Che strumento è oggi il sindacato? Abbiamo posto questa domanda a compagne e compagni che lavorano da anni nel sindacato, confederale e di base, impegnati in prima linea nelle lotte e, soprattutto, ostinatamente convinti che sia più che mai urgente discutere i problemi che attraversano il sindacato come strumento di organizzazione di lavoratrici e lavoratori. Un punto condiviso ci sembra emergere con chiarezza: se del sindacato oggi non possiamo farne a meno, dobbiamo poter fare una critica radicale della sua forma politica. Dalle interviste fatte nascono allora questi Appunti, che ruotano intorno a tre nodi politici fondamentali: come è cambiato il lavoro dentro il sindacato e il suo legame con i luoghi di lavoro (#1); il sindacato di fronte al razzismo e alle lotte dei migranti; le possibili convergenze del lavoro vivo (#3).
Un rapporto in frammenti
Le trasformazioni della forma sindacato che abbiamo cominciato a tratteggiare nel primo articolo di questa serie si riflettono nello sfilacciamento del rapporto tra sindacato e lavoro migrante. Si tratta di un processo generalizzato, davanti al quale la mirabolante cifra di circa un milione di lavoratrici e lavoratori migranti iscritti ai sindacati confederali nasconde più di quanto sveli. Il sindacato intercetta quote sempre maggiori di migranti attraverso i servizi erogati dagli enti bilaterali, oppure tramite le pratiche di patronato relative al permesso di soggiorno, o ancora – per riprendere le parole dei sindacalisti e delle sindacaliste che abbiamo intervistato – operando come struttura di “accoglienza a trecentosessanta gradi” impegnata a risolvere “problemi legati non solo alla ricerca della casa, ma anche alle bollette o all’affitto”. Per quanto, in alcune circostanze, l’offerta di servizi permetta al sindacato di costruire una presenza all’interno di luoghi di lavoro altrimenti inaccessibili, nella maggior parte dei casi donne e uomini migranti si riducono a veri e propri “iscritti per un giorno” che “non entrano a far parte dell’organizzazione”, con la quale “non hanno rapporti” e a cui “a volte non sanno nemmeno di essere iscritti”.
Certamente, negli scorsi decenni, l’affermazione di un sindacato più orientato verso una dimensione di servizio ha rappresentato anche e soprattutto l’effetto di un suo uso da parte delle e dei migranti, capaci, almeno in una certa misura, di innescare un mutamento della struttura e dell’azione sindacale a partire dal legame tra la loro condizione giuridica e le forme della loro messa al lavoro. A questa crescente domanda di organizzazione sul piano della riproduzione il sindacato non ha però riconosciuto alcun carattere politico, finendo per trattarla come la fastidiosa manifestazione di una “idea del sindacato sui generis” derivante dalla scarsa “cultura sindacale” delle e dei migranti o da una generale “individualizzazione della visione del lavoro e della vita”, anziché assumere la riproduzione della forza lavoro migrante come momento specifico del processo complessivo di valorizzazione e sfruttamento. Le interviste che abbiamo condotto restituiscono così l’immagine di un sindacato che continua in modo quasi irriflesso a fornire risposte individualizzate (e sempre meno remunerative) al problema collettivo di sfruttamento e razzismo di cui i lavoratori e le lavoratrici migranti che usufruiscono dei suoi servizi si fanno portatori, limitandosi a forme di sostegno legale incapaci di aggredire le condizioni politiche della loro messa al lavoro.
A quindici anni dall’apertura del lungo ciclo di lotte nella logistica, gli stessi sindacati di base, che in quella fase avevano favorito l’espressione di un protagonismo migrante senza precedenti, si ritrovano fortemente indeboliti dai processi di internalizzazione che hanno ridotto significativamente i margini di organizzazione del conflitto operaio nelle multinazionali del settore, e si vedono costretti a rincorrere i confederali sul terreno dei servizi. Anche per chi aveva creato le condizioni affinché un ampio strato di lavoro migrante potesse uscire dalle forme di più grave sfruttamento, assicurandosi un’agibilità sindacale dentro i posti di lavoro oltre che salari più alti, contratti a tempo indeterminato e permessi di soggiorno di lungo periodo, l’iniziativa nei confronti del lavoro migrante si riduce ormai sempre più alla partecipazione a un “governo della miseria” che sembra costituire l’unica via d’uscita possibile dalla “difficoltà di costruire quel tipo di vertenzialità che esisteva in passato”.
