∫connessioni precarie

I nemici dell’umanità e il tritacarne multipolare

Ma non vi danno un po’ di dispiacere
Quei corpi in terra senza più calore?

Le parole di Francesca Albanese al diciassettesimo Al Jazeera Forum di Doha hanno scatenato polemiche dopo che la Francia ne ha chiesto le dimissioni per aver presuntamente indicato Israele come nemico comune dell’umanità. Bastava ascoltare i pochi minuti di intervento per rendersi conto che si è trattato di una questione creata ad arte travisando il ragionamento avanzato da Albanese: la relatrice Onu ha infatti denunciato, in linea con il suo report sull’economia del genocidio, l’ampio sistema di complicità e interessi che non solo non hanno fermato Israele nella sua distruzione di Gaza, ma l’hanno resa materialmente possibile e ne hanno tratto profitto. Le parole di Albanese sono difficilmente contestabili e riguardano a ben vedere anche l’avvio dei lavori del cosiddetto Gaza Board of Peace, dove pure siedono anche molti dei presenti a Doha. Lo sono ancora meno se consideriamo il modo in cui le proteste contro il genocidio sono state represse e criminalizzate dagli Stati Uniti alla Germania, fino all’Italia, dove il governo ha reagito agli scioperi oceanici di settembre e ottobre con una stretta contro l’espressione del dissenso.

Tuttavia, una volta chiarita la strumentalizzazione, è meglio non farsi dettare l’agenda della discussione dalle accuse campate per aria. Più utile per noi è osservare il contesto nel quale quelle parole sono state dette e ciò che la loro ricezione rischia di portarsi implicitamente dietro. Albanese è stata infatti una degli speaker secondari di un forum il cui titolo era: “La causa palestinese e l’equilibrio di potere regionale nel contesto di un emergente mondo multipolare”. Tra gli speaker principali, in presenza e con un ruolo decisamente più rilevante del suo, figuravano esponenti del governo iraniano, yemenita, turco, somalo e cinese. Tra gli altri speaker troviamo giornalisti, attivisti, esponenti palestinesi ed ex membri di istituti internazionali come la Corte Penale Internazionale.

Nel concept note del forum si afferma che i due anni di “guerra contro Gaza” da parte di Israele hanno condotto a una situazione dove le condizioni sul terreno per i palestinesi sono peggiorate, ma questo ha anche riportato la questione palestinese al centro dell’attenzione globale. Non solo oggi si parla di Palestina nei media e nelle diplomazie, ma l’onda di solidarietà contro il genocidio a Gaza ha prodotto un movimento senza precedenti a sostegno di uno Stato palestinese. Questo, aggiunge la nota, avviene in un contesto dove Iran, pur indebolito, e Turchia sono diventate potenze regionali che non possono essere bypassate e va letto insieme all’emergere di un ordine multipolare in cui il potere militare, economico, politico e tecnologico sono distribuiti.

Al Jazeera ha pubblicato un breve servizio video sul meeting dove questa postura viene sostenuta da un argomento di fondo i cui portavoce sono il diplomatico turco Duran e il ministro iraniano Araghchi: la guerra di Israele e il doppio standard internazionale a riguardo minacciano l’ordine globale e alimentano la guerra. Vale la pena ricordare qui che la presenza di Araghchi a Doha segue il gigantesco massacro compiuto dal regime iraniano contro le proteste di inizio gennaio, che ha provocato in pochi giorni migliaia di morti e una sospensione delle comunicazioni senza precedenti, e il ruolo della Turchia nel soffocamento della rivoluzione del Rojava.

Cosa ci dice tutto questo se cambiamo prospettiva, se assumiamo lo sguardo di parte di chi lotta contro la guerra, gli abusi del potere, lo sfruttamento, la violenza in ogni luogo? Ci dice almeno tre cose: la prima, che la lotta contro quanto visto a Gaza e quanto sta tutt’ora succedendo in Palestina è uno snodo fondamentale per immaginare un mondo libero dalla violenza, dal sopruso e dallo sfruttamento. Il processo di normalizzazione del genocidio supera infatti gli argini di un conflitto pluridecennale e fa di Gaza un’oasi capitalistica nel tempo della guerra mondiale.

La seconda, che la ‘questione palestinese’ continua a essere anche uno strumento diplomatico e geopolitico per sostenere progetti regionali e globali che poco hanno a che vedere con la sofferenza dei palestinesi, ma, anzi, si sostengono anche grazie a quella sofferenza e che questo nel contesto ‘multipolare’ assume connotati diversi dal passato. Ciò significa che dire Palestina non esprime oggi una linea politica, ma diverse linee politiche. È infatti evidente che questa relativa ‘dispersione’ globale del potere, pur diseguale, rende meno risolutiva che in passato l’individuazione di amici seguendo una linea di frattura generale tra Stati.

La terza osservazione è una conseguenza delle prime due: lo sguardo rivolto verso la Palestina non può essere distolto dagli altri contesti dove uomini e donne lottano contro il sopruso, lo sfruttamento e la violenza, pena il diventare – più o meno consapevolmente – pedina di un tritacarne che soffoca le possibilità di lotta sotto una cappa geopolitica. Il tritacarne multipolare che con il suo veleno campista ha paralizzato i movimenti di fronte alla guerra in Ucraina continua infatti a operare e non solo in Medio Oriente, alimentando un doppio assedio contro le istanze di liberazione.

In questo contesto le pretese imperiali trumpiane, che trovano uno snodo nella dottrina Donroe, rischiano di contribuire a una politica della semplificazione che riporta al centro un immaginario antimperialista che confonde amici, resistenze e fascismi con la cartina politica del mondo. Ma nel lottare contro la normalizzazione del genocidio o contro l’interventismo armato non possiamo nemmeno per un secondo prestare il fianco alla normalizzazione di massacri se fatti da presunti amici dei palestinesi, alla relativizzazione del patriarcato o disinteressarci della natura di governi che si vorrebbero ‘resistenti’.

Se il genocidio diventa non il nome di un crimine, ma una linea di gerarchia tra lotte e prospettive di liberazione, se l’invocazione del diritto internazionale finisce per difendere la sovranità degli Stati, se le fratture di classe, genere e colore scompaiono dentro popoli indistinti e padroni della loro terra, la nostra parte si perde di fronte a coloro che un giorno ci sostengono e un giorno ci uccidono. L’idea fin troppo diffusa che portare avanti un discorso autonomo e di parte equivalga a fornire armi retoriche al nemico è un controcanto del nazionalismo militarista di cui ci dobbiamo liberare. Occorre insistere in ogni momento affinché nelle lotte che ci sono e in quelle a venire risuoni la voce di un movimento internazionalista e transnazionale, che sappia registrare i mutamenti in cui siamo immersi e rifiutare il tritacarne multipolare. Nel mentre possiamo goderci boccate d’ossigeno pop come quella prodotta da Bad Bunny, con la consapevolezza che il presente non si riassume in un grande spettacolo né in poco rassicuranti frontismi globali.

Immagine di copertina: Hazem Harb, Borders are only in our minds #2, 2023.

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