domenica , 25 Ottobre 2020

Geografie del valore. In margine al libro di un cervello felicemente in fuga

di MAURIZIO RICCIARDI

La nuova geografia del lavoroÈ piaciuto al segretario del PD il libro di Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro (Milano, Mondadori, 2013), al punto da onorarlo di una citazione nel suo discorso d’insediamento. D’altra parte anche Forbes lo giudica il libro di economia più importante del 2013. Pur cedendo talvolta alle seduzioni dell’analogia, si tratta però di un libro specificamente dedicato all’economia statunitense delle città che negli ultimi decenni hanno ospitato o subito l’innovazione del processo produttivo basata sull’informatica e sul digitale. Il processo che negli USA ha collocato l’economia dell’innovazione all’interno di alcuni spazi urbani si è ormai consolidato, al punto che la crisi degli ultimi anni non l’ha messo sostanzialmente in discussione, configurandosi come una sua ridefinizione interna se non salutare comunque necessaria. Tutt’altro insomma di una catastrofe epocale. Negli Stati uniti la scienza è diventata un fattore produttivo in sé, non solamente come tecnologia applicata al prodotto. Il lavoro scientifico è considerato di conseguenza come lavoro generalmente produttivo, non come una rendita da tagliare o da celebrare come solitaria eccellenza che illustra la patria. Se la spazialità del capitale è diventata così importante è quanto meno problematico pensare di poter replicare quel modello in altri spazi, che non solo presentano condizioni di partenza completamente differenti, ma che oggi dovrebbero prima di tutto fare i conti con città e regioni che hanno nel frattempo consolidato la loro supremazia.

L’autore è un cervello felicemente in fuga che dalla Bocconi e approdato a Berkeley per insegnare economia del lavoro. In inglese, non solo per motivi linguistici, il lavoro del titolo è al plurale e suona prosaicamente come Jobs, termine che ha poca o nessuna carica politica, ma in questo contesto indica la cosa che si fa, con inevitabile sforzo, con regolarità, per denaro. In nessun caso il termine Job rimanda alla parzialità e alla generalizzazione contenute nel termine Work. Il Job non è il lavoro, ma un lavoro e, proprio per questo, chi lo fa può essere indifferentemente una donna delle pulizie, un manovale, un operaio, un’informatica o un manager. Questa sostanziale indifferenza nei confronti del tipo di lavoro erogato può essere letta come il trionfo del lavoro astratto. Allo stesso tempo, tuttavia, essa denota una marcata distanza da ogni possibile soggettivazione del lavoro, facendo sì che, «interrogati dai sondaggisti la stragrande maggioranza degli americani – a prescindere dal fatto che guadagnino 20.000 o 300.000 dollari – risponde di appartenere al ceto medio». Moretti scorge in questa indistinzione sociale, cioè in questo «diverso atteggiamento nei confronti dell’ineguaglianza e della distribuzione della ricchezza» [221], il fondamento della specifica tendenza americana all’imprenditorialità individuale. La centralità politico-ideologica che assume così la categoria di middle class è anche alla base della tendenza storica statunitense a non organizzare politicamente il lavoro. Si potrebbe persino sostenere che il 99% di Occupy Wall Street altro non sia se non la massima estensione possibile di questa medietà sociale in rivolta.

Qui però non è in questione la storia del lavoro, ma la distribuzione economica e politica delle chances di valorizzazione del capitale. Negli ultimi decenni, non a caso, la geografia sta tornando ad assumere il ruolo di scienza levatrice del capitalismo che aveva ricoperto ai suoi albori, quando ne accompagnò l’affermazione su scala planetaria. Solo la frivola tracotanza della ministra Gelmini poteva pensare di abolirne l’insegnamento nel 2010, proprio quando era ormai evidente il ruolo fondamentale che essa stava assumendo nell’organizzazione complessiva di alcuni saperi scientifici. La geografia dei lavori dimostra per Moretti la loro dipendenza strutturale dai luoghi in cui vengono erogati. La geografia del capitale ha per converso un carattere irresistibile e spiega come un ordine che si pretende casuale possa avere delle cogenti motivazioni interne che lo legittimano. La geografia del capitale è la sua razionalità immanente. Essa letteralmente costituisce lo spazio nel quale individui e governi sono costretti a operare.

