sabato , 24 Ottobre 2020

Il Civil Act e la riforma del terzo settore 2: l’etica del lavoratore-jolly

di LAVORO INSUBORDINATO

Leggi Il Civil Act e la riforma del terzo settore 1: la trappola della solidarietà

Lavoratore jollyLa commistione tra irruzione del privato, finto solidarismo e sfruttamento del lavoro non è certo una novità per il terzo settore, in cui dominano da anni le cooperative sociali. Questo tipo di imprenditorialità negli anni è riuscita a cavalcare molte crisi economiche restando con il vento in poppa. Vi chiederete come fanno questi illuminati imprenditori ad avere così tanto margine per assumere nelle loro cooperative in un periodo in cui trovare un lavoro assomiglia più a una caccia al tesoro? È semplice: lucrando sulle spalle dei precari e delle precarie. I «soci» sono costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento e di ricattabilità, a detrimento dei servizi offerti e quindi della vita delle persone che ne hanno bisogno. Le cooperative sociali, che di «cooperativo» hanno solo il nome, fanno proprio della flessibilità dei dipendenti il loro cavallo di battaglia e vantano in più un fantomatico «Codice Etico» in cui millantano principi come «la centralità della persona», la «sostenibilità sociale», la «partecipazione» e la «trasparenza». Dietro questo altisonante «Codice Etico» c’è perciò solamente un’etica dell’obbedienza. Troppo facile parlare di centralità della persona quando i bandi per l’assegnazione agiscono al ribasso, dando vita a progetti che assomigliano più a parcheggi per gli utenti che a progetti educativi veri e propri. Facile parlare di sostenibilità sociale verso tutti gli stakeholder quando nella gara al ribasso rientrano pure i salari e il trattamento dei dipendenti. Gli ideali principi delle cooperative si tramutano nella pratica, per esempio, nel ruolo del lavoratore-jolly, ovvero reperibilità 24 ore su 24, non retribuita. Questo giovane di buon cuore non sa che turno avrà il giorno successivo fino alle 20 della sera prima, ma soprattutto non sa quale ruolo dovrà svolgere o con quale utenza fino all’arrivo nel posto indicato. Oltre a essere un veggente dotato di teletrasporto, il lavoratore dovrà diventare un cyborg in grado di non ammalarsi e sopravvivere nutrendosi nel migliore dei casi di sani principi, perché le cooperative hanno la possibilità, supportate dalla legge, di sfruttare il lavoratore, non retribuendolo adeguatamente, non garantendogli la copertura assicurativa in caso di malattia, la tredicesima mensilità, le ferie, i contributi INPS e gli altri diritti che gli spetterebbero se fosse almeno un lavoratore dipendente. Voi cosa ne dite? Noi preferiremmo vendere gelati in Siberia!

Tanti lavoratori hanno capito che il ruolo di jolly non è di passaggio, che l’alternativa è l’essere lasciati a casa, e si sono resi conto, dopo aver firmato il contratto, che la realtà delle «cooperative», o meglio delle aziende, è una forma di società che viene utilizzata per avere vantaggi fiscali e sfruttare quelli che figurano come «soci» richiedendo, tra l’altro, una quota sociale di 1000 euro (detratta gradualmente dalla busta paga). Il prezzo che devi pagare per stare dentro la «grande famiglia» non finisce qui: in caso di diminuzione delle entrate, per far sì che non tutto vada a fondo, ti chiederanno, visto che sei tu la cooperativa, di sobbarcarti personalmente il ruolo di venditore di progetti educativi presso gli enti pubblici che si occupano di servizio sociale, ovviamente in modo volontario, fuori dell’orario di lavoro. La coop sei tu, giusto? È dunque questo il modello che il governo intende continuare a sostenere, è questa la soluzione che propone per il terzo settore!

Cosa viene richiesto, allora, con il Codice Etico al lavoratore? Viene richiesta «lealtà» in un fantomatico clima di fiducia reciproca, viene richiesto un contratto sociale ideale e non scritto. Vengono richieste totale abnegazione e dedizione. Il forte senso di responsabilità che avverte chi lavora nell’ambito del sociale diventa un’arma a doppio taglio appositamente utilizzata per costruire Act dopo Act l’identità 2.0 del lavoratore e della lavoratrice del futuro, non solo nel terzo settore. In quest’ultimo, è la consapevolezza dell’importanza del lavoro che si svolge e non certo l’etica ipocritamente sbandierata dalla cooperativa che fa agire in maniera professionale. Tuttavia, sorge così il rischio, accentuato dalla competizione tra cooperative prodotta dal sistema degli appalti pubblici al ribasso, di finire per identificarsi con l’azienda. L’identificazione è ancora più a portata di mano quando alla professionalità viene sostituita la forza di volontà. La precarietà quotidiana crea un clima di tensione in cui spesso ci si sente costretti ad accettare condizioni che non dovrebbero esistere. Tutto questo accade nel quadro più generale della frammentazione dei vari contesti lavorativi e delle forme di messa al lavoro che impedisce il confronto e l’organizzazione tra i soci/dipendenti, per i quali «la buona fede come impegno a non assumere decisioni potenzialmente in conflitto con gli interessi della cooperativa» suona molto come un monito a non ribellarsi mai. Questo ricatto fa leva sul fatto che la pratica quotidiana di ciascuno ricade sugli utenti per cui in caso di sciopero, ad esempio, loro e non i padroni sembrano essere i primi a soffrirne. Ma è proprio su questa specificità che fa leva l’opportunismo del Codice Etico ed è proprio di fronte a questa difficoltà che le lotte degli operatori sociali e in generale delle diverse figure impiegate in questo ambito si sono arrestate. Se si rimane chiusi dentro a questo settore, difficilmente si riuscirà a sfuggire alla confusione tra professionalità e disponibilità al ricatto, tra responsabilità verso l’utenza e quella verso l’azienda, tra la vocazione e l’obbedienza. Su questo con fine astuzia fa leva il governo. Contro questo è fondamentale uscire dalla logica secondo cui il terzo settore è una battaglia a sé, da preparare e combattere tra addetti ai lavori. È proprio così che è stato possibile isolare lavoratori e lavoratrici in questo come in altri contesti di lavoro. Pensare a forme nuove di insubordinazione non può che tirare in ballo una comunicazione tra chi si trova a dover pagare per servizi scadenti, con la conseguenza che il suo salario è sempre più precario, tra chi quei servizi li offre precariamente senza avere materialmente la possibilità di fare meglio il proprio lavoro, tra chi subisce anche in altri settori il meccanismo degli appalti al ribasso. Questo sarà possibile solo aggredendo pubblicamente il gioco al ribasso che le pubbliche amministrazioni esercitano sul salario diretto e indiretto, rivendicando un salario minimo di 15 euro per chi viene assunto dalle cooperative e opponendosi all’idea che, visto che gli sgravi fiscali sembrano essere la strategia del governo per promuovere l’occupazione, il risultato è che i contributi che non pagano i padroni li dobbiamo pagare noi, acquistando i servizi. È il momento di pensare a nuove forme di lotta che non rischino di rappresentare il canto del cigno di una categoria sempre più sotto attacco, per non stare sulla difensiva e puntare a vincere qualcosa, guardando anche a esperienze di organizzazione in Europa, perché lo smantellamento del welfare e la precarizzazione del terzo settore è una questione quanto meno europea. Il lavoro non è questione di buon cuore o di buone maniere, all’etica dell’obbedienza propugnata dal Codice Etico del Civil Act è ora di opporre un’etica dell’insubordinazione.

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