∫connessioni precarie

Appunti per una critica della forma sindacato #3: delle convergenze del lavoro vivo

Che strumento è oggi il sindacato? Abbiamo posto questa domanda a compagne e compagni che lavorano da anni nel sindacato, confederale e di base, impegnati in prima linea nelle lotte e, soprattutto, ostinatamente convinti che sia più che mai urgente discutere i problemi che attraversano il sindacato come strumento di organizzazione di lavoratrici e lavoratori. Un punto condiviso ci sembra emergere con chiarezza: se del sindacato oggi non possiamo farne a meno, dobbiamo poter fare una critica radicale della sua forma politica. Dalle interviste fatte nascono allora questi Appunti, che ruotano intorno a tre nodi politici fondamentali: come è cambiato il lavoro dentro il sindacato e il suo legame con i luoghi di lavoro (#1); il sindacato di fronte al razzismo e alle lotte dei migranti (#2); le possibili convergenze del lavoro vivo.

***

Nelle note precedenti abbiamo registrato le trasformazioni della forma organizzativa sindacale, la frequente distanza tra le strutture sindacali e la condizione materiale di sfruttamento di lavoratrici e lavoratori, le difficoltà di risposta a un razzismo che intensifica controllo e frammentazione. Ne è emerso un quadro in cui i sindacati, al netto di sostanziali differenze tra loro e al di là dell’impegno di chi quotidianamente ci lavora, vedono sfidata la loro capacità di organizzare e mobilitare il lavoro contemporaneo nelle sue trasformazioni. Questa capacità è messa in mora dalla crescente individualizzazione dei rapporti tra lavoratori, funzionari o delegati, nonché dal progressivo ritirarsi del sindacato dal conflitto per “amministrare” quote sempre più consistenti della riproduzione di lavoratori e lavoratrici. La pratica quotidiana di costruzione di un’organizzazione dentro i posti di lavoro rimane ben visibile solo in alcune imprese, prevalentemente di grandi dimensioni, e in alcuni settori, soprattutto metalmeccanica e logistica, e continua grazie al lavoro di “delegati che ci credono”.

Tuttavia, dalle interviste che abbiamo condotto emerge altrettanto chiaramente che lavoratrici e lavoratori continuano a individuare e praticare forme di rifiuto dello sfruttamento e della coazione al lavoro che eccedono e spiazzano le forme tradizionali dell’organizzazione sindacale, in particolare laddove queste non sono più in grado di intervenire sulle condizioni salariali e di lavoro. In questo contributo, dunque, proviamo a evidenziare i momenti di insubordinazione che, seppure in modo disorganizzato, continuano a darsi sul e contro il lavoro, e che emergono leggendo tra le righe delle risposte dei sindacalisti che abbiamo intervistato.

Nella maggior parte dei casi questi ultimi mettono bene in luce la sfida che questi nuovi comportamenti del lavoro vivo pongono al sindacato, senza tuttavia assumerla fino in fondo: le scelte di lavoratori e lavoratrici vengono infatti spesso derubricate a forme di “individualismo”, di abbandono e disaffezione per l’azione collettiva, oppure ricondotte a una differenza generazionale con “giovani che non se ne fregano più di nulla”, quando non addirittura a indizi di una fatale crisi della cultura del lavoro. Lo sforzo che proponiamo, invece, è quello di leggere questi comportamenti di precari, operai, donne e migranti, come una risposta individuale o collettiva che caratterizza una nuova composizione di classe, contro le trasformazioni che stanno investendo i rapporti di forza, nonché contro le difficoltà o la rinuncia del sindacato a intervenire sul terreno della produzione e delle condizioni di lavoro.

Muoversi contro le condizioni di lavoro

A novembre 2024 il numero di occupati in Italia ha raggiunto il livello record di 24 milioni, mentre la popolazione in età lavorativa continua a diminuire dai 39,1 milioni nel 2011 ai 37,2 milioni nei primi del 2024. Nella forza lavoro potenziale, una quota sempre più ampia di individui è costretta a dedicarsi a questo misero passatempo che è l’attività lavorativa. In questo quadro la prospettiva con cui la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici approccia il lavoro è ormai di breve periodo: a fronte del declino costante dei salari reali, della restrizione delle forme di sostegno al reddito, di politiche governative e scelte aziendali che intensificano lo sfruttamento e la coazione al lavoro, per lavoratori e lavoratrici costruire progressivamente un percorso occupazionale nella stessa impresa – da precario a permanente – è un’opzione non praticabile. Una parte sempre più consistente di loro si muove da un lavoro all’altro per ottenere qualche minimo miglioramento salariale oppure cambiamenti più o meno significativi dei rapporti e delle condizioni di vita e lavoro.