In realtà, alla base di questa difficoltà ci sono tanto i processi di frammentazione e gerarchizzazione della forza lavoro che un’azione sindacale sempre più debole e individualizzata finisce per assecondare, quanto una nuova composizione di classe caratterizzata dalla tendenza alla mobilità e dal problema della sua riproduzione, che preme sul sindacato obbligandolo a ridefinire le proprie pratiche. Le contraddizioni emerse dalle interviste riguardo la composizione e i comportamenti soggettivi del lavoro migrante risultano sintomatiche di un rapporto in frammenti, spesso costruito lungo le linee di divisione razziale che segnano produzione e riproduzione sociale, anziché intorno alla sfida di connettere le diverse condizioni di sfruttamento e oppressione determinate dalle varie forme dell’autorizzazione politica a vivere e lavorare in Italia a cui donne e uomini migranti devono sottostare. D’altra parte, sebbene per anni le lotte migranti abbiano indicato il razzismo come elemento chiave della strutturazione del mercato del lavoro, dell’organizzazione della produzione e della definizione delle condizioni di riproduzione della forza lavoro, soprattutto attraverso il ricatto del permesso di soggiorno, il sindacato fatica tuttora ad assumerlo come terreno di un conflitto trasversale alle diverse figure del lavoro nei confronti delle quali agisce come strumento di coazione e comando.
Il sindacato davanti al razzismo
Le dinamiche di divisione e stratificazione che percorrono il lavoro migrante mostrano tutta la difficoltà che il sindacato sta incontrando a rappresentare e organizzare il lavoro contemporaneo nelle sue trasformazioni. I diversi regimi di mobilità messi a punto nel tempo a livello nazionale ed europeo in risposta alle mutevoli esigenze di governo delle migrazioni hanno infatti funzionato da strumento di frammentazione e gerarchizzazione del lavoro migrante, vincolandone le varie generazioni a configurazioni differenti del rapporto tra permesso di soggiorno, lavoro e riproduzione, nel quadro di una progressiva erosione delle possibilità di accedere a diversi livelli di prestazioni sociali. La stabilizzazione della propria situazione lavorativa e giuridica ottenuta anche grazie alle lotte sul lavoro dai migranti di più lungo corso è ormai del tutto preclusa ai richiedenti asilo che, con l’eliminazione della possibilità di convertire la protezione internazionale in permesso di lavoro e il più generale svuotamento del diritto d’asilo ad opera dell’Europa in guerra, sono ridotti a forza lavoro costitutivamente precaria e stabilmente segregata nei bassifondi del lavoro povero, senza alcuna prospettiva di permanenza e integrazione, esposta alla minaccia sempre più concreta di rimpatri e deportazioni.
In questo contesto, il ricatto del permesso di soggiorno continua a operare secondo una logica a geometrie variabili, come emerge tra le righe delle interviste che abbiamo condotto: l’idea, comune a molti dei sindacalisti e delle sindacaliste che abbiamo intervistato, che il permesso di soggiorno non costituisca più il principale veicolo di comando sul salario e sulle modalità di messa al lavoro di donne e uomini migranti non vale infatti per chi è in Italia da meno tempo. Nel loro caso, “il documento e lo sfruttamento” rimangono invece “strettamente legati”, soprattutto per effetto di un razzismo istituzionale. L’allungamento dei tempi per la presentazione e l’esame delle richieste di protezione internazionale, le difficoltà crescenti nell’accesso ai ricongiungimenti familiari, i ritardi sistematici nel rinnovo dei permessi di soggiorno agiscono ancora da correlato necessario del comando capitalistico sul lavoro migrante e importante vettore della sua stratificazione interna. Questo emerge con ancora più evidenza in un contesto di guerra segnato da politiche migratorie sempre più autoritarie e violente, che mirano a fare ordine nello sfruttamento di chi non cessa di muoversi attraverso i confini. E d’altro canto, il permesso di soggiorno continua ad assolvere la sua funzione di comando anche nei confronti dei lavoratori migranti di più lungo corso, da una parte stabilendo che la precarietà sia il criterio della loro permanenza in Italia, dall’altra sancendo una linea di demarcazione con i richiedenti asilo secondo le domande del mercato del lavoro.
