
Ora arriva Donald Trump a farci una festa
Gli americani sono arrivati e ci daranno cioccolata!
Che l’Onnipotente non allontani queste persone
Voglio carne — sbarazzatevi del gombo
Ascoltate questa canzone di Ghamzorai e ridete»