In questo senso parlare di mobilità del lavoro vuol dire parlare di un fenomeno ambivalente: se da una parte infatti sono imprese, padroni e management a richiedere un alto livello di circolazione ‘ordinata’ della forza lavoro, dall’altra la mobilità è spesso praticata da lavoratori e lavoratrici per sfuggire a condizioni di lavoro e salario inaccettabili, rovesciando in forza il carattere scarsamente qualificato e intercambiabile del proprio lavoro.

Per i e le migranti la necessità di muoversi tra un lavoro e l’altro è stata e continua a essere spesso impellente, perché nella giostra del mercato del lavoro rimangono più precari/e di chi ha la cittadinanza. Negli anni questa condizione è stata accompagnata dal progressivo fallimento ed esaurimento della promessa dell’integrazione, che ha sempre meno valore per le nuove generazioni di migranti. Sebbene ancora molti degli intervistati richiamino l’idea di un’integrazione attraverso il lavoro stabile come soluzione di lungo periodo alle divisioni che il razzismo produce dentro e fuori i luoghi di lavoro, il dato di fatto è che per migranti di nuovo arrivo e richiedenti asilo l’orizzonte occupazionale non va al di là di sistemazioni momentanee nelle pieghe del mercato del lavoro e dei processi riproduttivi.

Molte volte vediamo gli stessi sindacati o direttamente le cooperative offrire il loro contributo, stabilendo accordi con i Centri di accoglienza (CAS) per il reclutamento di manodopera migrante nei magazzini o nelle fabbriche, dove serve e per il tempo che serve. In questo quadro le geometrie variabili del permesso di soggiorno, pur producendo effetti differenziati, continuano a essere uno strumento a disposizione del razzismo istituzionale e dei padroni per imbrigliare e controllare la mobilità eccedente del lavoro migrante. Se ormai nell’Italia centro-settentrionale “per lavorare basta essere fotosegnalati”, i ritardi sistematici nei rinnovi dei documenti sono un attacco alla loro mobilità, in particolare dei richiedenti asilo che la praticano ben più diffusamente di chi ha un permesso di lungo periodo in tasca.

Ciò che emerge dalle interviste tuttavia è che il “muoversi da un lavoro all’altro” è un comportamento ormai diffuso anche tra lavoratori e lavoratrici più giovani con in tasca la cittadinanza, che condividono sempre meno l’idea di una continuità “aziendale” o professionale da difendere anche a costo di doversi sobbarcare condizioni di lavoro considerate inaccettabili: l’ambizione è avere “una postazione che ti permette di lavorare il meno possibile, con più tranquillità possibile, in un posto il meno faticoso possibile, che ti permetta di non arrivare a 60 anni e di essere buttato via come una calzetta usata e non andare nemmeno in pensione”.  

Il periodo pandemico si riversa nei comportamenti anche di impiegati e tecnici: “c’è nelle fabbriche una moria di gente che fugge cercando lo smart working” e “le aziende si rubano impiegati e tecnici anche con lo smart working”. Per le donne, che ancora sono la maggioranza negli uffici e reparti amministrativi delle imprese, muoversi alla ricerca del lavoro da casa è spesso l’unico modo per ritagliarsi dei magri margini di autonomia laddove al lavoro produttivo si assomma il lavoro riproduttivo. Una scelta che risponde non soltanto allo smantellamento del welfare, ma anche al sistematico rifiuto da parte della maggioranza dei sindacati di dare centralità e attaccare lo sfruttamento lavorativo nella sua dimensione patriarcale.