La stratificazione del lavoro migrante lungo linee giuridiche finisce per sovrapporsi a una “divisione etnica del lavoro” già “ben strutturata e ben consolidata”, approfondendo i differenziali in termini di salario e condizioni di lavoro non solo tra lavoratori italiani e migranti ma anche, in misura sempre maggiore, tra migranti di diverse nazionalità e generazioni. Se infatti, da un lato, i migranti si ritrovano regolarmente a “svolgere i lavori più pesanti e disagiati, i lavori di primo impatto, dove non riescono a imparare un mestiere, ad avere una professionalità che permetta poi loro di essere spendibili sul mercato del lavoro”, dall’altro situazioni differenti di ricattabilità e marginalità vengono sempre più giocate le une contro le altre nell’organizzazione del lavoro. Dalle parole di chi abbiamo intervistato emerge ad esempio come, attraverso il ricorso ai contratti di somministrazione e allo staff leasing, le aziende della logistica siano riuscite a ovviare al superamento del sistema degli appalti continuando a fare ampio affidamento su lavoratori usa e getta, spinti dall’“ossessione per il rinnovo” dei documenti a sobbarcarsi i carichi di lavoro non assorbiti dagli internalizzati per non correre il rischio di essere lasciati a casa dalle agenzie per il lavoro.
Ma linee di frattura ancora più profonde percorrono i settori, come “agricoltura, edilizia, piccole fabbriche artigiane”, in cui è maggiore l’incidenza del lavoro informale dei richiedenti asilo. Per la durata sempre più estesa del limbo amministrativo all’interno del quale vengono costretti da questure e prefetture, essi si ritrovano infatti a lavorare in “condizioni di sfruttamento puro”, spesso tramite la subordinazione a meccanismi di mediazione da parte delle comunità nazionali che finiscono per funzionare come vere e proprie forme di “caporalato etnico”. Da questo punto di vista, il razzismo istituzionale alimenta il carattere ambivalente delle comunità che, pur rimanendo un importante luogo di costruzione di legami fiduciari funzionali talvolta anche al reclutamento di quadri sindacali e all’organizzazione di lotte sul lavoro, assumono sempre più la funzione di centri informali di gestione del lavoro, mentre “governano l’accoglienza dei propri connazionali” garantendo loro l’accesso a livelli minimi di riproduzione definiti sulla base di gerarchie razziste e patriarcali. Lo slittamento verso condizioni di maggiore sfruttamento è connesso anche alle norme che impongono di abbandonare i centri di accoglienza al raggiungimento dei seimila euro di reddito annuo, obbligando i migranti a cercare soluzioni di fortuna tra i prezzi sempre più gonfiati del mercato degli affitti e il razzismo dei proprietari di casa o costringendoli a “nascondere contratti e buste paga” per non perdere la garanzia di un pur fatiscente tetto sopra la testa.
Si tratta di processi che contribuiscono a complicare l’iniziativa sindacale, polverizzando la possibilità di azioni collettive sotto il peso di una moltiplicazione delle figure della precarietà, dell’oppressione e dello sfruttamento e bloccando la trasmissione della memoria delle lotte da una generazione all’altra. Allo stesso tempo, però, l’organizzazione razzista della produzione e della riproduzione sociale sembra ormai costituire il presupposto anziché il bersaglio dell’azione sindacale nei confronti del lavoro migrante. Il sindacato finisce sempre più spesso per adeguarsi alla stratificazione interna del lavoro migrante: ne amministra le diverse condizioni sul piano dei servizi e della contrattazione di secondo livello, in alcuni casi presiede direttamente alla sua messa al lavoro stipulando accordi con centri di accoglienza e associazioni di categoria per l’organizzazione di percorsi di formazione e avviamento professionale, talvolta si appoggia alle comunità nazionali per costruire una presenza all’interno di determinate filiere produttive. Incapace di pensare l’organizzazione politica di lavoratori e lavoratrici migranti all’interno di forme e modalità consolidate, il sindacato si ritrova a scoraggiarne le mobilitazioni trattandole come un rischio da non correre per non “subire delle ripercussioni una volta che si torna sul posto di lavoro” o, peggio, come una minaccia alla tenuta di un “equilibrio da non rompere al tavolo con il padronato”. Nonostante l’impegno individuale di sindacalisti e delegati, sempre più presi nella morsa dei servizi da erogare, il sindacato non riesce così a contrastare il razzismo quale operatore che ostruisce lungo la linea del colore le possibilità di comunicazione e organizzazione tra figure diverse del lavoro, riducendolo a matrice culturale che produce soggetti vulnerabili bisognosi di politiche di accoglienza e solidarietà.
