mercoledì , 21 Ottobre 2020

Motori Minarelli: l’esperimento di una lotta vincente

Motori Minarellidi LAVORO INSUBORDINATO

Dopo il primo report di quest’estate, pubblichiamo quest’intervista a Orlando Maviglia, RSU FIOM allo stabilimento Motori Minarelli di Calderara di Reno, sulla conclusione della lotta contro i 56 licenziamenti annunciati l’estate scorsa dalla dirigenza. Una lotta che, come si legge nell’intervista, ha portato a casa dei risultati molto concreti. Allo stesso tempo essa mostra la situazione di continuo ricatto e precarizzazione che si vive nel settore metalmeccanico in Italia per cui le lotte, anche quando vincenti, esprimono una posizione sempre difensiva nei confronti del padrone. Alla Motori Minarelli, stabilimento dove già i lavoratori sono prevalentemente in contratti di solidarietà, la lotta contro i 56 licenziamenti si è svolta «con una pistola puntata alla tempia». Questa situazione ha però imposto alle lavoratrici e ai lavoratori di organizzarsi oltre le modalità prestabilite di conflitto sindacale, pur dopo anni caratterizzati da una politica della cassa integrazione e del welfare funzionale a mettere a tacere il conflitto, con il risultato di un aumento di protagonismo operaio e uno sforzo di innovazione delle pratiche messe in campo. Il risultato finale, dunque, più che causa di celebrazione rappresenta un’occasione di riflessione. Come le lotte nella logistica hanno dimostrato, anche nelle situazioni di estrema precarizzazione e ricatto la lotta è possibile laddove il protagonismo di chi lavora e la flessibilità delle tattiche sindacali sono tali da permettere l’innalzamento e la modulazione del conflitto, in modo da evitare i limiti imposti dalla rigidità degli schemi più difensivi e concertativi.

Come collettivo Lavoro Insubordinato abbiamo sostenuto e seguito questa vertenza. Crediamo che questa lotta sia stata caratterizzata da forme di protagonismo, innovazione e organizzazione che vanno oltre lo status quo sindacale, È importante per noi che questa esperienza sia conosciuta e discussa da precarie, migranti, operai che si pongono il problema della politicità della loro condizione e, soprattutto, di come trasformarla. Tra ogni condizione lavorativa ci sono differenze che non possono essere né ignorate né ritenute superate dalla mera forza di una singola vertenza: le differenze permangono e il fatto che finora non esista nessun piano di «unificazione delle lotte» ne è la dimostrazione. L’esperienza di queste operaie e di questi operai, come quella dei migranti della logistica, dal nostro punto di vista ha molto da dire a chi lavora nei superstore o nei magazzini della grande distribuzione, nella sanità o nella formazione. Valorizzare il protagonismo, la flessibilità delle tattiche sindacali e l’innovazione delle pratiche è centrale per chiunque, consapevole delle difficoltà di produrre conflitto e organizzazione dentro la frammentazione del lavoro, continua a porselo come questione centrale dell’agire politico.

Come si è conclusa la lotta contro i 56 licenziamenti, e come valuti il risultato ottenuto?

La lotta si è conclusa con un accordo che praticamente ritira il procedimento di licenziamento collettivo e si basa su una mobilità volontaria dietro incentivo da parte dell’azienda e sulla trasformazione del contratto da tempo pieno a tempo part time sia verticale sia orizzontale, anche in questo caso su base esclusivamente volontaria con un incentivo da parte dell’azienda.

Quindi, rispetto a com’era stata aperta la procedura, sicuramente quest’accordo è riuscito a evitare che si arrivasse a 56 licenziamenti forzati. Dopodiché è chiaro che il concetto di volontarietà è abbastanza relativo, perché formalmente e anche sostanzialmente chi ha deciso di andare via e trasformare il contratto l’ha fatto volontariamente, appunto, e da questo punto di vista, noi, in tutta coscienza, come RSU non abbiamo mai esercitato una pressione affinché i lavoratori prendessero questo tipo decisione. Se abbiamo speso una parola in più, l’abbiamo spesa per invitare chiunque venisse a comunicarci una decisione a favore della trasformazione del contratto e degli incentivi a considerare meglio la questione, facendo una valutazione serena, per quanto possibile.

