domenica , 28 Novembre 2021

Proteste contro il green pass e falsi amici

di ISABELLA CONSOLATI 

L’articolo è stato pubblicato sul giornale tedesco Express. Zeitung für Sozialistische Betriebs- und Gewerkschaftsarbeit.

Al grido di “libertà! libertà!”, una parte della manifestazione “no green pass” organizzata a Roma come in molte città italiane lo scorso 9 ottobre, ha assaltato la sede centrale della CGIL, il più grande sindacato italiano. In una sorta di nostrano assalto al Capitol Hill, alcune decine di manifestanti, guidati da esponenti di gruppi di neofascisti, hanno vandalizzato la sede del sindacato, colpevole di avere un atteggiamento collaborativo con il governo, che di lì a pochi giorni avrebbe reso il green pass – una certificazione che attesta se si è vaccinati o si è fatto un tampone con esito negativo – obbligatorio per entrare in tutti i luoghi di lavoro. In risposta a quest’attacco, la direzione della CGIL ha fatto riferimento agli anni ’20 del ‘900, quando il fascismo si è fatto strada in Italia attaccando le sedi del sindacato, dichiarando: “abbiamo resistito allora, resisteremo anche oggi” e ha convocato una manifestazione “mai più fascismi” per il sabato successivo. Alcuni media hanno insistito sulla rinascita del fascismo in Italia e sull’esigenza di mettere fuori legge alcune sue roccaforti come Forza Nuova e l’antifascismo è tornato a essere, fuori tempo massimo, il grande livellatore grazie a cui l’Italia e gli italiani dovrebbero ritrovare l’unità perduta. Quest’uso dell’antifascismo non è certo nuovo. Il revival però si inserisce nella situazione complessa della ripresa dalla pandemia ed è volto a consolidare il sostegno al governo Draghi alle prese con la gestione dall’alto dei fondi europei per la ripresa.

Da quando è diventato obbligatorio per entrare in luoghi pubblici, cinema, scuole, università, ospedali e rsa, l’opposizione al green pass occupa periodicamente le piazze di molte città italiane. La funzione principale del green pass è quella di incentivare le persone a vaccinarsi e infatti, anche grazie alla sua introduzione, la campagna vaccinale è arrivata a coprire l’86% della popolazione, con un’importante diminuzione dei ricoveri e delle vittime. Si calcola che ad oggi circa il 15% dei lavoratori non è vaccinato – in tutte le categorie, inclusi una parte di lavoratori dell’Est Europa che hanno fatto vaccini la cui validità non è riconosciuta dalle autorità sanitarie europee. In alternativa al vaccino è comunque possibile ottenere il green pass per 48 ore facendo un tampone rapido o per 72 ore facendo un tampone molecolare.

Il fronte “no green pass” raccoglie posizioni varie che vanno dai neofascisti ai gruppi “no vax” a chi difende da qualsiasi intromissione una libertà puramente individuale. Il suo zoccolo duro è composto da persone che avevano contestato le misure di lockdown durante le prime ondate. Tuttavia, alcuni anche a sinistra leggono nel green pass il viatico di una società del controllo e considerano l’opposizione al green pass un’opportunità per consolidare un fronte di opposizione al governo. Lo scontro ha cominciato a investire più direttamente l’universo sindacale in prossimità del 15 ottobre, quando l’obbligatorietà del green pass è stata estesa a tutti i luoghi di lavoro: senza green pass non si lavora e non si riceve lo stipendio. La CGIL, che sostiene la campagna vaccinale, ha denunciato il pericolo di discriminazione insito nell’obbligo della certificazione, che dovrebbe essere risolto offrendo a tutti la possibilità di fare tamponi gratuiti. La questione ha attraversato anche lo sciopero nazionale dei sindacati di base dell’11 ottobre. USB, parte della piattaforma dello sciopero, ha sposato più apertamente la causa “no green-pass”, vedendo nell’obbligo di certificazione un modo per far ripartire la produzione a pieno regime esentando i datori di lavoro da misure di sanificazione e distanziamento ancora necessarie per prevenire i contagi. Altri come ADL Cobas e Si-Cobas hanno assunto posizioni più articolate, criticando il potere che il green pass consegna nelle mani padronali, ma nello stesso tempo prendendo apertamente posizione a favore della campagna vaccinale.