Il sindacato rinuncia così a fare i conti con il rompicapo dell’organizzazione con cui una forza lavoro frammentata, ricattabile e sotto attacco come quella migrante gli imporrebbe di misurarsi, soprattutto in settori come quello della cura, dove la massiccia presenza di donne migranti – le cui condizioni di isolamento rendono ancora più ostica qualsiasi forma di iniziativa collettiva – richiederebbe uno sforzo di immaginazione politica all’altezza di un problema intorno al quale, peraltro, sono sorti importanti esperimenti organizzativi in altri paesi europei. Il risultato è un profondo disallineamento tra le modalità di intervento di un sindacato piegato alla struttura razzializzata della produzione e della riproduzione sociale e i bisogni di donne e uomini migranti costretti dentro condizioni di vita e lavoro sempre più povere e precarie. La crescente indifferenza delle lavoratrici e dei lavoratori migranti rispetto al sindacato, per cui “si iscrivono al primo che arriva” o “si organizzano i propri comitati di base”, non andrebbe dunque letta come espressione di “culture diverse e approcci diversi alla sindacalizzazione”. Piuttosto, il fatto che il loro rapporto con il sindacato sia sempre più mediato dalla costruzione di rapporti fiduciari con singoli rappresentanti sindacali che “sappiano indirizzarli e consigliarli anche sugli aspetti extralavorativi” appare indicativo della scarsa o assente capacità del sindacato di rispondere ai comportamenti di una composizione di classe mobile, che pone come centrale il problema della sua riproduzione così come nelle lotte della logistica aveva posto come dirimente la questione del salario. Per la sua stessa forma, il sindacato non riesce a cogliere il rifiuto che il lavoro migrante si ostina a opporre al destino di sfruttamento e oppressione che sembra attenderlo e la sfida organizzativa che questo implica, specie alla luce delle pratiche di mobilità che donne e uomini migranti mettono in campo per migliorare per quanto possibile le loro condizioni di vita e lavoro.
Mobilità: tra strategia di rifiuto e sfida dell’organizzazione
La mobilità continua, infatti, a costituire la principale tattica individuale messa in atto dalle e dai migranti nel tentativo di sottrarsi ai salari più miseri e alle condizioni di lavoro più dure. Seppur nel quadro degli sforzi congiunti di Stati e capitale di irreggimentare i movimenti delle e dei migranti riaffermando sulla loro pelle l’ineludibilità di una coazione al lavoro che il militarismo rende sempre più intensa, la mobilità rappresenta una risorsa operaia attraverso cui tentare costantemente di rovesciare in forza il carattere scarsamente qualificato e intercambiabile del proprio lavoro, che ne alimenta la costitutiva precarietà. Muoversi da un lavoro all’altro senza soluzione di continuità e spesso all’interno dello stesso settore diviene cioè il modo in cui chi non ha un permesso di soggiorno di lungo periodo in tasca tenta di strappare immediatamente pezzi di salario senza dover sottostare all’incremento dei ritmi di lavoro come anticamera di una stabilizzazione la cui promessa viene comunque messa sotto scacco dai processi di stratificazione descritti in precedenza.
È quanto accaduto nella logistica, dove accordi di buonuscita da decine di migliaia di euro sono stati siglati “in certi momenti contingenti” a favore dei lavoratori migranti. In fasi di ristrutturazione aziendale dettata dai processi di internalizzazione o dai cambi di appalto, alcuni “blocchi comunitari” sono riusciti a forzare l’iniziativa sindacale fino a rendere i magazzini “ingovernabili”, costringendo le aziende a scendere a patti con le loro richieste. Una chiara tendenza al rifiuto di determinate condizioni lavorative e salariali emerge però anche in settori come quello agricolo, dove in virtù di una sempre più diffusa indisponibilità allo sfruttamento “adesso sono [i lavoratori migranti] che si scelgono il padrone, soprattutto in determinati periodi dell’anno” in cui si sovrappongono diversi momenti di raccolta e le aziende si ritrovano a rivolgersi al sindacato per il reclutamento di una manodopera che sono “disposte a pagare qualsiasi cifra”.