Il concetto di volontarietà è comunque relativo, perché se non ci fosse stato un procedimento di licenziamento collettivo, la stragrande maggioranza dei lavoratori che ha deciso di andare in mobilità oppure di trasformarsi, probabilmente, anzi quasi sicuramente, non avrebbe mai pensato di farlo. A parte quelle otto persone, che con questo meccanismo entrano direttamente in pensione, per le quali c’è stato un incentivo ulteriore. Noi come lo valutiamo questo risultato? Lo valutiamo positivamente nella misura in cui è il frutto di uno sforzo e di una lotta che è stata condotta da parte dei lavoratori con tutti i mezzi che a disposizione. Da questo punto di vista siamo soddisfatti del risultato raggiunto, e quando dico siamo, non dico solamente come RSU, ma considerando la valutazione fatta all’ultima assemblea da tutti i lavoratori.

Avete lottato «con una pistola puntata alla tempia». Che forme di lotta avete messo in campo in questa situazione di ricatto e ridotta agibilità?

Noi abbiamo cominciato, fin da quando ci hanno annunciato la procedura del licenziamento collettivo, a farci vedere dall’azienda e preoccupandoci che questa situazione fosse conosciuta il più possibile all’esterno. Abbiamo iniziato ad addobbare tutti gli stabilimenti, i cancelli, con una serie di manichini, di pupazzi vestiti con le nostre tute da lavoro, con degli striscioni e quant’altro. Poi ci siamo preoccupati di proporre delle iniziative di lotta che si muovessero su due livelli: un’iniziativa interna che colpisse la produzione il più possibile e un’iniziativa esterna per far conoscere il più possibile all’esterno cosa stava succedendo, cercando di creare, se non un danno, un disagio all’immagine stessa dell’azienda. Questo ha significato costruire degli scioperi che facessero veramente sentire all’azienda l’efficacia dello strumento per poi proiettarsi verso l’esterno con tutto quello che era possibile: striscioni messi fuori ai cancelli, piccole manifestazioni, un corteo che abbiamo fatto a Calderara durante il giorno del mercato, volantinaggi in luoghi pubblici, presidi, coinvolgimento dei mezzi di informazione, cercando di coinvolgere altre realtà che potevano aiutarci in questa situazione.

In che modo le forme di lotta sono state innovative o il prodotto di iniziative di singole lavoratrici o lavoratori? Che livello di protagonismo c’è stato?

