domenica , 29 Gennaio 2023

La transizione energetica e la guerra. Intervista a Simone Ogno di ReCommon

di CLIMATE CLASS CONFLICT ITALY

Pubblichiamo l’intervista a Simone Ogno, dell’associazione ReCommon, che ci parla delle trasformazioni prodotte dalla guerra in Ucraina e dalla conseguente crisi energetica sulla transizione ecologica avviata dall’Unione Europea. Prima della guerra, ingenti investimenti erano stati destinati a un processo di riconversione di fabbriche, di imprese e della logistica in infrastrutture basate sull’impiego di energie rinnovabili, riformando senza intaccare l’ordine capitalistico che ne detta la logica di funzionamento. La guerra scoppiata ormai quasi un anno fa ha introdotto diversi elementi di discontinuità. L’impossibilità di attingere al gas russo ha portato, infatti, da un lato a rivolgersi a fornitori altrettanto autoritari della Russia, dall’altro a giustificare il ritorno, almeno parziale, ai combustibili fossili di cui da poco la COP27 ha sancito il persistente predominio. La corsa tedesca al carbone di cui si parla nell’intervista mostra chiaramente che l’altra faccia della maggiore efficienza e dei maggiori profitti delle miniere sono il peggioramento delle condizioni di vita, salute e lavoro di chi nelle miniere è impiegato e di chi risiede nelle zone toccate. Le lotte nate in territori come la Renania per combattere questi effetti rendono evidente l’impossibilità di separare la lotta per migliori condizioni di lavoro dalla lotta per la giustizia climatica. Infatti, in questa fase di ridefinizione dei piani energetici europei e globali, la tensione esistente fra la necessità di far leva sulla transizione per rendersi autonomi dal gas russo e quella di servirsi di fonti energetiche immediatamente più efficienti conserva intatta la priorità dell’accumulazione. La dimensione transnazionale dei processi che la garantiscono – dalla speculazione finanziaria sulle materie prime all’aumento dei costi della vita, dal cambio dei piani di investimento energetico alla riorganizzazione dei piani industriali e del lavoro – richiede di elaborare strategie comuni su scala transnazionale. Solo in questo modo diventa possibile dare maggiore forza alle lotte sui territori e fare dell’ecologismo uno strumento chiave per fare i conti con la ristrutturazione dell’ordine globale in corsoLa traduzione inglese di questa intervista farà parte del giornale in uscita curato nell’ambito dell’iniziativa transnazionale Climate Class Conflict. 

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CCC-IT: Lo scoppio della guerra in Ucraina ha avuto un impatto ambivalente sulla transizione ecologica. Da un lato producendo un suo apparente stallo, con paesi come Germania e Italia che hanno messo in discussione il progressivo abbandono dei combustibili fossili in questa fase di crisi. Dall’altro, la guerra è stata invocata dall’Unione Europea come ragione per accelerare la transizione verso le rinnovabili, per risolvere il problema della dipendenza energetica dal gas russo. A tuo parere, che tipo di impatto ha avuto la guerra e la conseguente crisi sul progetto europeo di transizione ecologica e sulle politiche energetiche dell’UE e dei suoi Stati?

Simone Ogno: L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa ha impattato ciò che permette il funzionamento delle società contemporanee: la produzione di energia. A cascata, ciò si riverbera su tutte le catene di produzione. Per queste ragioni, potremmo dire che questa guerra ha stravolto le relazioni di potere economico per come le conoscevamo, cosa che neanche la pandemia di Covid-19 era riuscita a fare. Per rompere la dipendenza europea dagli idrocarburi russi, soprattutto il gas, i governi non hanno fatto altro che inserirsi sui binari ben tracciati dalle multinazionali energetiche, innestando nuove spirali di dipendenza energetica da Paesi non meno autoritari della Federazione russa o caratterizzati da forte instabilità sociopolitica: Egitto, Algeria, Repubblica del Congo, Angola e Mozambico, per citarne alcuni. In altri casi, si tratta di Paesi dove la violenza assume connotati sistemici, soprattutto sul piano economico e sociale, con forti connotati di razzializzazione: Stati Uniti e Australia rappresentano i casi più emblematici.

Questo nuovo sdoganamento mainstream dei combustibili fossili ha permesso alle multinazionali energetiche di mettere momentaneamente in secondo piano l’agenda delle false soluzioni per contrastare la crisi climatica, tra cui l’idrogeno e la cattura-e-stoccaggio del carbonio, che serviva a concedere qualche anno in più di agibilità sociale a petrolio e gas, naturalmente dietro una mano di vernice verde. L’accelerazione delle rinnovabili è innegabile e dovrebbe essere accolta in maniera positiva. Tuttavia, dovremmo anche porci delle domande: i soggetti che ci hanno portato sul baratro della crisi climatica dovrebbero essere gli stessi a tirare le fila di un mondo senza combustibili fossili? Tutta l’energia che ora produciamo ci serve davvero? A chi serve? Quali sono gli impatti delle rinnovabili su larga scala? Quale protagonismo dei territori?

