mercoledì , 16 Ottobre 2019
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Noi siamo la Zanussi. Lotte operaie e strategie sindacali

di DEVI SACCHETTO

Electrolux1La situazione all’Electrolux diventa sempre più complicata. La multinazionale svedese che occupa 6500 dipendenti diretti e garantisce il lavoro indiretto ad altri 4000, non arretra di un centimetro dalle sue posizioni volte a incrementare i livelli di profittabilità degli stabilimenti italiani (Forlì, Porcia, Solarolo e Susegana). Fin da novembre le condizioni poste dall’Electrolux erano chiare: occorre tagliare il costo del lavoro di 3 euro per ora di lavoro, per allineare i profitti che sgorgano dalle fabbriche italiane a quelle polacche. Quando è scoppiata la vicenda Electrolux, l’ineffabile Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, aveva persino chiesto le dimissioni di un ministro del suo partito accusandolo di scarso impegno. Ora è evidentemente felice e soddisfatta del modo in cui il governo dei ministri Poletti e Guidi sta programmaticamente distruggendo ogni possibile intermediazione che ostacoli le richieste delle imprese. La mediazione del Ministro Guidi, infatti, ha garantito all’azienda per i prossimi tre anni la defiscalizzazione dei salari per 1,20 euro all’ora, i rimanenti dovrebbero venire da una maggiore efficienza degli stabilimenti. Vale a dire incremento dell’intensità del lavoro, taglio delle pause e dei permessi sindacali, fruizione delle ferie sulla base delle esigenze produttive. Una vita subordinata al profitto. Degli altri.

A Susegana il taglio dei tempi significa passare da un frigorifero ogni 45 secondi a uno ogni 39 secondi, sperando che nel frattempo da qualche parte nel mondo una carta di credito venga usata per l’acquisto di una così importante merce. La maggior produttività richiesta si scontra con una forza lavoro non più giovane e con una quota di lavoratori a «ridotte capacità» a causa della ripetitività del lavoro svolto nelle catene di montaggio dell’Electrolux. L’incremento di quella che, con un eufemismo tecnico, chiamano efficienza dovrebbe portare anche al licenziamento di 1200 persone; il sacrificio più consistente di ben 450 lavoratori sarebbe nello stabilimento di Porcia, ma l’azienda, magnanima, potrebbe proporre a una parte di questi di trasferirsi a Forlì per cogliere le opportunità di ricominciare una nuova avventura 300 chilometri più a sud con 1200 euro al mese. Non a caso l’azienda è disponibile a discutere sulle «modalità di gestione delle eccedenze e su come migliorare l’impatto occupazionale», vale a dire su come scaricare i costi dell’usura dei corpi dei lavoratori sullo Stato e sulla società. La strategia aziendale è piuttosto chiara: mantenere elevati livelli di profitto finché si può, riducendo progressivamente la forza lavoro, per poi fra qualche anno, quando il numero di dipendenti sarà ridotto, chiudere gli stabilimenti.

Electrolux2«Questa è la madre di tutte le battaglie, una vicenda che farà scuola», ha recentemente affermato Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, destandosi improvvisamente dal torpore con cui ha seguito la vicenda. La battuta, buona per le prossime elezioni europee, nasconde qualcosa di profondo che le vicende indipendentiste, schernite come pagliacciate lontano dal Nord, hanno già evidenziato. Per chi vuole vedere. La progressiva discesa negli inferi dei bassi salari e dei ricatti padronali sta spostando ulteriormente l’asse politico. Peccato che le confederazioni sindacali nazionali giunte a Mestre non l’abbiano compreso e si siano dette disponibili alla discussione sui modi per coniugare le prestazioni lavorative con i fabbisogni produttivi. D’altra parte una volta accettato di discutere del costo del lavoro la strada è in discesa. Una discesa che può essere senza fine perché l’azienda, dopo aver comparato il costo del lavoro italiano con quello polacco, potrà presto far uscire dal cappello qualche altro stabilimento in Ucraina o in Egitto con cui gli operai italiani si dovranno misurare.

L’arroganza con cui l’azienda sta conducendo la trattativa per abbassare il costo del lavoro ha fatto arrabbiare perfino i delegati sindacali della Uilm che hanno sottolineato che quanto richiesto dall’azienda è un «massacro delle persone». Non che in questa fase i rapporti tra i lavoratori e le centrali sindacali siano privi di tensione. All’uscita dal tavolo di trattativa del 28 aprile a Mestre, mentre le Rsu rigettavano le proposte di un’ulteriore intensificazione dei ritmi, i funzionari sindacali nazionali rimanevano possibilisti. D’altro canto la stessa candidatura alle elezioni europee di una delle delegate storiche della Fiom di Susegana, Paola Morandin, è diventato il pretesto per un becero regolamento dei conti all’interno del sindacato. Il ricorso a qualche norma, trovata nelle pieghe degli Statuti del sindacato, ha infatti indotto i funzionari sindacali della Fiom nazionale a delegittimare la presenza della delegata addirittura durante il tavolo di trattativa con l’azienda, la quale, immaginiamo, si è fatta più di qualche risata. Una strategia sindacale quanto meno incomprensibile in questa fase e che indebolisce principalmente le Rsu dei quattro stabilimenti provate da sei mesi di lotta. Che le regole siano uguali per tutti sarebbe bene prima di tutto ricordarlo all’Electrolux più che ai propri iscritti, perché i dettati aziendali continuano imperterriti a demolire la contrattazione collettiva, mirando a produrre aree speciali di contenimento dei salari a ritmi lavorativi robotizzati.

Electrolux3Intanto a Porcia (Pn) stamani i lavoratori, dopo l’assemblea per discutere dell’incontro di ieri a Mestre, sono usciti dallo stabilimento e hanno sfilato in corteo sulla strada statale Pontebbana al grido: «noi siamo la Zanussi». In ricordo dei vecchi padroni, Zanussi, che nel 1984 hanno lasciato il campo all’Electrolux. Forse uno scherzo della memoria perché quelli di un tempo paiono sempre migliori di quelli attuali. Il primo maggio tutti i lavoratori del gruppo saranno a Porcia per una manifestazione davanti ai cancelli della fabbrica. Un primo maggio di lotta, lontano, forse, dalle retoriche parate sindacali.

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