Il livello è stato molto buono e per certi aspetti anche inedito, a parte la stagione dei pre-contratti del 2003, che comunque fu meno partecipata da parte dei lavoratori. Nel 2003 mettemmo in campo una serie di scioperi a fischietto così improvvisi che portarono la Motori Minarelli a essere una delle prime fabbriche a firmare per i contratti. Questa volta, ovviamente perché la problematica era più vitale, abbiamo visto molta più partecipazione con scioperi con un’adesione altissima, anche di 218 operai. Comunque, in qualsiasi forma abbiamo scioperato, la partecipazione è stata veramente alta. Sia durante le iniziative di sciopero all’esterno sia durante gli scioperi articolati all’interno, rimanevano dentro, tra capetti e sotto-capetti, neanche una trentina di operai. Quello che noi valutiamo molto positivamente, e penso che segnerà anche un precedente per le vertenze successive, è l’avere messo in campo gli scioperi articolati, cioè immaginandoli in maniera frammentata, improvvisa, a seconda delle aree dei reparti di produzione, a seconda di quella che poteva essere l’efficacia massima e riducendo così il sacrificio che uno sciopero comporta. Noi questa cosa l’abbiamo proposta in maniera molto serrata, però sarebbe potuta non riuscire, se non l’avessimo costruita anche con i lavoratori. Ti faccio alcuni esempi. I lavoratori di una linea ti vengono a dire: «Da oggi pomeriggio rallentiamo il numero». Oppure fanno dei cambiamenti: «oggi sarebbe necessario che noi facessimo quest’altra cosa». Oppure qualcuno che lavora al collaudo dei motori dice: «Se a noi ci fate scioperare all’improvviso, durante le ultime due ore non hanno nessuno; possono anche farli i motori, però non c’è nessuno che li collauda, questi motori rimangono fermi, perché ora i controlli sono al 100%». Oppure qualcuno del reparto accessori dice: «A noi invece di farci scioperare sempre, fateci fare due colpi secchi, magari nel momento in cui gli ordini degli accessori sono di più». Questa roba qui noi l’abbiamo seguita il più possibile e messa in campo, inizialmente anche con approssimazione, ma volendo dare il segno di far sul serio. Il primo sciopero che abbiamo fatto articolato e improvviso è stato quello del numero pari e del numero dispari del badge, che per certi aspetti era una scommessa, perché non sapevamo neanche come eravamo distribuiti! Infatti con gli altri delegati immaginavamo: e se tutti i numeri pari stanno negli altri stabilimenti e tutti i numeri dispari stanno in questo? Però questa cosa è stata molto apprezzata, perché il segno era che si faceva sul serio. Quindi siamo partiti da un primo segnale approssimativo, che è stato comunque efficace e, dove non lo è stato, abbiamo corretto il tiro. Per esempio, nel reparto di lavorazione abbiamo visto che era una stronzata paurosa. Con i lavoratori del reparto abbiamo corretto il tiro, sospeso, cambiato modalità, anche durante lo sciopero stesso. Da questa fase iniziale un po’ approssimativa abbiamo cominciato a fare degli scioperi più mirati, per tronconi di linea – visto che la catena di montaggio è divisa in vari spezzoni chiamati tronconi – e quindi magari facevi scioperare il primo troncone e gli altri andavano avanti; tuttavia non potevano andare avanti perché non gli arrivavano i motori, e così facevi scioperare il troncone di mezzo. In alcune linee si lavora otto ore sulla stessa postazione, allora facevi scioperare anche lì, dove una parte non poteva essere sostituita da nessuno. Abbiamo visto che, appena abbiamo messo in campo gli scioperi articolati, l’azienda nei primi giorni la dava un po’ per persa; uscivano fuori e non mettevano niente in campo per contrastarla. Poi hanno cominciato a studiarsi un po’ meglio la situazione, cercando di immaginarsi le nostre mosse o, dopo averle viste, spostando delle persone, – non solo dei crumiri, ma anche persone che in quel momento non stavano scioperando – a seconda delle loro competenze, in altre linee. Noi conseguentemente facevamo la stessa cosa: immaginavamo le loro mosse, le vedevamo e poi a tavolino cambiavamo il corso dell’opera. Gli scioperi sono stati segreti fino all’ultimo, questa era la consegna. I lavoratori questo lo hanno capito benissimo e c’era incoraggiamento affinché fossero segreti fino all’ultimo. Da questo punto di vista è stato molto incisivo, e molti hanno detto: da oggi dobbiamo fare così, per fare una cosa efficace.

Qual è stata la modalità organizzativa della lotta? Ha presentato delle differenze con vertenze passate?

Per ogni incontro che facevamo con l’azienda, facevamo un’assemblea, quindi eravamo in sciopero costantemente, una modalità che abbiamo seguito fino all’ultimo. All’inizio avevamo pensato di proporre la formazione di un comitato di lotta, perché anche quello che possono fare i delegati sindacali non deve e non può mai poggiarsi solamente sul tuo ruolo da delegato. Fermo restando che poi nella RSU non c’è solo la componente FIOM ma anche la FIM, e lì non apro un discorso che potete ben immaginare. Noi abbiamo dovuto anche, in un certo senso, osservare una certa riservatezza nei loro confronti nelle iniziative di lotta, perché non avevamo nessuna fiducia nelle persone che ci stavano. Poi però, considerando le caratteristiche dei lavoratori e il tipo di titubanze di qualche anno fa, abbiamo pensato che, se noi avessimo fatto una richiesta formale in assemblea di costituzione di un comitato di lotta dicendo: «si costituisce il comitato di lotta contro i licenziamenti, chi vuole partecipare…», non sarebbe venuto nessuno. Abbiamo cercato di stimolare, metterci in gioco, affinché il comitato di lotta nei fatti venisse fuori, e di fatto è venuto fuori pur non formalizzandosi. Alcune dichiarazioni le abbiamo fatte non come RSU, ma con un volantino che abbiamo diffuso sempre fin dall’inizio, senza mai aggiornarlo, se non nel titolo; è stato un volantino approvato dall’assemblea all’unanimità e firmato sia come RSU sia come assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta contro i licenziamenti. Abbiamo cercato di incoraggiare il più possibile, non in maniera paternalistica, bensì sapendo che questa cosa avrebbe sostenuto il protagonismo dei lavoratori, in particolare di una fascia di lavoratori che, sebbene ristretta, è stata molto importante. Noi contiamo proprio su questa fascia per avviare le prossime iniziative sindacali.