Assumendo come punto prospettico la spazialità del capitale, Moretti ricostruisce le ragioni e l’attualità della «grande divergenza» che negli ultimi trent’anni ha inesorabilmente allontanato l’America ricca dell’innovativa industria high tech da quella povera relegata al manifatturiero. Le città sono i luoghi di questa differenza al punto che, nonostante la valorizzazione del sapere e del capitale umano, lo stipendio finisce per dipendere più dal luogo dove si abita che dal curriculum. Non è infatti il grado di istruzione del singolo lavoratore, quanto piuttosto la concentrazione di lavoro cognitivo a stabilire la convenienza del suo impiego. Nonostante alcune leggende che hanno attraversato anche i movimenti, la conoscenza non è come la forza e quindi non si espande ovunque nell’universo. Essa non stabilisce i presupposti universali per ridefinire uniformemente le condizioni di lavoro di tutti i lavoratori: come non siamo tutti facchini, così non siamo tutti lavoratori cognitivi. La scienza come fattore produttivo si condensa in alcune città determinando il livello del salario dei lavoratori cognitivi. Come Moretti dimostra con abbondanza di evidenze empiriche, questi alti redditi moltiplicano i lavori in misura molto maggiore di quanto avvenga nella manifattura, anche se si tratta di parrucchieri, istruttori di fitness, maestri di yoga e piccoli artigiani di prodotti di nicchia. La città è il luogo differente che rende possibile questa differenziazione dei lavori. Nella città l’innovazione si fa industria grazie alla prossimità dei lavoratori. Nell’industria urbana dell’innovazione la cooperazione di molti lavoratori cognitivi scatena quelli che Marx chiamava gli animal spirits i quali, a loro volta, incentivano ulteriormente l’innovazione medesima.

Con la grande trasformazione dal manifatturiero all’economia dell’innovazione alcune città americane sono dunque diventate i luoghi privilegiati di una cooperazione produttiva che ha stabilito una nuova modalità di accumulazione capitalistica. Registrare questo fatto non dovrebbe però comportare la necessità di passare dal nazionalismo metodologico a una sorta di urbanesimo metodologico, che vede nella città non solo lo spazio effettivo in cui si condensano le possibilità di accumulazione e quindi di lavoro, ma anche il punto più alto dello sviluppo capitalistico rispetto al quale ogni altro spazio è, e deve essere, gerarchicamente subordinato. La tendenza invece sembra essere proprio questa. Come se tutte le città dovessero essere la stessa città, come se l’innovazione consentisse di dimenticare l’industria, l’apologetica della produzione urbana getta nel passato non solo intere città, ma anche interi settori produttivi in modo da subordinarli economicamente al profitto sovrano dell’innovazione. In questo modo Seattle o San Francisco non solo relegano Detroit al rango di reperto archeologico di un modo storicamente superato di produrre, ma collocano l’intera attività manifatturiera in una posizione subordinata all’interno della catena del valore. Il predominio economico della produzione immateriale si basa, secondo Moretti, sul fatto che «il valore aggiunto generato a Shenzen è molto basso, perché l’assemblaggio potrebbe essere effettuato in qualsiasi parte del mondo» [13]. E questo non è vero, perché questa subordinazione non è una mera conseguenza tecnica della preminenza del lavoro cognitivo e dell’high tech. Schenzen e la Foxconn [#1, #2, #3, #4], così come le altre «arretrate» produzioni manifatturiere sparse per il pianeta, sono il cuore di tenebra dell’economia del sapere. A quelle condizioni di lavoro, a quei salari, a quella coazione politica al lavoro salariato, il manifatturiero, anche quello connesso alla computeristica, è possibile solo lì e non in qualsiasi parte del mondo. Senza una robusta dose di socialismo autoritario cinese, senza la sistematica compressione dei salari manifatturieri, la produzione immateriale non sarebbe così remunerativa. Non è solo che per giocare compulsivamente a Candy Crush Saga ci vuole comunque un supporto materiale. Non si tratta nemmeno di sostenere che la verità del capitalismo sta in Cina invece che negli Stati uniti, perché lì lo sfruttamento ha i tempi e i modi della tradizione di fabbrica. La produzione high tech non è un velo che nasconde la realtà eternamente identica a se stessa del capitalismo. Non si tratta cioè di negare la novità dell’innovazione, nella convinzione che le leggi naturali del capitalismo riporteranno prima o poi ogni cambiamento all’interno di una condizione di massa fatta solamente di povertà, di sudore e di fatica. Il carattere fondamentale di quelle leggi riguarda il capitalismo come movimento complessivo, come sviluppo della sua valorizzazione, non uno svolgimento sempre uguale a se stesso. Moretti ricorda che Marx è stato forse il primo a registrare con chiarezza questa dinamica costituiva del capitale. Si deve però aggiungere che Marx riconduce la capacità di produrre l’innovazione alla presenza di un nucleo politico costante e invariato, che definisce sfruttamento. Si tratta allora di cogliere la continuità sistematica tra le diverse modalità di estrazione del plusvalore, perché non c’è alcuna oggettività che naturalmente renda una più profittevole dell’altra, ma un patto politico tra il profitto immateriale e quello manifatturiero. La grande innovazione alla base della grande divergenza tra le città americane è stata possibile grazie a una delocalizzazione della produzione manifatturiera, che localizza il dolce potere del profitto basato sul lavoro cognitivo nelle città americane, ma anche il dominio incontrastato sul lavoro manifatturiero in tutte le Shenzen del pianeta. Non è probabilmente casuale che il carattere sistemico della globalizzazione sia visto con sempre maggior fastidio, motivando i ritorni alle particolari sovranità nazionali oppure, come in questo caso, a focalizzare l’attenzione su città che sono globali nella misura in cui hanno la necessità quasi contabile di smerciare ovunque i loro prodotti, ma possono tranquillamente ignorare la connessione generale dei lavori e la loro gerarchia.

