domenica , 9 Maggio 2021

Note su migrazioni, ricerca e critica

Immagine tratta dal calendario a sostegno dei lavoratori migranti in lotta contro le condizioni di vita negli alloggi popolari per operai in Francia, 1977

di GIORGIO GRAPPI

Quello che segue è l’intervento presentato da Giorgio Grappi al seminario «Innovative Methods of Research in Migration & Refugee Studies» organizzato dal Calcutta Research Group e dall’Institut for Human Sciences (Vienna, 21 Dicembre 2020).

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Questo intervento discute del significato della ricerca militante negli studi sulle migrazioni e sui rifugiati a partire da tre domande principali: come interpretiamo le migrazioni nel mondo contemporaneo? Come ci può aiutare la ricerca a comprendere questa posizione? E, infine, che cosa significa adottare un approccio ‘critico’ o ‘militante’ nello studio delle migrazioni?

Il mio contributo si articola intorno a tre punti principali: la logistica o logistificazione delle migrazioni, il razzismo istituzionale e il ruolo della critica o militanza nella ricerca. Per costruire lo sfondo su cui credo debbano essere pensate queste questioni inizio tuttavia questa discussione ricordando una formula utilizzata da Etienne Balibar più di vent’anni fa, nel discutere l’irruzione del movimento dei sans-papier in Francia, che aveva portato, nel giugno del 1996, all’occupazione della chiesa di Saint-Bernard, a Parigi, da parte di 300 migranti senza documenti e a un vasto movimento di sostegno all’interno della sinistra francese. In un testo del 1997, Balibar si chiedeva Che cosa dobbiamo ai sans-papier? Il riferimento mi sembra importante non soltanto in chiave storica, ma anche perché oggi assistiamo di nuovo, in Francia, a un ampio movimento di sans-papier che rende utile rileggere un pezzo di discussione che ha riguardato il movimento dei migranti e antirazzista francese da ormai diversi decenni, come mostrerò in seguito, e quella discussione contiene elementi utili più in generale per pensare alla politica in rapporto alle migrazioni.

Balibar rispondeva a quella domanda sostenendo che il movimento dei sans-paper aveva portato in dote tre cose importanti: primo, un rovesciamento del discorso politico sull’illegalità. I sans-papier, anche a partire dall’adozione di questa definizione, affermavano infatti la loro presenza nella società francese e attribuivano allo Stato la responsabilità della loro irregolarità. Rifiutando la categoria di ‘clandestini’ e definendosi lavoratori ‘senza documenti’, questi migranti segnalavano di essere di fatto “autorizzati”, ma non riconosciuti, per riprendere una formulazione successiva di Saskia Sassen. Secondo, il fatto che i sans-papier, che ricoprivano posizioni specifiche nei segmenti più bassi del mercato del lavoro, emergevano con la loro protesta come un “proletariato moderno”. Terzo, il fatto di rivelare la rilevanza del razzismo istituzionale e la dimensione ormai transnazionale delle trasformazioni sociali.

Il movimento dei sans-papier, in altre parole, non si limitava a denunciare un razzismo generico, ma il marchio istituzionale imposto dal trattamento riservato ai migranti e dalle modalità di gestione dei documenti. In questo modo Balibar invitava a pensare alle migrazioni come un problema di politica del proletariato, più che a una questione particolare o di definizioni. Il proletariato va qui inteso in senso politico e diverso dalla semplice descrizione della ‘classe lavoratrice’, e richiama direttamente la possibilità di costituire un movimento politico di un soggetto collettivo che aspira a rovesciare la riproduzione delle condizioni stesse della propria esistenza.

Una prima indicazione che possiamo trarre è quella di considerare come oggi i problemi dei migranti siano spesso quelli di lavorare e vivere in un mondo segnato da condizioni di precarietà estrema, dominato dalla dimensione globale del capitale, più che (solo) questioni di solidarietà o di aiuto umanitario. Questo ci porta a ripensare la questione della lotta contro le discriminazioni e contro il razzismo considerando il modo in cui discriminazioni e razzismo sono interne a questa dimensione globale del capitale.

Questa discussione non è ovviamente nuova. Le stesse posizioni di Balibar qui richiamate sono il frutto di un lungo percorso di riflessione sulla politica comunista di fronte alle trasformazioni indotte dalla presenza crescente di lavoratori migranti. In un testo del 1973 su Lenin, i comunisti e l’immigrazione, scritto come contributo alla discussione interna al Partito comunista francese, Balibar sottolineava come l’immigrazione ponesse due problemi al militante comunista: primo, la questione delle sue cause economiche e della loro trasformazione dentro la storia del capitalismo. Il ricorso a Lenin dimostrava come questo problema rientrasse storicamente nella discussione del rapporto tra comunismo e imperialismo, ma riguarda direttamente le successive discussioni sulla globalizzazione e la nuova dimensione di interdipendenza transnazionale.