La mobilità, dunque, non riguarda solamente il lavoro povero di richiedenti asilo o operai/e, ma è trasversale a strati di un lavoro vivo sempre più frammentato dal punto di vista delle qualifiche, dei salari, del comando che agisce sul tempo e sulle condizioni di lavoro. A muoversi tra un lavoro e l’altro sono soprattutto giovani che non vedono alcuna possibilità di lavorare come sarebbero disposti a fare in modi e termini decisi da loro. Essi rifiutano di lavorare a lungo in fabbrica o in uffici con tempi e ritmi di lavoro che accelerano, condizioni e controllo resi sempre più intensi dai processi di automazione e digitalizzazione, da obiettivi di produttività sempre più alti.

Queste dinamiche sono meno presenti nelle grandi fabbriche, dove il sindacato ha ancora spazio di manovra e riesce a intervenire sulle condizioni di lavoro, soprattutto in virtù delle alte qualifiche professionali. Altrove invece l’abbandono del posto di lavoro e l’uso strumentale del sindacato per i servizi e la riproduzione sono le strade che lavoratori e lavoratrici possono percorrere per ottenere miglioramenti nei ritmi di lavoro e nelle condizioni di lavoro e salariali (e quindi di vita) in un tempo ragionevole. Di fatto, a fronte di accordi aziendali che sempre più chiedono “che le linee di produzione, le macchine, i reparti produttivi devono produrre un po’ di più di prima dell’accordo”, il ricatto di poter migliorare la propria condizione salariale a costo di intensificare ritmi e produttività ha sempre meno presa su lavoratori e lavoratrici.

Il sindacato si presenta spesso come una modalità organizzativa e di rivendicazione incapace di intercettare il rifiuto che si esprime in questi comportamenti e queste pratiche. Da un lato i sindacalisti si trovano a operare con “una massa di “iscritti just-in-time”: “gente che viene qua, usa il servizio, è considerato iscritto tutto l’anno, ma in realtà è un iscritto che vale un giorno”, e che spesso non si fidelizza alle strutture perché non vede alcun riscontro o miglioramento nella propria condizione. Dall’altra, la mobilità alla ricerca di salari migliori finisce spesso per spiazzare le tempistiche più lunghe del sindacato e delle sue pratiche. Per migranti, operai, donne e precari muoversi è spesso un modo per sfuggire a salari e condizioni di lavoro inaccettabili e in continua erosione, aggirando vincoli e tempi contingentati e lunghi di una contrattazione collettiva che spesso è al ribasso e consolida divisione e stratificazione del lavoro.

Va detto inoltre che, di fronte a questi comportamenti, si assiste spesso a una sostanziale chiusura di molte organizzazioni sindacali, in particolare di quelle confederali, che si limitano alla tutela di uno sfruttamento moderato per strati operai di lungo corso che vedono vicino e raggiungibile il traguardo della pensione o che attraverso le lotte passate si sono assicurati quote di potere e negoziazione. D’altra parte, per i sindacati ribaltare questa situazione vorrebbe dire discutere e complicare il rapporto con certi strati operai loro iscritti, o ancora problematizzare gerarchie e stratificazioni che sono anche il risultato del sistematico rifiuto da parte dei sindacati di attaccare la matrice razzista e patriarcale dello sfruttamento: “quando qualche migrante fa un intervento in assemblea senti qualcuno che magari dice ‘ecco che parla il ne*ro’, sono pochi quelli che li difendono, e quindi devi tenerteli buoni [gli italiani razzisti] anche perché nei momenti in cui bisogna agire o fare blocchi di straordinario o organizzare lo sciopero occorre riuscire a ricompattare”.

In questo quadro la mobilità del lavoro esprime prima di tutto il rifiuto di condizioni sulle quali il sindacato spesso rinuncia a intervenire: per lavoratori e lavoratrici essa è una scelta tattica, almeno momentanea, alla spinta costante alla precarizzazione, alla richiesta pressante di flessibilità e disponibilità, al logoramento fisico e mentale, al crescente controllo subito da algoritmi, big data e controllo remoto. Essa va intesa non tanto come la causa dell’inefficienza organizzativa e rivendicativa dei sindacati – come spesso ripetono gli intervistati –, bensì come la risposta che lavoratori e lavoratrici danno a questa insufficienza, in particolare in quei contesti dove il sindacato rinuncia a intervenire in modo incisivo e conflittuale sul terreno delle condizioni di lavoro.