Com’è stato gestito il rapporto con lavoratrici e lavoratori che non partecipavano alla lotta?

All’inizio non abbiamo mai rinunciato a degli argomenti fraterni nei confronti degli impiegati, che storicamente, sia nel caso delle rivendicazioni per il contratto nazionale, sia in quello dei rinnovi integrativi, sia nel caso dei licenziamenti, non sono stati tanto solidali con i lavoratori; abbiamo organizzato un volantinaggio solo per loro, affinché si convincessero a scioperare. Non abbiamo mai fatto dei picchetti, perché non c’era quella determinazione a fare il picchetto. Però la determinazione a fargliela pesare a chi non scioperava sì! Lo facevamo ogni volta che uscivamo fuori per fare degli scioperi articolati e dei cortei interni; questi ultimi erano fatti su richiesta dei lavoratori – che noi assecondavamo – per guardare in faccia quelli che rimanevano dentro. All’inizio abbiamo utilizzato dei toni inclusivi, cercando di toglierli ogni scusante, cercando anche di rapportarci con loro – c’è chi ci riesce meglio e c’è chi ci riesce peggio. Io non ci riesco più come ci riuscivo 15 anni fa! Roberta, l’altra delegata più tenace, fino all’ultimo ha cercato di convincerli. Eravamo sicuri che noi eravamo nel giusto e loro nel torto. Quindi questa cosa qui ha portato ad avere delle discussioni che abbiamo chiuso in maniera tranchant. Insomma, noi abbiamo fatto sentire il nostro peso ed è giusto fargli ancora sentire questo peso, perché è stato uno spartiacque: chi stava da un lato chi dall’altro. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità! Non abbiamo fatto mai delle forzature – io le chiamo forzature, ma sarebbero state giustificate. Se fossimo stati più convinti nel respingerli o cercare di non farli entrare, sarebbe stato giusto, ma non sempre è facile. In questo caso, sarebbe stata una forzatura non tanto nei loro confronti, ma verso chi teneva il picchetto. Alcune volte dici: «ma falli passà sti stronzi». È chiaro che se non passano è meglio, però a un certo punto li ignori pure, quindi l’atteggiamento è stato questo. Sicuramente questo è stato uno spartiacque con chi ha agito in maniera superficiale, irresponsabile, calcolatrice. Già sei condannabile per aver pensato di salvarti mentre tanto l’altro non si può salvare; se tu non sei neanche tra gli esuberi, quindi sei già «salvo», e neghi un aiuto, allora sei doppiamente spregevole. Questi sono stati gli argomenti discussi fino all’ultima assemblea. Questa cosa l’abbiamo detta chiaramente, anche per dargli una mazzolata in assemblea una volta arrivati all’accordo ed è stata sentita molto dai lavoratori.

I licenziamenti hanno corrisposto a una riduzione del personale della produzione nel tentativo di eliminare come esuberi i lavoratori a tempo determinato e intensificare il lavoro di quelli rimasti in fabbrica?