Il secondo problema riguarda gli effetti politici dell’immigrazione per la lotta proletaria. Riprendendo e ampliando una discussione che animava nel 1917 la definizione del programma bolscevico, Balibar sottolineava come la questione migrante riguardasse direttamente la definizione della politica della classe operaia, osservando come «non è una coincidenza […] che la maggioranza dei lavoratori immigrati siano impiegati nell’industria e nelle catene di montaggio, nei cantieri e nelle opere pubbliche, dove la forza-lavoro è intensamente sfruttata e utilizzata ad una velocità spaventosa e serve un turnover accelerato». È notevole l’attualità di queste osservazioni, basta cercare quelle occupazioni dove la forza lavoro è oggi più intensamente sfruttata a velocità spaventosa e con un turnover accelerato, per trovare che sono spesso quelle dove è maggiore l’impiego di migranti. Tra questi, possiamo oggi aggiungere le catene globali della cura, i servizi alla persona e la logistica, in particolare i magazzini al suo interno. È a partire da questo che la logistica è diventata un punto di osservazione importante per continuare la discussione ricordata in precedenza e comprendere oggi le trasformazioni del lavoro e della politica della migrazione, nonché una delle categorie che sono state maggiormente utilizzate per innovare l’approccio allo studio delle migrazioni.

Logistificazione e logistica come ‘metodo’

Come sostiene Manuela Bojadzijev, la logistica può essere compresa come “una nuova prospettiva metodologica ed epistemica” nello studio delle migrazioni[1]. In senso generale la logistica riguarda la mobilità, le sue condizioni e il modo in cui questa è organizzata. Ma come disciplina delle catene produttive globali, la logistica incarna la logica del capitalismo contemporaneo: guardare alle trasformazioni dal punto di vista della logistica significa perciò avanzare una prospettiva che consideri insieme l’analisi della politica della migrazione con uno sguardo critico sulle strutture di potere, sullo sfruttamento e sulle forme di insubordinazione che attraversano il capitalismo. Questo può servire al tempo stesso a modificare il nostro modo di comprendere oggi le migrazioni e la politica delle migrazioni, fino a trarre indicazioni utili sulle forme e le prospettive del conflitto.

Nel discutere le pratiche di controllo della mobilità attuate in Cina durante la pandemia, Biao Xiang osserva che il focus sulla migrazione si è spostato negli anni dall’interesse verso «come i migranti si muovono ed esplorano» a quello su «come i migranti sono mossi». Lo studio di come i migranti sono mossi aiuta a comprendere, secondo Xiang, che la stretta relazione tra migrazioni e mercato del lavoro si esprime sempre di più nel fatto che «il controllo del lavoro sul posto di lavoro viene [in questo modo] integrato, o anche sostituito, dal controllo della mobilità transnazionale». In altre parole: i programmi, le politiche e le pratiche che governano, impediscono o favoriscono la mobilità in determinate condizioni, costituiscono parte sempre più importante del governo generale del lavoro e del suo controllo.

Questa tendenza rivela la fantasia di politiche migratorie che rispondono a una logica definita dagli studi critici come logistificazione, che possiamo qui intendere come l’applicazione di criteri, logiche organizzative e valoriali propri della logistica alle politiche migratorie, che si esprimono tanto in schemi per una migrazione sempre più just-in-time e to the point, quanto in un approccio meramente distributivo e mirato all’efficienza alle pratiche dell’asilo e dell’accoglienza (si pensi all’istituzione degli hot spot, agli schemi di relocation avanzati dall’Unione Europea, o al coinvolgimento di agenzie come McKinsey nella definizione delle politiche d’asilo, nelle quali la velocità delle pratiche e procedimenti seamless sono considerati valori primari).

D’altra parte, l’accento su «come [i migranti] sono mossi», a cui potremmo aggiungere le circostanze in base alle quali ai migranti «è permesso di muoversi» e che determinano le condizioni della loro regolarità, irregolarità o irregolarizzazione, ha contribuito a distanziare la discussione sulle politiche migratorie dalla realtà di come «i migranti si muovono». Esiste cioè, all’interno delle discussioni dei decisori politici, ma anche in molti approcci allo studio delle migrazioni che prendono per buoni i discorsi di policy, una frattura sempre più visibile rispetto alla realtà complessa delle migrazioni.