Prendi i soldi e scappa

D’altra parte, nella metamorfosi delle smart lands il lavoro vivo pare ormai sempre meno preoccupato “di stare lì a costruire una professionalità” da spendere all’interno dei posti di lavoro e delle aziende. Preferisce piuttosto usare competenze e conoscenze via via acquisite per ritagliarsi margini di autonomia nelle maglie strette del mercato del lavoro e potersi muovere da un posto all’altro: “termino lì, so che vado da un’altra parte”. È questa la strategia attraverso cui chi lavora rigira a proprio vantaggio il trito ritornello del “diventare imprenditori di sé stessi”, ovvero il subdolo invito a diventare venditori della propria capacità lavorativa e, magari, sfruttatori di quella altrui.

Nelle fabbriche 4.0 robotizzazione, digitalizzazione e automazione richiedono a lavoratori e lavoratrici non tanto alti livelli di qualifica specialistica, bensì l’acquisizione di conoscenze e competenze medie e duttili, nonché livelli di attenzione alla catena sempre più usuranti per sottostare ai calcoli dei termini, per farsi carico dell’impostazione della macchina, per conoscere il programma che la governa e le basi per la sua manutenzione: “se io devo seguire una procedura, in particolar modo di controllo, devo essere in grado di riconoscere le difficoltà del prodotto che faccio”. A fronte di competenze superiori, il lavoro “in alcuni casi è più complesso, in altri casi no”, ma in ogni caso “la componente umana è indispensabile” e vuol dire più carico di lavoro, un maggior controllo e minore autonomia nel lavoro.

Questa tendenza riguarda in generale tutti i settori e le figure del lavoro precario contemporaneo, andando anche ben oltre la fabbrica. Per lavoratori e lavoratrici migranti l’accesso al lavoro e la promessa di un’integrazione è costantemente subordinata alla capacità di acquisire competenze e conoscenze, o anche di riacquisirle e certificarle dal momento che la migrazione de-qualifica e costringe a ricominciare da capo. Basti pensare al business di progetti di avviamento al lavoro, di certificazioni e formazione di cui spesso i centri di accoglienza sono importanti intermediari, e che preparano soltanto a un passaggio frenetico da una mansione all’altra.

Ma ormai anche impiegati e tecnici sono condannati ad accumulare costantemente “capitale umano” in nome della formazione continua, del re-skilling e dell’up-skilling, dell’aggiornamento costante delle competenze. Come hanno mostrato le assemblee precarie che si sono mobilitate contro la riforma del pre-ruolo universitario, la formazione offerta dalle università nel suo complesso si sta trasformando per fare da cinghia di trasmissione tra la società e un mondo del lavoro precarizzato all’estremo che richiede competenze duttili e variamente spendibili.

Il mantra della nuova fabbrica è dunque la formazione di individui più “competenti”, ma sempre e soltanto su un frammento, con qualifiche parziali, possessori di un sapere parcellizzato che condanna a una condizione di “apprendistato permanente” dentro la stessa azienda. A queste condizioni lavoratori e lavoratrici si ritrovano spesso a dover rifiutare una stabilizzazione che vorrebbe comunque dire povertà, un alto grado di intercambiabilità, condizioni di lavoro inaccettabili, uno sfruttamento reso sempre più intenso dalle scintillanti promesse della robotica. L’alternativa è piuttosto “monetizzare” questo rifiuto, puntando a prendere quanti più soldi quando e dove possibile.

Di fatto, quei lavoratori che “sono sempre meno ansiosi di perdere il lavoro” appaiono ben disposti a liberarsene al più presto e di fare soldi per quanto possibile con le buonuscite, spesso rivolgendosi direttamente al sindacato per farlo. Anche in questo caso, la logistica e il comparto del lavoro migrante hanno aperto a una pratica ormai diventata trasversale e comune a strati e figure diverse del lavoro precario. È qui infatti che, spesso usando tatticamente la forza e le capacità organizzative dei sindacati, i lavoratori migranti sono riusciti a “prendere il controllo (su base etnica) dei magazzini”, con un livello di conflittualità che appare ad alcuni sindacalisti “non regolato” e capace di “rendere i magazzini ingovernabili”, per poi contrattare buonuscite anche da decine di migliaia di euro e successivamente rientrare “nella logistica in un altro magazzino, o a volte all’estero”.