L’ipoteca sistemica accesa anche sulla produzione immateriale sfugge in una ricerca peraltro basata su una quantità impressionante di dati spesso raccolti direttamente. Riportando i lavori alla loro erogazione locale, la parola d’ordine per ogni lavoratore diventa inevitabilmente quella di adattarsi al sistema. Qui però sembra essere all’opera una sorta di inconsapevole supplemento teologico che rafforza e legittima i limiti di una geografia che accenna compiutamente al carattere globale dell’economia capitalista solo nell’ultimo paragrafo. La teodicea del capitale, il dio del valore, afferma che «lui» non può fare il male, al massimo lo consente per garantire la libertà di ogni attore economico. A fare il male sono gli individui che, utilizzando maldestramente il loro libero arbitrio, non si adattano adeguatamente alla spazialità del capitale. Ciò è dimostrato per esempio dai giovani italiani che non emigrano abbastanza, preferendo non rischiare per rimanere vicini alle cerchie famigliari che garantiscono una riproduzione certa, anche se magari non sempre soddisfacente. Per la geografia del valore la riproduzione individuale è inevitabilmente subordinata alle necessità della produzione sociale. Ogni individuo deve calcolare il proprio capitale umano e investirlo, scegliendo su quale terreno cercare di riscuotere il profitto della propria esistenza. I rischi sono suoi e di nessun altro. Eppure proprio nella richiesta di questa propensione individuale al rischio si celano i germi di una possibile contraddizione. Per Moretti i migranti dovrebbero essere selezionati in base alla loro competenza, cioè in base all’apporto che possono dare all’economia dell’innovazione. Non si può però evitare di chiedersi se la Silicon Valley sarebbe stata e sarebbe oggi possibile senza i chicanos i quali, anche se non si sono fatti scegliere come fior da fiore, sono individui che si sono assunti il rischio dell’emigrazione e della valorizzazione. Sarebbe possibile il mondo pulito dei codici binari, della programmazione, delle startup senza immigrati, spesso clandestini, che accudiscono bambini, costruiscono case, coltivano arance e uva, lavorano nelle fabbriche messicane dietro l’angolo? È possibile un discorso sul valore aggiunto che ignora l’esistenza di Jobs che incatenano al valore, non nella lontana Schenzen, ma nel quartiere vicino?

Essere convinti che l’innovazione produca il migliore dei mondi possibili, perché la città dell’innovazione è omogeneamente la migliore delle città possibili, ignora serenamente la lezione delle due città. Non esistono cioè solo due Seattle, una prima e l’altra dopo l’innovazione, ma anche una Seattle che ne contiene un’altra, carica di differenze e di contraddizioni. Seattle può piacere fino alla poesia, ma i quartieri di Seattle non sono tutti uguali. La città dell’innovazione comprende zone nelle quali gli individui non hanno gli stessi redditi e le stesse possibilità degli altri. Vista da questa prospettiva si potrebbe dire che dentro lo spazio locale ci sono zone globali. Come scrive il collettivo comunista Red Spark, concludendo la sua analisi della distribuzione del reddito a Seattle: «Class is, very simply, spatial. It’s our job to make class struggle spatial too».

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