domenica , 15 Settembre 2019
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Il governo della mobilità 4. Germania ovvero Europa ovvero i labirinti dell’inclusione

di LUTZ ACHENBACH ‒ avvocato, Berlino

Germania labirinto esclusioneEnglish

→ Vedi anche Il governo della mobilità #1, #2, #3

In Germania il sistema di welfare è frammentato tanto quanto il mercato del lavoro. Esiste un’assicurazione per la disoccupazione per i lavoratori a tempo indeterminato e un sistema di welfare per i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori precari. Per poter ricevere le prestazioni di welfare bisogna adeguarsi alla disciplina del centro per l’impiego e far domanda per qualsiasi lavoro o partecipare a qualsiasi esercitazione proposta dal centro dell’impiego stesso. L’inosservanza di queste regole viene sanzionata con tagli del 30% sulle prestazioni di welfare.

La normativa tedesca sul welfare esclude dalla richiesta di prestazioni i cittadini europei che non lavorano o che non hanno un’attività autonoma in Germania. Essa esclude, inoltre, tutti coloro che cercano lavoro in Germania. Questa esclusione è stata fortemente dibattuta per molti anni nelle corti tedesche. C’è ancora una causa pendente presso la Corte di Giustizia Europea, che giudicherà se tale esclusione sia o meno compatibile con le norme europee. Su questa questione le corti tedesche hanno dato differenti giudizi e il fatto che si ricevano o meno dei benefici è solo una questione di fortuna.

Nel dicembre 2014 la legge tedesca sulla residenza dei cittadini europei è stata cambiata. Da allora i cittadini europei che migrano in Germania per cercare lavoro hanno diritto a restare per soli sei mesi, nel caso in cui non abbiano denaro per sostenersi. Dopo questo periodo di tempo essi devono dimostrare all’ufficio stranieri che sono «sinceramente interessati a ottenere un lavoro». Non è molto chiaro che tipo di prove possano essere accettate – a parte il contratto di lavoro – per valutare questo «interessamento».

Questo cambiamento fa parte di un pacchetto più ampio. Nel preambolo alla legge sulla residenza il governo ha stabilito che queste modifiche sono necessarie per combattere «l’abuso e l’infrazione della normativa relativa alla residenza, il lavoro nero, le assunzioni illegali, l’abuso dei sussidi familiari. Allo stesso tempo le amministrazioni locali verranno ulteriormente esautorate a causa dei particolari problemi legati alla crescente migrazione dai paesi dell’UE». Gli altri cambiamenti includono l’introduzione del divieto di rientro in Germania per le persone che abbiano perso il loro status di residenti. Tale divieto è legittimo se viene violato il diritto di residenza, come nel caso in cui venga simulato il possesso dei requisiti per ottenerlo.

La riforma della legge sulla residenza modifica anche il diritto alle prestazioni di welfare. Infatti, anche se la Corte di Giustizia Europea decide che l’esclusione degli europei in cerca di lavoro è incompatibile con le norme europee, il diritto alle prestazioni di welfare verrà comunque ridotto a 6 mesi (in realtà si tratta di 3 mesi, dal momento che sembra che l’esclusione dei primi tre mesi sia compatibile con la normativa europea). Questo è il vero motivo dietro la riforma della legge di residenza: il governo tedesco non era sicuro di vincere la causa di fronte alla Corte Europea e ha voluto essere sicuro di ridurre il più possibile i sussidi di welfare per i migranti europei. Trasformando la questione del diritto alle prestazioni di welfare in una questione di diritto di residenza, essa non riguarda più l’amministrazione del welfare e i tribunali sociali federali, ma diventa materia di competenza del dipartimento degli affari esteri e dei tribunali amministrativi.

Mentre un’azione legale presso il tribunale sociale federale è priva di costi e l’amministrazione perde più del 50% delle cause riguardanti i sussidi di disoccupazione, le cause presso i tribunali amministrativi sono a pagamento e nel 90% dei casi i tribunali convalidano la decisione amministrativa. La legge è stata cambiata in un momento in cui il discorso razzista in politica e nei media si è intensificato, soprattutto confronti dei migranti dell’Europa dell’est e quindi, implicitamente, delle popolazioni rom. La retorica è quella secondo cui le migrazioni dall’Europa dell’est sarebbero motivate dal “turismo del welfare”.

Mentre i migranti europei sono stati etichettati come parassiti del welfare, i migranti non europei sono stati presi di mira perché si presentano come rifugiati. La responsabilità dell’aumento dell’immigrazione di non-europei con lo status di rifugiati è stata data a una sentenza della Corte costituzionale tedesca del 2012, quando è stata respinta la legge discriminatoria tedesca volta a garantire ai rifugiati solo una parte dello «tenore di vita minimo» a cui hanno diritto i cittadini tedeschi ed europei. Curiosamente, nella sentenza si afferma che le persone che risiedono legalmente in Germania non possono essere escluse da un tenore di vita minimo, poiché questo sarebbe incostituzionale, dal momento che la Germania è, per Costituzione, uno Stato sociale [Sozialstaat]. Che cosa questa sentenza implichi per i migranti europei non è ancora chiaro.

 Al fine di escludere i cittadini non europei dalla possibilità di richiedere prestazioni di welfare, la Germania ha cambiato la legge nel settembre del 2014 e ha dichiarato la Serbia, la Bosnia e la Macedonia «Paesi di provenienza sicuri». Così facendo, ha reso impossibile per i cittadini di questi paesi ottenere lo status di rifugiato in Germania. Anche in questo caso, le politiche di welfare sono trasformate in questioni legate alla residenza.

Ciò che è interessante mettere in luce è che tale cambiamento delle norme di residenza per i cittadini europei non è stato giustificato a partire dall’idea che una loro inclusione aumenterebbe la spesa pubblica, e che quindi devono essere esclusi per rafforzare la posizione tedesca. Piuttosto, si è indicata una questione marginale come l’abuso del diritto di residenza. A differenza del governo inglese, che ha dichiarato esplicitamente la sua volontà di riformare il diritto europeo alla libertà di movimento, il governo tedesco nasconde il suo attacco alla libertà di movimento evidenziando invece marginali violazioni della legge. Ciò permette al governo tedesco di mantenere un’apparenza indiscutibilmente filo-europea e di accusare il governo inglese di mettere in discussione la libera circolazione – mentre allo stesso tempo sovverte esso stesso la libertà di movimento. Questa ipocrisia è paradigmatica della politica europea della Germania.

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