Noi non abbiamo lavoratori a tempo determinato dal luglio del 2008. Quindi la cosa ha riguardato i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, non solo in questa ultima tornata che è stata la procedura di licenziamento collettivo, ma anche nel 2010 quando questa cosa si prospettava, così che facemmo un accordo di mobilità volontaria, ma senza una procedura di licenziamento in corso. Ha comportato una riduzione in termini assoluti, perché di 218 operai, alcuni sono andati via e altri si trasformano. Comunque, già con la mobilità volontaria senza il licenziamento collettivo sono andati via una settantina di lavoratori, di cui anche una parte di impiegati, ma soprattutto operai. Questa cosa oggi cosa comporta? Comporta sicuramente per chi rimane l’intensificazione dei ritmi, infatti adesso tutta la partita si gioca sull’organizzazione del lavoro. Non è una partita facile, perché non abbiamo una tradizione di controllo serrato. L’azienda ti mette davanti ai fatti compiuti, si sottrae al confronto ecc. La cosa per noi diventa evidente laddove prima lavoravano in due e ora ne lavora uno per due. Diciamo che quello è il tentativo! Cosa comporta per il futuro? Si conserva un nucleo di lavoratori a tempo indeterminato per poi ricorrere ai contratti a tempo determinato, più che d’apprendistato. Negli anni non abbiamo mai avuto degli interinali, anche se questo non è solo possibile, ma segue la tendenza. In questo modo le tensioni non solo rimangono e si intensificano, ma non possono che fare i conti con una piattaforma generale. Dal punto di vista delle organizzazioni sindacali – io parlo principalmente della FIOM perché ci sto dentro – deve esserci un cambio di rotta, dobbiamo porre dei punti precisi. Se questa è la tendenza e noi l’assecondiamo, semplicemente per trattare meglio qualche condizione, non se ne esce fuori.

Che sostegno c’è stato da fuori? Quali sono i punti forti e deboli sottolineati da questa lotta? Cosa può insegnare ai sindacati e alle realtà politiche che si occupano di lotte sui posti di lavoro?

Devo dire che, a parte i compagni di Lavoro Insubordinato e i compagni del Coordinamento sempre in lotta, sostegno da parte di altre organizzazioni non ne abbiamo avuto. L’abbiamo cercato ma non l’abbiamo ricevuto. Ci sono stati dei comunicati di solidarietà da parte di tante RSU, della Fiom, alla quale avevamo fatto conoscere la nostra situazione. Voglio dire però che tutto quello che abbiamo ricevuto è stato per noi prezioso, dai comunicati che venivano dalla RSU, con i quali abbiamo tappezzato le bacheche e sono stati tolti solo qualche giorno fa, ai compagni di altre RSU che son venuti ai presidi, ai compagni non sindacalisti come gli studenti oppure come Lavoro Insubordinato. Ai lavoratori fa bene tutto questo. Abbiamo avuto un’interrogazione da parte del consigliere regionale di Rifondazione Comunista. Io stesso faccio parte di Rifondazione Comunista anche se mi immagino che dovrebbe essere un partito diverso e che non lo sarà, purtroppo. Però un orientamento da parte del partito rispetto a questa vertenza non c’è stato, così come dalle istituzioni, a parte alcune dichiarazioni abbastanza generali se non generiche che in quel momento magari facevano brodo, però le abbiamo colte per il peso che potevano avere, non c’è stato altro. Abbiamo avuto il concreto sostegno della Fiom, con pullman a disposizione. Insomma su questo l’organizzazione è stata puntuale, precisa, però non c’è stato nient’altro. Io credo, per ritornare un po’ ad alcuni discorsi, che questo è il punto di una situazione generale che deve essere senz’altro cambiata. In assenza sia di piattaforme più ampie che di movimenti politici che possano rappresentare gli interessi della classe lavoratrice – io dico di un partito di classe – la solidarietà che arriva è preziosa. Noi abbiamo detto che questa situazione per noi è oro, è preziosa, siamo contentissimi di questo, anche se si avverte uno scarto tra quello che dovrebbe essere necessario e quello che attualmente c’è.

Lʼultima domanda tocca proprio questo e cioè, quali sono i punti forti e deboli sottolineati da questa lotta e cosa può insegnare questa esperienza ai sindacati, sindacalisti e a realtà politiche che si occupano di lotte sul posto di lavoro?