Questi esempi non mostrano soltanto le modalità tramite cui il lavoro migrante riesce ad aprirsi margini di libertà e di conquista di quote di potere sociale all’interno della coazione al lavoro, ma anche il ruolo sempre più marginale giocato da un sindacato che nell’ambito di questi processi finisce per esercitare una funzione di sovrintendenza anziché di organizzazione, fatti salvi i casi in cui sceglie di raccogliere la “domanda di sciopero” proveniente dal lavoro migrante. Vi è d’altronde un’asimmetria sempre più marcata tra i tempi lunghi e gli equilibrismi delle vertenze sindacali e le difficoltà imposte per legge alla permanenza in Italia, che spinge i migranti alla ricerca di soluzioni individuali “finalizzate ai soldi e via”, compatibili con condizioni giuridiche a causa delle quali “si sentono comunque provvisori”.
Come si vedrà nel terzo articolo di questa serie, comportamenti simili caratterizzano in misura sempre maggiore anche giovani lavoratrici e lavoratori con in tasca la cittadinanza, il cui “obiettivo non è più quello di migliorare le condizioni” attraverso una contrattazione collettiva capace di garantire successi sempre più risicati, “ma è quello di prendere i soldi” per sottrarsi anche solo momentaneamente a un comando sul lavoro che si fa sempre più intollerabile. Queste convergenze parziali tra i comportamenti del lavoro vivo mostrano – e rovesciano – la definitiva dissoluzione del nesso tra lavoro e cittadinanza: se “oggi avere il posto di lavoro non ti porta ad avere uno status superiore”, migranti e giovani finiscono per ritrovarsi accomunati dal rifiuto delle condizioni politiche che ne definiscono la messa al lavoro dentro un orizzonte condiviso di precarietà del lavoro e della vita.
La forma irrappresentabile di questi comportamenti costituisce la sfida dell’organizzazione che il sindacato si trova davanti, non diversamente da qualsiasi altra forma organizzativa che intenda costruire con donne e uomini migranti un rapporto che vada oltre la semplice solidarietà. La mobilità della forza lavoro mostra tutta la difficoltà di una organizzazione sindacale vincolata alla categoria per la quale si contratta e la semplice contrattazione non incide sul razzismo quale operatore della produzione e riproduzione sociale. Soprattutto, il combinato disposto tra le diverse migrazioni (quelle con in tasca un permesso di soggiorno anche di lungo periodo e quelle dei richiedenti asilo) stabilisce una specifica composizione di classe che preme sui sindacati, obbligandoli a modulare le loro risposte fra servizi individualizzati per la riproduzione e sempre più difficoltà a condurre vertenze e organizzare lotte. I sindacati non si pongono il problema della composizione di classe, perché tendono (anche se non tutti allo stesso modo) a considerare come referente l’iscritto. Per i sindacati di base che rappresentano soprattutto migranti il problema sembra meno dirimente. La pressione è invece paradossalmente maggiore nei confederali che devono tenere insieme una composizione complessiva, migrante e no. Proprio perché è la stessa composizione di classe a essere messa in tensione, il problema non riguarda soltanto i lavoratori e le lavoratrici migranti. Il lavoro migrante pone allora il sindacato davanti all’urgenza e alla difficoltà di ripensare radicalmente il suo rapporto con una composizione di classe di cui appare oggi disposto ad assumersi l’onere del governo ma non il rischio dell’organizzazione. Solo registrando questa situazione si può andare oltre la mera constatazione dell’esistenza oggettiva della frammentazione e gerarchizzazione del lavoro. La forza soggettiva del lavoro migrante non sta soltanto nei comportanti di sottrazione, ma anche nella pressione sulla composizione di classe e quindi consiste anche in una richiesta politica di organizzazione del lavoro vivo, anche se non espressa.