Non si tratta certo di una distrazione, ma di una cancellazione del portato politico delle migrazioni come «fatto sociale totale» (per ricordare Sayad) a favore di un loro disciplinamento come un tema di governo tra gli altri, e una più subdola cancellazione della soggettività politica dei migranti, considerati come meri oggetti di politiche che dovrebbero decidere su di loro. Proprio per questo, questa distanza è anche uno degli elementi che permette ai policy makers e a molti studiosi di migrazioni di pretendere che esista una netta separazione tra la loro visione delle migrazioni e di come queste dovrebbero essere governate in modi più o meno stringenti, e gli effetti violenti delle leggi sull’immigrazione e della politica dei confini, così come sul ruolo strutturale delle politiche migratorie come componenti della governance del lavoro su scala globale e come fattore che determina le particolari condizioni di sfruttamento riservate ai migranti.

È proprio rispetto a questo insieme di questioni che uno sguardo logistico può permettere di considerare la complessità della politica della migrazione, mettendo in risalto gli elementi che la legano al capitalismo contemporaneo. In questo senso, chi propone questa visione ha sottolineato tre elementi in particolare: primo, la logistica è una chiave per leggere il modo in cui i migranti stessi costruiscano una loro logistica e loro infrastrutture della migrazione, che includono la comunicazione, una dimensione sociale, fino a vere e proprie organizzazioni che permettono la riproduzione delle comunità migranti attraverso diverse aree geografiche. Questo, tuttavia, non significa che le migrazioni siano più ‘libere’, ma che esse funzionino seguendo logiche e canali molto più articolati di quanto pretendano le politiche sulle migrazioni. Secondo, i confini sono sempre più gestiti attraverso strumenti presi in prestito dalla logistica, che comprendono strumenti di tracking, selezione e distribuzione. Accanto alle chiusure e ai muri che definiscono tradizionalmente il confine, vanno cioè considerate le aperture di canali e percorsi di mobilità che determinano nell’insieme gerarchie e differenziazione di condizioni. Terzo, la logistificazione dei regimi di governo delle migrazioni va messa in relazione a cambiamenti nel paradigma della mobilità che sono connessi alle trasformazioni della produzione e del lavoro su scala globale. Questo legame diventa ancora più evidente se si considera come molti migranti siano direttamente impiegati nella cosiddetta gig economy, arruolati dalle piattaforme o nel comparto logistico in senso stretto.

Razzismo istituzionale

Quanto detto in precedenza segnala il ruolo delle politiche, delle leggi e delle istituzioni nel definire le condizioni entro cui oggi vivono i migranti. Sebbene il discorso sulla logistica e le infrastrutture della migrazione segnalino che questo non sia esclusivo nel definire queste condizioni, esso non può essere trascurato. Ciò mi porta a sostenere che la questione delle migrazioni e dello sfruttamento deve essere considerata insieme al tema del razzismo istituzionale. Ma cosa intendiamo con questo? Il termine è stato discusso in modi diversi. Un modo per avvicinarci a questa discussione è quello di ricordare la critica di Sarah Ahmen al modo in cui le istituzioni stesse utilizzano il concetto di razzismo istituzionale. Nell’analizzare quella che definisce come «non performatività dell’antirazzismo», Ahmed ricorre alla definizione di razzismo istituzionale avanzata dal rapporto Macpherson, risultato di un’indagine sul razzismo seguita all’uccisione da parte di un gruppo di bianchi del giovane nero Stephen Lawrence a Londra, nel 1997.

Il rapporto concluse che l’omicidio era il risultato di un insieme di fattori che includevano incompetenza professionale da parte della polizia e il ‘razzismo istituzionale’, definendolo come «il fallimento collettivo di un’organizzazione nel garantire un servizio appropriato e professionale a determinate persone a causa del loro colore, cultura o origine etnica». In questo modo, le istituzioni sono razziste perché ‘falliscono’ nel fare qualcosa. Il presupposto implicito è che il razzismo sia una sorta di distorsione del sistema. Ahmed osserva come vi sia un paradosso in questo riconoscimento istituzionale: dire «siamo razzisti» diventa infatti un modo per denunciare un razzismo prima invisibile e, così, rivendicare implicitamente di aver superato le condizioni che hanno fatto sì che questo riconoscimento fosse dovuto. In altre parole, dire «siamo razzisti» o che «siamo stati razzisti» in determinate circostanze, diventa un modo per le istituzioni mostrare che «non siamo razzisti», proprio perché si è capaci di ammettere di esserlo. Questa forma di antirazzismo si caratterizza, secondo Ahmed, per la sua non-performatività: essa è valida proprio perché «non fa fare» determinate cose, ovvero non porta ad un ripensamento sistemico, ma solo a denunce e linee di condotta che esauriscono, in quanto tali, il problema.