Nella Renania settentrionale-Westfalia, per fare un esempio, ancora ci sono piani industriali di espansione di miniere di carbone, che stanno producendo la demolizione di interi villaggi nelle zone limitrofe. Quali sono gli effetti materiali sulle condizioni di vita e lavoro delle persone che risiedono nelle zone investite da questo tipo di progetti estrattivi? Qual è la composizione del movimento ecologista in Germania in questo momento, e quali critiche ha avanzato ai progetti di transizione ecologica?

Se c’è un’immagine che rappresenta la nuova corsa al carbone della Germania, questa è sicuramente l’abbattimento di otto turbine eoliche per favorire l’espansione della miniera a cielo aperto di Garzweiler II, nel Nord Reno-Vestfalia. Qui il concetto di transizione energetica è manipolato a suo piacimento da RWE, multi-utility a capitale interamente privato che detta l’agenda al governo locale e federale. Statisticamente ci sono 2mila morti l’anno a causa delle centrali a carbone della regione, senza contare le ripercussioni subite dalle donne incinte, perché le particelle inquinanti arrivano fino alla placenta. Nelle aree più impattate i bimbi pesano di meno e nascono più spesso prematuri.

Nei pressi di Garzweiler II attiviste e attivisti per la giustizia climatica hanno costruito un villaggio di casupole di legno, piccole abitazioni sugli alberi e hanno occupato alcune abitazioni per salvare il villaggio di Lützerath. Il presidio, con tanto di tenda che funge anche da punto informativo, va avanti da due anni. Lo scorso ottobre RWE e il governo locale, a guida CDU-Verdi, hanno stretto un accordo terrificante: dei sei villaggi sotto minaccia di distruzione per l’espansione della miniera, sarebbe appunto sparito solo Lützerath, mentre lo stop al carbone nella regione sarebbe stato anticipato dal 2038 al 2030. Tuttavia la quantità di carbone da bruciare nelle vicine centrali, 290 milioni di tonnellate, sarà superiore a quanto era stato previsto per il 2038. Per scavare la prima metà della miniera di Garzweiler erano già stati spazzati via undici villaggi e rilocate 30mila persone.

Chi resiste a Lützerath proviene da gruppi differenti, una composizione larga che presenta alcune similitudini con il movimento No Tav: gruppi di cattolici, anarchici, Fridays for Future, verdi in rotta di collisione con il proprio partito e così via. Sembra essere radicata la convinzione che la resistenza – e la liberazione – debba tenere in considerazione ogni sensibilità e pratica: chiunque può trovare il proprio spazio. E una cosa è ben chiara: Lützerath rappresenta molto di più di un villaggio del Nord Reno-Vestalia. La sua demolizione è una soglia da non superare, quella fatidica di +1,5 C°, perché se l’industria del carbone può ancora fare la voce così grossa in un contesto sociopolitico in fase di progressiva decarbonizzazione, allora la transizione energetica non avverrà mai.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina la speculazione finanziaria sul prezzo delle materie prime ha subito un’accelerazione, con aumenti vertiginosi delle bollette che pagano i profitti delle imprese che producono energia e dipendono in larga parte dalla speculazione finanziaria sull’instabilità degli approvvigionamenti. In Europa la finanza da molti anni, con il mercato dei titoli di carbonio, è parte integrante del governo del clima. Quali sfide pone la finanza sul piano transnazionale a un movimento ecologista che pretende giustizia climatica, dunque anche rifiuta speculazioni sulle condizioni di vita e di lavoro di tutti e tutte?

È una delle sfide più complesse, perché opera su un piano prevalentemente non materiale. Certo, ci sono le istituzioni finanziarie che supportano l’industria fossile con prestiti e investimenti, ma quella è solo una parte. I meccanismi di finanziarizzazione dell’esistente riguardano un ventaglio di soggetti molto più ampio, che possono così speculare in maniera indisturbata, come abbiamo visto nel caso del mercato del gas di Amsterdam e come inizia ad avvenire in quello omonimo statunitense, Henry Hub. È importante, quando possibile, che il movimento ecologista transnazionale attacchi sul piano culturale e materiale questi attori, e allo stesso tempo cerchi di capire come innestare processi di “giusta transizione finanziaria”, in maniera simile alle sperimentazioni che avvengono sul piano della produzione e consumo di energia. Le domande da porci sono molto simili.

