lunedì , 19 Ottobre 2020

Moltitudine, Mobilità, Mutualismo. Problemi e risposte della classe che non c’è

ClasseSollecitati da alcuni compagni e compagne con i quali abbiamo condiviso negli ultimi anni percorsi di intervento con i precari e con i migranti, contribuiamo al dibattito di Communianet.org sull’utilità, l’attualità, la necessità del riferimento alla classe. Com’è evidente, si tratta di un intervento che cerca soprattutto di indagare il lessico con cui il movimento si è rapportato con un concetto politico che nella tradizione comunista è stato a lungo dominante e indiscutibile. Siamo grati per l’invito perché ci ha consentito di riflettere su un concetto che in questi anni noi abbiamo comunque continuato a utilizzare.

Quello che segue è un contributo al dibattito che da qualche tempo s’interroga sul problema di ripensare la classe oggi. Se l’esigenza condivisa è di articolare e organizzare una «politica di parte», è necessario sollevare qualche dubbio circa la possibilità di approdare a una definizione chiara di quella «parte», soprattutto alla luce delle trasformazioni della lotta di classe di fronte ai processi di globalizzazione, delle sfide imposte dalla crisi e delle mutazioni intervenute nel più recente lessico politico di movimento. Più che cimentarci in tentativi disperati di ridefinizione concettuale ci limitiamo perciò a mettere in luce alcuni sintomi di questa difficoltà. Ragionare in termini di classe ha senso solo se si pensa che le lotte dentro il capitalismo, che comunque si sviluppano, possano trovare così un comune e produttivo riferimento politico. Il discorso di classe non può essere solo la descrizione di un’infinità di rapporti lavorativi e delle relative dominazioni quotidiane, ma deve individuare una specifica modalità di rottura di quei rapporti. La classe non è una parte della società, ma l’insieme di comportamenti soggettivi che contestano i rapporti di dominio che la costituiscono. Eppure, lo sappiamo, non tutti quei comportamenti stabiliscono delle pratiche di contestazione descrivibili in termini di classe. Il paradosso della classe sta tutto nella realtà da cui necessariamente prende le mosse e dalla quale deve altrettanto necessariamente emanciparsi.

La realtà feroce della prima crisi capitalistica globale e l’affermazione generalizzata dei processi di precarizzazione del lavoro contemporaneo hanno riportato alla luce la presenza di una polarizzazione che attraversa l’intero spazio globale. Questa polarizzazione – riconosciuta per esempio dalle esperienze di #Occupy, che hanno tentato di esprimere le pretese del 99% contro l’1% dei possessori della ricchezza mondiale – ha fatto riaffiorare un lessico di classe che era stato abbandonato nei primi anni 2000 dal movimento globale di contestazione della globalizzazione capitalistica. Nell’«abbecedario» delle esperienze di contestazione inaugurate dalle mobilitazioni di Seattle e Genova il «movimento dei movimenti» e «la moltitudine» prendevano il posto della classe, ritenuta ormai insufficiente a descrivere tanto le nuove dinamiche di accumulazione e di sfruttamento quanto le nuove forme di sottrazione e di politicizzazione contro l’ordine capitalistico. Questa rinuncia a un discorso di classe descriveva la posizione dei protagonisti di quelle contestazioni, difficilmente riconducibili a una comune condizione sociale e lavorativa. Inoltre, essa era il sintomo della difficoltà – o dell’incapacità – di intercettare il conflitto sul lavoro, demandato al sindacato come suo rappresentante ufficiale. Il massimo che il «movimento dei movimenti» osava era «attraversare» i grandi eventi sindacali, cercando sì un’interlocuzione, ma essendo anche sicuro di essere altro. Il nemico veniva individuato nei rappresentanti istituzionali del potere politico, spesso riuniti nei grandi vertici, mentre il padrone quotidiano restava sullo sfondo, nascosto come i rapporti di classe che gli permettevano di essere tale.

Il lessico del movimento globale, però, segnalava anche l’esigenza di dare espressione alla molteplicità delle figure dell’antagonismo: il «movimento dei movimenti» doveva essere in grado di coinvolgere – almeno nominalmente – istanze come quelle espresse dalle donne, da tempo indisponibili a essere ridotte a una contraddizione secondaria. La «moltitudine» pretendeva di superare la connotazione operaia della «classe», ritenuta un residuo del passato fordista da lasciarsi alle spalle in un mondo segnato da una cooperazione sociale diffusa anche al di fuori dei confini della fabbrica e quindi non più direttamente organizzata dalla sua disciplina. Veniva così rifiutato il nesso tra proletariato e classe operaia, con la pretesa di «generalizzare» il conflitto tra capitale e lavoro rintracciandolo in ogni forma di antagonismo, poiché la vita nel suo complesso sarebbe ormai messa a valore. Allo stesso tempo, tuttavia, quello stesso discorso riproduceva la logica che contestava facendo del «cognitario» – ritenuto l’espressione più avanzata della cooperazione sociale – il soggetto generale in grado di trainare le lotte, prendendo il posto di una figura operaia considerata ormai desueta. Ciò nonostante il riferimento alla moltitudine pone tuttora una questione politica importante, relativa all’impossibilità di considerare la «classe» come una parte al suo interno omogenea. Come la classe operaia del movimento comunista era l’indicazione di una soggettività politica e non solo la coniugazione di una posizione sociale con un ruolo produttivo, affermare che la moltitudine è la forma politica della classe significa riconoscere che la contemporanea generalizzazione della precarietà e il processo di proletarizzazione che l’accompagna non coincidono immediatamente con un ricompattamento delle posizioni nel conflitto tra capitale e lavoro. Piuttosto, quella generalizzazione, così come la proletarizzazione delle fasce sociali intermedie e di immense masse di migranti, lascia più che mai aperta la questione di come quelle posizioni possano produrre comportamenti antagonisti capaci di incidere sul rapporto di capitale acquisendo una dimensione di massa.