Quello che emerge da alcune interviste è che questa pratica è sempre più diffusa anche tra impiegati e lavoratori non migranti di aziende metalmeccaniche medio-grandi, tanto che qualche delegato e sindacalista si lamenta della quantità di richieste che hanno per sbrigare le pratiche necessarie per “prendere i soldi e andare via” con le buonuscite. Anche per questo, il welfare aziendale è ormai uno dei sistemi più in voga tra le aziende per tenersi stretti lavoratori e lavoratrici che fanno sempre più fatica a starci, senza aumentare i salari e approfittando dei vantaggi fiscali.

Nonostante l’importanza del welfare aziendale e privato sia cresciuta tanto nei termini effettivi delle prestazioni all’interno dei pacchetti offerti dalle aziende, quanto a rilevanza nelle contrattazioni tra aziende e sindacati, la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici continua a preferire i soldi in busta paga a bonus, voucher o premi per la produttività. La principale differenza tra lavoratori e lavoratrici che preferiscono un welfare aziendale fatto di servizi e quanti invece vogliono soldi in busta paga è legata perlopiù alla divaricazione dei redditi e dei bisogni: “la differenza è che questi servizi non sono soldi” e nella maggior parte dei casi è chi ha mansioni a basso salario a “volere i soldi”, mentre chi è in una fascia di contrattazione più alta “si fa andare bene anche il welfare aziendale”.

È chiaro che quando muoversi non è un’opzione, lavoratrici e lavoratori non rinunciano a usare quello che c’è contro le incertezze del futuro, “sono contenti se qualcuno gli paga una parte di welfare”, soprattutto in un contesto in cui il welfare statale continua a subire tagli e limitazioni che spingono verso forme di sostegno e tutela di tipo privato. A detta degli stessi sindacalisti intervistati, nei luoghi di lavoro c’è piena consapevolezza del fatto che il welfare aziendale ha determinato un’ulteriore erosione dei salari, bloccando la possibilità di un incremento netto e imponendo in alcuni casi anche le condizioni e i limiti entro cui farne uso attraverso buoni pasti e altri benefit.

A questo si aggiunge il fatto che buoni pasto, pensioni integrative e più in generale lo spacchettamento delle prestazioni sociali erogate dal datore di lavoro hanno contribuito a “regolarizzare una forma di lavoro nero, dando ai padroni la possibilità di dare soldi e compensi fuori busta tramite il welfare”. In questo senso, soprattutto per lavoratori e lavoratrici a basso salario un sindacato che contratta welfare o servizi addizionali anziché miglioramenti salariali e condizioni di lavoro appare come un supporto a un mondo padronale che cerca di imbrigliare il lavoro riducendone la mobilità e punta a rendere il salario una variabile dipendente da nient’altro che dai bisogni della produzione.

Conclusioni

I comportamenti di cui abbiamo parlato – dalla mobilità tra un’occupazione e l’altra e da un sindacato e l’altro ai tentativi di monetizzare il rifiuto delle condizioni di lavoro con buonuscite – evidenziano come le prospettive di lavoratrici e lavoratori oggi siano spesso di breve periodo e come questo influenzi in maniera determinante le loro condizioni di vita. Le pratiche e modalità di rifiuto attuate da lavoratori e lavoratrici tracciano in una certa misura una convergenza tra diversi strati del lavoro contemporaneo, non solo di quello povero: migranti nella logistica, operaie e operai in fabbriche anche medio-grandi, impiegati e impiegate d’ufficio, figure tecniche e professionalizzate del comparto produttivo.

Dentro il lavoro contemporaneo, la stessa difficoltà di lottare per il salario configura la mobilità come un importante terreno di sottrazione a una coazione al lavoro che diventa più stringente in quanto obiettivo esplicito e dichiarato di un governo che, dopo aver abolito il reddito di cittadinanza, ora è brutalmente impegnato ad affermare le esigenze del militarismo. Allo stesso tempo, essa si presenta come l’unico terreno di scontro praticabile a fronte dell’impossibilità di usare il sindacato come strumento di una lotta per il salario e condizioni di lavoro migliori.