Un uso radicalmente diverso è invece quello emerso all’interno del movimento del black power, dove il razzismo istituzionale indica al contrario la dimensione sistemica del razzismo, qualcosa di molto diverso dal risultato di un ‘fallimento’. Il razzismo istituzionale così inteso non è una distorsione, ma è inscritto nel modo in cui un sistema si è storicamente costituito e nei rapporti di potere che lo attraversano. Affrontare il razzismo istituzionale da questa angolatura significa rifiutare l’idea che qualche aggiustamento o dichiarazione di principio risolvano il problema, ma che il problema stesso fa parte delle condizioni strutturali dei rapporti sociali e delle istituzioni per come sono definite e organizzate e, dunque, il suo superamento richiede un’operazione radicale di attacco ai nessi che lo costituiscono.

Il razzismo istituzionale così inteso aiuta a comprendere anche il ruolo attivo delle istituzioni nel definire quelle condizioni che collocano i migranti in specifiche posizioni all’interno di gerarchie nella società. Questo avviene attraverso diversi gradi di intervento istituzionale, che, in una lista parziale e non esaustiva, comprendono: diversi tipi di documenti che definiscono lo status legale e le condizioni di illegalizzazione dei migranti, compreso il legame tra documenti e lavoro, presente in forme diverse in tutte le legislazioni sulla migrazione; il trattamento di condizioni specifiche vissute in modo particolare dai migranti e la loro negazione, ad esempio in rapporto all’alloggio e all’accoglienza; la produzione di accordi e schemi internazionali per dirigere la mobilità legandola alle esigenze del mercato del lavoro; gli interventi violenti nei confronti dei migranti che alzano la voce e la produzione di vulnerabilità estrema attraverso strumenti di polizia, tanto lungo i confini quanto all’interno dei territori nazionali. Tutto ciò produce divisioni e segmentazione sociale lungo linee che sono istituzionalmente rafforzate, quando non direttamente prodotte, e contribuisce alla riproduzione della materialità del razzismo. La specifica condizione giuridica dei migranti, il loro isolamento all’interno delle città, le pratiche di selezione delle occupazioni che seguono linee di nazionalità o linguistiche, contribuiscono a posizionare i migranti nei segmenti più bassi del mercato del lavoro. Questo posizionamento, a sua volta, li marchia come separati dagli altri.

Le lenti della logistica ci possono aiutare a determinare il modo in cui il razzismo istituzionale è un prodotto di schemi diversi, spesso incoerenti, che mettono insieme attori istituzionali, imprenditori privati e attori sociali che sono a volte inconsapevoli del ruolo sistemico delle loro azioni. Per fare solo un esempio particolarmente chiaro, si può menzionare il modo in cui alcuni programmi di integrazione rivolti ai rifugiati e ai richiedenti asilo in Europa dopo il 2015 hanno condotto alla produzione di una riserva di lavoratori particolarmente flessibile, lavoratori che possono essere impiegati just-in-time nei magazzini della logistica in momenti di picco, o quando sono in atto degli scioperi (che il più delle volte coinvolgono a loro volta altri lavoratori migranti, che hanno invece in tasca un permesso di soggiorno e che sono impiegati più stabilmente negli stessi magazzini). Sono infatti molti i casi di richiedenti asilo prelevati direttamente nelle strutture di accoglienza per essere impiegati temporaneamente dentro i magazzini per impieghi che diventano la prova della loro ‘integrazione’.

