martedì , 27 Ottobre 2020

Il lavoro centrifugato

Il lavoro centrifugatodi MAURIZIO RICCIARDI

Pubblicata su «Il Manifesto» del 6 gennaio 2016

Nell’ultimo secolo il lavoro salariato ha percorso un moto circolare che sembra averlo riportato alla sua condizione iniziale di assoluta mancanza di potere sociale. Il volume di Graziano Merotto, La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (DeriveApprodi, euro 50) descrive questo lungo movimento, ricostruendo la vicenda politica di una vasta porzione di classe operaia impiegata a produrre elettrodomestici nel cuore del Nordest, ovvero dalla provincia di Treviso fino a Pordenone. Come scrivono Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto in un’intensa postfazione, però, non siamo di fronte né a un esercizio di sociologia del lavoro né alla storia sociale di un distretto produttivo. Questa è la storia dell’altra Marghera, ovvero di un polo di insubordinazione operaia, forse meno conosciuto ma che da molti decenni non si adegua alla continue ristrutturazioni aziendali e alla deferenza che esse pretendono.

L’era dei metalmezzadri

Il processo di autentica conricerca emerge nella scrittura di Merotto e dalle molte voci operaie che restituiscono il senso politico della vicenda collettiva. La fabbrica non è però né il punto di partenza né quello di arrivo di questa storia, che ha come protagonista la rivolta del lavoro salariato. La fabbrica non istituisce lo scontro sociale, ma permette di continuarlo con altri mezzi. Il moto circolare del potere sociale del lavoro salariato va infatti da una precarietà all’altra. Il punto di partenza è la precarietà dei contadini che accettano il regime di fabbrica per liberarsi dalla condizione di mezzadri, fittavoli o coltivatori diretti. La fabbrica consente loro di scegliersi il padrone, liberandosi dal peso di tradizioni secolari e dalla fame. A lungo sono stati chiamati «metalmezzadri», per indicare il rapporto con il lavoro agricolo che spesso conservavano. La fabbrica è stata però ancora l’alternativa all’emigrazione, praticata in massa in tutti questi decenni per sfuggire tanto alla povertà quanto allo stesso regime di fabbrica.

Dal libro di Merotto emerge perciò con forza che la storia di quegli operai non coincide con quella dei diversi stabilimenti di una grande fabbrica che è inizialmente la Zoppas, per divenire poi Zanussi e, infine, Electrolux. Essi sono parte di una comunità colta sempre nel momento della sua trasformazione: è una comunità contadina che si disgrega, ma è anche la comunità che durante il grande sciopero del 1968 va oltre se stessa mobilitando energie collettive per sostenere un mese di fermo pressoché totale della produzione. Questa comunità non è tanto il luogo delle sane tradizioni, quanto l’insieme di relazioni che si mobilitano per confrontarsi con ciò che è sorto al di fuori della comunità. Come tutti gli altri attori in campo, essa deve registrare che la «comparsa di una classe operaia come soggetto collettivo era stato il fatto decisivo». Questa affermazione permette alcune considerazioni.

Gli «atomi» insubordinati

Sebbene oggi come allora esista il lavoro salariato, non sempre esiste una classe operaia che mentre si oppone al capitale ridetermina non solo i rapporti dentro la fabbrica, ma configura e orienta anche quelli al suo esterno. In questo momento, infatti, viene rotto il rapporto sociale che da sempre caratterizza il capitalismo, producendo uno scarto tutto politico anche nei rapporti comunitari che non trovano una loro ricomposizione quanto piuttosto una riconfigurazione complessiva. In questo momento viene dunque toccata quella «parte più alta del tempo» che rovescia la fabbrica sovvertendo il rapporto di potere su cui essa si fonda. Dilagano gli scioperi autonomi di reparto. I sindacati non riescono a governare l’insubordinazione operaia. Nei confronti dei membri della commissione interna vige una sorta di mandato imperativo con la clausola che, se le indicazioni non vengono rispettate, «noi facciamo sciopero». Lo sciopero è ingovernabilità e, contemporaneamente, creazione di differenti vincoli organizzativi e comunicativi. «Il dispotismo tecnico e gerarchico non riesce più a contenere gli “atomi” insubordinati; la massificazione stessa viene ribaltata in contropotere». Essendo un rapporto sociale di potere la fabbrica non esiste mai solo al proprio interno, ma investe costantemente il territorio circostante e il sistema politico.

Fuori dai cancelli

Il cancello della fabbrica non è mai stato un confine statico in grado di racchiudere un mondo. Gli anni Sessanta in fabbrica sono il momento di massima porosità di quel confine, quando il potere operaio diviene potere sociale imponendo la propria presenza politica contro gerarchie che tanto in fabbrica quanto nella società si pretendevano indiscutibili.