Uno dei punti forti è sicuramente il protagonismo dei lavoratori. Non è vero che da parte dei lavoratori cʼè un disinteresse, come spesso ci sentiamo ripetere in vari ambiti, a cominciare dal sindacale ma anche in ambiti politici per giustificare poi una mancanza di determinazione. Non è vero che i lavoratori non lottano. I lavoratori lottano non solo perché hanno un motivo e purtroppo non credo che la Motori Minarelli sia lʼeccezione ma credo che sia una fase che riguarda tutto il mondo del lavoro, quindi credo che la sinistra dovrebbe porsi il problema riguardo alla situazione attuale e che proprio in questo momento ci sarebbe bisogno di aver fiducia nella possibilità che ha la classe lavoratrice di cambiare le cose. Noi avevamo questa fiducia però chiaramente venivamo da cinque anni in cui eravamo sotto scacco. Prima la cassa integrazione ordinaria, poi straordinaria, poi ti costringono in qualche modo a fare un accordo di mobilità volontaria, contratti di solidarietà per un anno e mezzo, sospensione contratti… insomma, non è facile in tutto questo. Noi avevamo questa fiducia, l’abbiamo conservata fino alla fine e da tutto questo ne usciamo rafforzati. Ma la cosa principale non sono le nostre convinzioni: è che da tutto questo, appunto, abbiamo visto che c’è ora un’attenzione diversa che si spera si possa consolidare per quello che ci aspetta sin da oggi in Motori Minarelli riguardo all’iniziativa sindacale alle vertenze e quant’altro. Questo è il punto fondamentale. L’altro punto è che quando si fa seriamente, i lavoratori sono disposti a lottare. È chiaro che quando tutto è una messa in scena o comunque non si arriva fino allʼultimo con determinazione, non cʼè credibilità. I punti deboli riguardano il fatto che a volte si arriva tardi su determinate questioni sebbene non sia mai troppo tardi. Questo può essere il frutto di una situazione in fabbrica, una situazione sindacale. Però io credo che ci sia un contesto più generale che molto spesso ti porta ad affrontare le cose quando invece bisognerebbe cominciare prima a impostare i rapporti di forza in maniera diversa. Cosa può insegnare ai sindacati e alle realtà politiche? Ecco, quello che dicevo poco prima, cioè che intanto i sindacati dovrebbero insegnare che si fa seriamente, se si è credibili negli strumenti che si propongono e soprattutto se si favorisce la partecipazione dei lavoratori. I lavoratori non devono essere considerati una massa inerte, nella peggiore delle ipotesi manovrati a seconda delle mobilitazioni del momento. Anzi, proprio le mobilitazioni e le vertenze ecc… devono poggiarsi sul protagonismo dei lavoratori. Se questo avviene si diventa una forza, una forza notevole. Ovvio è che per le burocrazie sindacali tutto questo è come due dita negli occhi. Per quanto riguarda le forze politiche – penso alle realtà politiche della sinistra – diciamo che fanno tutt’altro, non solo da oggi ma da anni, rispetto a quello che bisognerebbe fare. Oggi, questo tutt’altro è particolarmente drammatico, nocivo perché oggi ci sono tutte le condizioni, ovvero cominciano ad esserci, e a mio avviso saranno sempre più profonde e diffuse, affinché dal mondo del lavoro si possa reagire in maniera forte. Condizioni oggettive in cui le persone cambiano anche la loro mentalità di fronte a quello che succede e di fronte alla situazione in cui vivono. Le organizzazioni politiche della sinistra continuano a essere i grandi assenti su questo. La cosa non è differente perché loro sono assenti però credo che mai come oggi ci sarebbe bisogno di questo e se c’è un insegnamento che possono dare episodi come questo – che non sono i soli e nemmeno i più drammatici – è che i nostri dirigenti o i dirigenti delle organizzazioni dei lavoratori, sia politiche sia sindacali, dovrebbero fare tuttʼaltro rispetto a quello che ci hanno abituato a veder fare .

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