Si è appena tenuta la COP27 delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico in Egitto, dove, nonostante l’afflato democratico sbandierato da tutti i paesi occidentali, e non solo, rispetto alla guerra in Ucraina, nessuno ha sollevato problemi rispetto all’arresto di 118 attivisti ambientalisti dall’inizio del summit. Mentre le associazioni e gli attivisti hanno il divieto di partecipare e di manifestare, all’interno del summit sono presenti il 25% delle lobby di combustibili fossili. Quali sono stati gli esiti di questa COP27 e che effetti avrà sulle politiche di gestione della crisi energetica portata dalla guerra?

La COP27 è stata, senza ombra di dubbio, una delle edizioni più fallimentari dal 2015. Aver riconosciuto l’importanza del principio di loss and damage è stato un passaggio importante, perché ci parla di responsabilità storiche nella crisi climatica – quindi chi distrugge paga: riporta la questione su un piano di giustizia, anche sociale. Intorno ai principi si possono costruire spesso azioni, ma su questo fronte al momento sono un miraggio. Esce vittoriosa, ancora una volta, l’industria fossile, protetta dall’autoritario regime di Al-Sisi e dai suoi interessi strategici legati all’export di gas.

Il governo Meloni ha fatto della nazionalizzazione della questione ambientale, della sospensione della transizione a difesa della produzione ‘made in Italy’ e del nucleare alcune delle sue bandiere ideologiche fin dal proprio insediamento. Quali continuità e discontinuità – sul piano delle politiche climatiche ed energetiche – pensi si daranno fra le scelte dell’attuale ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, e quelle portate precedentemente avanti dall’ex ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani?

C’è molta più continuità di quanto possa sembrare, ne è la prova l’arruolamento temporaneo di Cingolani, come una sorta di “lungo passaggio di consegne”. D’altronde, una continuità simile la si riscontra anche sul piano internazionale con l’adesione incondizionata alla NATO: c’erano questioni insindacabili, e la partita energetica era tra quelle. Forse a cambiare sarà il piano narrativo, per coccolare un elettorato sempre affascinato dall’autarchia e dalla nazionalizzazione dei settori strategici, ma alla fine saranno sempre gli interessi delle corporation “di bandiera” a prevalere, con un esiguo tornaconto di potere per chi sta al governo. Con Cingolani forse avremmo assistito a una maggiore spinta verso le false soluzioni per il clima, tra cui il nucleare, mentre il governo di Giorgia Meloni sembra voler spingere – almeno in questa prima fase – per le “risorse fossili nazionali”: come detto in precedenza, una scelta populista dettata dal contesto di nuovo sdoganamento dei combustibili fossili piuttosto che di ponderate scelte politiche.

Come pensi che il movimento ecologista possa connettere la propria la lotta con quella di uomini e donne che subiscono gli effetti tanto della transizione ecologica quanto di piani di industrializzazione che restano ancorati ai combustibili fossili? Come pensi che si possa superare la divisione artificiale tra attivismo ecologista e interessi di lavoratori e lavoratrici? In altre parole, che forma dovrebbe avere per te, oggi, una lotta transnazionale per la giustizia climatica?

Se come punto di osservazione prendiamo quello più prossimo a noi, cioè il contesto europeo, è bene che continuiamo ad esporre i nostri privilegi e cerchiamo di decostruirli. Dobbiamo porci in condizione di ascolto soprattutto verso chi resiste nel Sud Globale, dal momento che gli attori dell’estrattivismo provengono storicamente dalle nostre società. E, di conseguenza, attaccare questi attori: insomma, praticare internazionalismo in un contesto globale mutato rispetto a quando il termine fu coniato. L’industria dei combustibili fossili è destinata a scomparire – così come i settori collegati, e con essa una mole inimmaginabile di posti di lavoro. Vogliamo davvero permettere alle multinazionali energetiche di operare il divide et impera fra attivismo ecologista e mondo del lavoro per uno o due anni in più della loro sopravvivenza, prima che si schiantino di colpo lasciando anche macerie sociali oltre a quelle ambientali e climatiche? Oppure vogliamo cercare di superare il modello estrattivista incentrato sulle fossili e costruire società nuove? Dovremmo indicare in maniera ancora più convinta gli attori responsabili della crisi climatica, e allo stesso tempo interrogarci seriamente sui concetti di produzione e consumo, sui meccanismi di estrazione di ricchezza dai territori e come si riproducono in un contesto che cambia. E dovremmo farlo insieme.

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