Negli anni Settanta la reazione a questo potere ridetermina i rapporti in fabbrica perché riesce a modificare quelli al suo esterno. I rapporti di dominio diventano globali relativizzando ogni forza accumulata in un solo punto. Gli anni successivi sono perciò quelli della lotta contro la crisi e soprattutto del mutamento di rapporto con il sindacato. Questo è un altro moto circolare che contraddistingue la parabola storica del lavoro salariato in Italia. All’inizio c’è la lotta per il sindacato, poi l’uso operaio del sindacato, ora il «confronto era che facevano passare sempre la loro linea». L’iniziativa operaia arretra e gli accordi sbandierati come modelli nazionali da seguire mostrano ben presto la loro inconsistenza pratica, soprattutto per quanto riguarda il numero degli occupati e le scelte produttive. La cassa integrazione e le fermate prendono il posto degli scioperi. La strategia dell’Eur ha ridotto i salari senza ottenere le promesse modifiche del quadro normativo.

Con il passaggio all’Electrolux viene aperto a Susegana un reparto confino grazie al quale i delegati non allineati e i lavoratori indisciplinati non hanno più contatti con il resto dei lavoratori. Il sindacato su questo non dice nulla, come si era d’altronde adeguato ai mutati rapporti di potere, finendo per garantire solo la propria posizione di mediatore. Il collettivo operaio è stato ormai spezzato: pochi al confino, ma molti se ne sono andati o hanno accettato gli incentivi al prepensionamento.

La grande ristrutturazione

Nonostante la riduzione del numero degli addetti la produttività cresce rapidamente. L’informatizzazione consente di risparmiare lavoro e di recuperare controllo sul ciclo produttivo. Cambiano i ritmi e cambia il tempo di lavoro. Per essere assunti, diviene usuale passare per il purgatorio delle aziende dell’indotto e per i contratti a tempo determinato. La fabbrica sembra relegata nel passato della produzione capitalistica, identificata con il posto fisso, con la garanzia del salario, contrapposta alla precarietà lavorativa ed esistenziale. Già negli anni Ottanta la fabbrica come posto fisso però non esiste più, non solo per i licenziamenti, le ristrutturazioni e le delocalizzazioni, ma soprattutto perché una generazione di giovani operai a tutto pensa fuorché a passare tutta la vita in fabbrica.

La fabbrica nei decenni successivi è una prigione a ore i cui ritmi sono codeterminati da sindacato e direzione aziendale, il cui obiettivo comune è la competitività del sistema manifatturiero. La fabbrica diviene così indifferente, mentre aumentano l’individualismo e le forme di autotutela personale. «La sfera della comunicazione sociale e delle relazioni di potere della fabbrica vengono occupate dall’apparato, nel tentativo di assorbire l’intera esperienza del singolo». L’egemonia aziendale sulla forza-lavoro non si presenta come dominio sul collettivo operaio, ma su una massa di individui identificati dalla postazione che occupano e dai codici che maneggiano. Il salario viene predeterminato e si presenta in maniera esemplare come salario d’ingresso, quasi un pegno da pagare per poter lavorare. Così il moto circolare sembra davvero tornare al suo punto di partenza e la precarietà del lavoro salariato torna sovrana, mentre la perdita di potere sociale comporta anche l’erosione di ciò che era stato conquistato in termini di servizi e di tempo sottratto al lavoro.
La fabbrica torna a consumare prima di tutto gli operai, perché in essa il tempo comanda il fare. Il governo dello spazio al suo interno è funzionale al dominio su un tempo che non è però quello della fabbrica, ma il ritmo della società nel suo complesso. Trasferimenti e delocalizzazioni stabiliscono le condizioni di possibilità per intensificare globalmente i tempi di lavoro.

Il vicino Oriente

Nonostante i risultati di una recente ricerca dell’università di Padova, finanziata da Finmeccanica, rassicurino i committenti affermando che i lavoratori sono ormai «fuori classe» e si identificano con l’azienda, all’interno delle fabbriche si continuano a combattere conflitti di lavoro come conflitti sociali, scontri su pratiche diverse di società, come lotta di classe. La ricerca di Merotto mostra l’indisponibilità tutt’altro che residuale ad assumere l’ideologia del merito individuale come unica ideologia legittima. Piaccia o non piaccia, quella che a molti è sembrata la scomparsa della fabbrica, con la conseguente eclissi della lotta di classe dei salariati, deve fare i conti nella maniera più dirompente con un’esperienza che non si esaurisce nel nordest, ma continua nell’Europa orientale e nel lontano Oriente, ovvero in quelle zone economiche speciali dove la fabbrica e il lavoro operaio sono stati nascosti, per sottrarli al calcolo pratico dei rapporti di forza.

Le lotte di questi operai sono il sintomo più profondo della provincializzazione dell’Europa. La lotta globale per il potere sociale riapre la possibilità di rompere il cerchio dell’insicurezza e della precarizzazione collettiva dei lavoratori, rifiutando l’indecenza dello sfruttamento. Oltre ogni archeologia, e anche oltre qualsiasi nostalgia, il volto positivo di questo rifiuto risuona nelle parole di uno degli operai della Fabbrica rovesciata: «Si chiedeva l’aumento uguale per tutti: era una coesione a livello di base, sentirsi tutti compagni», che in dialetto veneto sta per uguali.

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