Critica/militanza

Cosa ci dice tutto questo sul ruolo del ricercatore critico o militante? Alcuni anni fa, in un intervento su questi temi all’interno di un seminario che coinvolgeva diversi studiosi che definiscono la loro ricerca come ‘militante’, ho sostenuto che lo studio delle migrazioni porta a un ‘enigma della ricerca militante’. Questo enigma si avviluppa intorno alcune questioni che non hanno una risposta definitiva: la ricerca militante è una categoria o un concetto che può essere applicato al lavoro del ricercatore? O è qualcosa di diverso, che riguarda l’ambito della politica e dell’organizzazione? Come può la militanza essere posta in relazione alla ricerca, quando si prenda in considerazione che la ricerca è a sua volta un tipo particolare di lavoro, in larga misura precario, ma anche altamente istituzionalizzato e gerarchico, che nasconde diverse trappole in termini di autonomia, libertà e indipendenza? Come ci relazioniamo con l’incisività del particolare prodotto della ricerca, vale a dire una conoscenza comunicabile, dei discorsi, dei concetti e delle interpretazioni? E come facciamo i conti con il fatto che la ricerca è oggi ampiamente utilizzata come complemento a quella stessa governance della migrazione di cui ci dichiariamo oppositori, e può essere utilizzata anche per attuare quella «non performatività» dell’antirazzismo discussa in precedenza? Come si posiziona il ricercatore di fronte ai migranti e alla politica della migrazione? Come si relazione al fatto che come ricercatori viviamo all’interno di quegli stessi rapporti sociali che rendono i migranti dei soggetti sfruttabili?

Queste rimangono questioni aperte. E forse una risposta si può approssimare solo aggiungendone altre. La militanza è, infatti, in senso letterale, l’essere attivi in sostegno di una causa. La domanda da aggiungere è dunque: a quale causa vuole contribuire la ricerca militante? La mia posizione è che il ricercatore militante vuole prendere la parte dei migranti nella loro lotta quotidiana per sfuggire alle condizioni loro imposte dal legame tra razzismo istituzionale e sfruttamento. Una ricerca ‘critica’ dovrebbe produrre elementi per rendere comprensibile e sciogliere la matassa di questo legame. E nell’essere ‘militante’ dovrebbe rifiutare la normalizzazione della ricerca come un elemento interno alla produzione di conoscenza che viene utilizzata per riprodurre questo legame (attraverso la sua negazione, sottovalutazione, relativizzazione). Ma questo non basta, così come la ricerca, per quanto militante sia, non basta.

All’interno della discussione delle posizioni di Lenin immigrazione e imperialismo ricordata all’inizio di questo contributo, Balibar osservava la necessità di superare un doppio opportunismo: quello di feticizzare i migranti come il ‘vero’ proletariato, o, con il linguaggio dell’oggi, come mitologici soggetti nomadici, così cristallizzando le divisioni tra i migranti e gli altri; e quello di negare questa divisione, «o per abbandonare i migranti al loro destino, o per sostenere che essi pongono solo un problema di ineguaglianza economica, giuridica e sociale, invocando il miglioramento delle condizioni dei più svantaggiati». Contro la doppia impasse politica della pura solidarietà e della feticizzazione della mobilità, la sfida è quella di agire in opposizione alle stesse condizioni che producono la separazione di destino tra i migranti e gli altri, compresi i ricercatori. Questo significa non solo pensare agli interessi comuni dei lavoratori, nel nome di una nostalgia per l’unità della classe operaia, ma mettere costantemente al centro della nostra attenzione il nesso sistematico tra la specificità della condizione dei migranti e il ruolo che questa occupa all’interno dei rapporti sociali di produzione. L’altra faccia della moneta, che è in fondo quella politicamente più importante, è quello di riconoscere nelle lotte dei migranti un pezzo decisivo del movimento che si oppone alla riproduzione di questi stessi rapporti.

Per riprendere ancora la domanda che cosa dobbiamo ai migranti, possiamo  aggiungere che il riconoscimento della tensione esistente tra la categoria di lavoratore e quella di migrante costituisce un ponte che supera ogni possibile netta demarcazione tra il posto di lavoro e la più ampia dimensione sociale: i migranti, con l’ampio spettro delle loro rivendicazioni legate alle condizioni di vita oltre che al lavoro, modificano i «microsistemi della lotta» (un termine che riprende  che richiama direttamente il dibattito nel movimento francese sulle lotte di fabbrica dei migranti a cavallo degli anni Sessanta) all’interno dei posti di lavoro e della società, e ci ricordano che le condizioni della riproduzione sociale nel capitalismo sono del tutto interne ai rapporti di produzione. Queste questioni sono ancora più urgenti oggi che, come ha sostenuto Ranabir Samaddar in un intervento sull’impatto delle politiche di contenimento del Covid-19 sul lavoro migrante in India,  la pandemia ha «fatto luce sulle terribili politiche e pratiche che riguardano il lavoro in generale e il lavoro migrante in particolare».

[1] Manuela Bojadzijev, The ‘Spirit of Europe’: Differential Migration, Labour and Logistification, di prossima pubblicazione in G. Grappi (a cura di), Migration and the Contested Politics of Justice: Europe and the Global Dimension, Routledge [maggio 2021].

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