Questo non significa che la possibilità di praticare questo rifiuto non sia condizionata dai differenti modi in cui i soggetti sono messi al lavoro, dalla divisione sessuale del lavoro e dalle gerarchie razziste. Se per molte donne lavoratrici la ricerca di smart working e orari più flessibili può garantire margini di controllo sul proprio tempo, muoversi è certamente più complicato quando marcate differenze salariali, carichi di cura e lavoro riproduttivo non rendono facilmente aggirabile la coazione al lavoro. Per le lavoratrici che scelgono di muoversi alla ricerca del lavoro da casa, d’altra parte, il rischio rimane un maggiore isolamento o la completa continuità tra lavoro produttivo e riproduttivo. Inoltre, si tratta di pratiche e comportamenti che – per quanto ormai “di massa” – non producono immediatamente livelli significativi di connessione o di comunicazione politica, poiché si danno in assenza di organizzazione e determinano in ogni caso nel sindacato una risposta individualizzata, e molto raramente collettiva, al problema del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Tuttavia, sarebbe superficiale derubricarli a tendenze generazionali, all’assenza di un’“etica del lavoro” o semplicemente a “individualismo”. Al contrario, essi indicano quantomeno una comprensione collettiva della situazione e delle trasformazioni in atto nel lavoro e nel comando capitalistico, che talvolta è capace di oltrepassare la frammentazione, gerarchizzazione e stratificazione di figure incentivate dal razzismo, dalle politiche aziendali o dalle divisioni di categoria. In certa misura questi comportamenti ridefiniscono rapporti e percorsi di soggettivazione che le esistenti strutture sindacali non sono capaci di intercettare.

Lavoratori e lavoratrici pongono dunque una sfida radicale alle forme organizzative e di rivendicazione disponibili in questo momento, a partire da un sindacato completamente trasformato secondo le tendenze che abbiamo indagato in questi tre contributi. Da una parte è da registrare che è la stessa struttura sindacale a dover fare i conti con la difficoltà di organizzare lavoratori e lavoratrici in continuo movimento e che il ritmo della mobilità finisce per spiazzare le tempistiche di vertenze e contrattazione Dall’altra, tuttavia, il muoversi da un lavoro all’altro, così come l’uso strumentale del sindacato per i servizi e le pratiche per le buonuscite, sono una risposta di lavoratori e lavoratrici al limite organizzativo di un sindacato che non può o non vuole agire efficacemente sul campo politico delle condizioni di lavoro e del salario.

Per un certo periodo, di fatto, le strutture sindacali sono riuscite a negoziare margini di miglioramento e benefici per lavoratori e lavoratrici offrendo come contropartita il contenimento del turnover lavorativo entro parametri dettati dalle esigenze di impresa. Questa promessa non ha ragionevolmente alcuna presa su lavoratori e lavoratrici oggi, nel momento in cui la contropartita non è un miglioramento in termini di salario e condizioni, ma solo livelli più intensi di sfruttamento e obiettivi più alti di produttività.

Più che una causa dell’inefficienza del sindacato, la crescente mobilità è il prezzo che il sindacato paga per aver tendenzialmente rinunciato a fare i conti con i suoi soggetti di riferimento. La sfida posta dalla mobilità – e le possibili convergenze tra figure del lavoro che essa traccia – riporta al centro il problema politico di un’organizzazione capace di sostenere e promuovere un rifiuto collettivo dello sfruttamento e dell’oppressione dentro le trasformazioni che investono il lavoro contemporaneo.

È una sfida alla quale il sindacato non può certo rispondere da solo, e alla quale non si può opporre la riedizione di pratiche già viste finora. Piuttosto essa sollecita con urgenza una riflessione collettiva sugli strumenti attualmente a disposizione e un lavoro politico che sperimenti nuove modalità organizzative, con l’obiettivo di tessere connessioni tra condizioni diverse di sfruttamento e messa a lavoro. Registrare una convergenza dei comportamenti del lavoro vivo deve essere il primo passo per dare forza collettiva a un rifiuto quotidiano, spesso espresso in forma individuale e disorganizzata, che lavoratori e lavoratrici oppongono alla compressione dei salari, al peggioramento delle condizioni di lavoro, ai tagli al welfare, alla logica militarista dentro e fuori la fabbrica che irrigidisce le gerarchie patriarcali e razziste.

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