Se la classe non è una «cosa», ma si definisce all’interno di una lotta, essa non può essere identificata interamente a partire dalla posizione lavorativa, mentre d’altra parte l’antagonismo non può prescindere dalla posizione che gli individui occupano all’interno del rapporto di capitale. La lotta di classe non è un riflesso condizionato, ma nemmeno semplicemente un atto di volontà. Quello a cui si assiste è perciò una paradossale, ma non inedita, sconnessione tra proletariato e classe, se a quest’ultimo termine non si vuole dare una caratterizzazione puramente sociologica, ma lo si vuole invece considerare come uno strumento utile per definire una pratica politica capace di scegliere da che parte stare. D’altra parte è proprio della nostra condizione globale la difficoltà di consolidare stabili modelli di comunicazione tra le molte figure del lavoro contemporaneo, la cui organizzazione procede sotto il segno della mobilità. Mobilità spaziale del lavoro migrante, mobilità imposta dalla crisi e dal nuovo paradigma dell’occupabilità, mobilità dei comportamenti «giovanili» nei confronti del posto di lavoro fisso e mobilità delle forme contrattuali sono tutti fenomeni che descrivono l’attuale impossibilità di spazializzare la classe in un’immagine che sia in qualche modo indicativa e identificativa. Questa mobilità non solo rende labili i confini «esterni» della classe, ma anche impone di ripensare la sua differenziazione, scomposizione e individualizzazione interna. Questa mobilità mette continuamente sotto scacco qualsiasi processo di ricomposizione e pare inoltre incidere «negativamente» sui livelli di conflittualità sul posto di lavoro, perché, in Cina come in Italia, di fronte alla difficoltà di migliorare la propria posizione con la lotta, è pratica comune andarsene, cercando altre occupazioni che corrispondono ad altre subordinazioni.

Tuttavia da questi comportamenti e da queste dinamiche bisogna partire per provare a declinare politicamente cosa significhi «classe» oggi. Essi non indicano l’accettazione del nuovo ordine capitalistico della mobilità, ma al contrario segnalano la presenza di modalità di sottrazione rispetto alla rete dei suoi rapporti sociali, produttivi e giuridici. Quei comportamenti e queste dinamiche esprimono il tentativo di non lasciarsi afferrare dal processo di individualizzazione che è alla base del rapporto sociale di capitale. Su questa individualizzazione vale la pena soffermarsi, perché essa è il segno di una trasformazione complessiva della società, non più identificabile come formazione nazionale e neppure quindi come spazio di legami garantiti attraverso la mediazione della sovranità del singolo Stato. Ciò non corrisponde evidentemente alla fine del rapporto sociale capitalistico, ma a una radicale sconnessione delle sue parti che si dispiega su scala globale impedendo l’identificazione di specifiche figure lavorative – operaie o cognitarie che siano – attorno alle quali pensare la classe o la sua ricomposizione. La risposta a questa individualizzazione è per ora un ritorno del mutualismo che, nei centri sociali, nelle occupazioni delle case, nelle reti di solidarietà, nel sindacalismo autonomo delle singole vertenze cerca di approssimare la risposta locale (e rassicurante) a una condizione globale e quasi inafferrabile. L’esperienza di questa sconnessione vissuta quotidianamente da precarie, operai, migranti e poveri in cerca di un salario o di un reddito manifesta però l’esigenza e la possibilità di un’azione collettiva – non locale e non limitata alle forme di socializzazione – contro le gerarchie che pretendono di legittimare questi processi di separazione e individualizzazione come fatti naturali. Il compito che abbiamo davanti è quello di connettere queste esistenze separate, senza pretendere di rappresentarle come unità indifferenziata. Non si tratta di costringerle su un piano di parità dentro una classe immaginata, ma di aprire processi organizzativi e di comunicazione politica che, partendo da esperienze e pratiche inevitabilmente frammentate e limitate, impongano una presa di parte.English_flag-150x150

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