Avvicinandosi alla giornata del 15, inoltre, è stato paventato un blocco generale dei porti, in seguito al rifiuto di vari gestori portuali di garantire tamponi gratuiti ai non vaccinati. Alcuni sindacati autonomi hanno dichiarato l’intenzione di interrompere l’operatività dei porti fino al ritiro del green pass. Il fronte “no green pass” ha visto in questo la conferma che i lavoratori sono dalla sua parte. Tuttavia, a parte alcune tensioni al porto di Genova, l’unico tentativo di blocco è avvenuto al porto di Trieste. Qui alcuni portuali legati al sindacato autonomo Clpt hanno annunciato uno sciopero, decidendo però di permettere a chi voleva entrare di recarsi al lavoro. Nonostante questo, alcune migliaia di persone si sono radunate di fronte ad uno dei varchi, rendendolo di fatto inutilizzabile. Con il passare delle ore è risultato tuttavia evidente che la mobilitazione è stata cavalcata da gruppi no-vax e le tensioni interne al sindacato Clpt hanno portato alla fine alle dimissioni del suo portavoce, mentre il ‘blocco’ del porto si è trasformato in una manifestazione e un presidio nella piazza centrale della città. Nel frattempo, è emerso che in alcuni porti il tasso di vaccinati è pari quasi al 100%, per cui il problema non si pone nemmeno. Anche se la mobilitazione a Trieste non è conclusa, la vicenda del porto dimostra che l’opposizione al green-pass non è la miccia che può accendere il dissenso nei luoghi di lavoro come alcuni hanno sperato. Questo è un dato di fatto che dovrebbe far riflettere anche chi nei movimenti confonde ogni tensione di piazza con una scintilla di conflitto sociale.

Al contrario, l’ossessiva attenzione nei confronti del green pass nasconde non solo le rivendicazioni operaie di sicurezza dal contagio portate avanti nella prima fase della pandemia attraverso scioperi e blocchi spontanei, ma anche il fatto che  nelle fabbriche, nei magazzini e in tutti gli altri posti di lavoro avvengono quotidiane “discriminazioni” ben più strutturali: dal permesso di soggiorno per i migranti all’assenza di condizioni di sicurezza che causa morti quotidiane alla minaccia del licenziamento, sempre più pesante da quando il governo ha eliminato il blocco dei licenziamenti e destinato a colpire ancora una volta soprattutto le donne (che sono state il 90% della forza lavoro dismessa nelle prime fasi della pandemia). Discriminazioni sulle quali non sarà d’altra parte l’unità nazionale sotto l’egida dell’antifascismo invocata dalla CGIL a gettare una luce. Le stesse piazze “no green pass”, e il tentativo di attraversarle dichiarato da alcuni militanti antifascisti, hanno del resto mostrato come l’antifascismo sia oggi di fatto inservibile: quando per alcuni significa opposizione ai gruppi organizzati fascisti, per altri significa ormai opposizione al green pass, ai vaccini e ad ogni misura per contenere la pandemia.

Nel frattempo, il governo sta varando riforme della pubblica amministrazione e dell’università, degli ammortizzatori sociali e del fisco, in nome della transizione ecologica le relazioni industriali stanno mutando in maniere che avranno effetti per i prossimi decenni. Mentre alcuni parlano di “dittatura sanitaria”, le decisioni su come si uscirà dalla pandemia, che riguardano come e dove verranno spesi i miliardi del recovery plan, è sottratta a qualsiasi contestazione e contrattazione sociale. Se è vero che il green-pass affida ai datori di lavoro compiti che dovrebbero essere svolti da autorità pubbliche, è un pezzo minuscolo di una sintonia ben più profonda e radicata tra industriali e governo. Vien da dire che il principale problema dell’Italia ora non è il fascismo e non è nemmeno il green-pass, ma la necessità che su questi temi si apra un terreno di discussione e di lotta a livello non solo nazionale, ma quanto meno europeo.

 

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