Il “miracolo” di Lula – come numerose testate e blog lo hanno definito – ha avuto una risonanza internazionale non solo per l’importanza del Brasile nel contesto politico ed economico globale, ma anche, se non soprattutto, perché è stato in grado di fermare un’onda nera che sembrava ormai destinata a coprire la gran parte del mondo. Un’onda che mantiene al suo interno differenze specifiche e peculiarità locali, ma che nondimeno contiene alcuni elementi comuni: da un lato la compressione dei diritti di cittadinanza – se non la loro gerarchizzazione etnica e sociale –, dall’altro l’aumento della repressione poliziesca e giudiziaria nei confronti degli oppositori, siano essi personaggi politici o comuni cittadini che protestano nelle strade.
Dopo un primo turno tanto inatteso quanto potenzialmente depressivo per i sostenitori di Lula e del PT (Partido dos Trabalhadores), dovuto anche a un eccesso di fiducia e, di conseguenza, a una campagna elettorale meno pressante, nelle tre settimane che portavano al ballottaggio la strategia del lulismo è mutata radicalmente di fronte a un’altrettanta inattesa mobilitazione di massa di individui e gruppi sociali che fino ad allora erano rimasti spettatori o comunque non si erano attivati in maniera organizzata per rieleggere un presidente le cui politiche non avevano risposto alle loro aspettative e pretese radicali.
La mossa vincente è stata allora quella di giocare su due tavoli, diversi ma congiunti: da un lato, il rovesciamento della narrazione bolsonarista sui social media (a riprova che ci può essere un utilizzo di questi ultimi che si sgancia dal controllo dei loro padroni), capace di rispondere colpo su colpo alla retorica fascista di Bolsonaro e dei suoi, senza giocare una partita di retroguardia, ma attaccandone frontalmente i contenuti; dall’altro, ancora di più, seguire l’occupazione delle strade e le manifestazioni organizzate anche grazie alla mobilitazione della União Nacional dos Estudantes, dei sindacati operai (soprattutto della Petrobras), del Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST) e del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto. Infine, il lavoro porta a porta dei militanti, anche nei quartieri dove il bolsonarismo aveva prevalso al primo turno. Virtuale e reale si sono così sostenuti a vicenda, generando effetti virtuosi capaci di connettere fasce molto diverse – in termini di età, di etnia e di appartenenza di classe – del popolo brasiliano.
Si possono senz’altro avanzare delle perplessità sul modo in cui il terzo mandato di Lula ha governato il paese, stretto tra i compromessi necessari ad accontentare i partiti alleati (alcuni dei quali chiaramente di destra) e la necessità di far fronte al rallentamento dell’economia e all’aumento del debito pubblico. In ogni caso, ora comincia una nuova partita, che dipenderà dalla forza che il movimento che ha eletto Lula riuscirà ad accumulare ed esercitare sul sistema politico e dalla capacità dello stesso presidente di seguire la mobilitazione sociale, per trovare una legittimazione alle azioni di governo che non potrà ricevere dai rappresentanti istituzionali, a maggioranza di destra o estrema destra. Pur riconoscendo la specificità della situazione brasiliana, non possiamo però non inserire la mobilitazione elettorale nel quadro delle sollevazioni transnazionali che dall’India all’Europa stanno scuotendo dalle fondamenta le certezze del neoliberalismo tanto sul piano istituzionale quanto su quello sociale.
L’intervento che proponiamo e che approfondisce questo processo e la posta in gioco che ne seguirà è scritto da un membro del coordinamento del MST (Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra) e ricercatore alla Universidade Federal do São Paulo.
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Il primo turno e lo sconforto generale
Nel 2025, Lula sembrava avere una strada relativamente facile verso la rielezione. Per tutto l’anno, il presidente registrava consensi ben superiori a quelli di qualsiasi avversario preso in considerazione dalla destra. Quando il Partito Liberale annunciò che il candidato dell’estrema destra sarebbe stato Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, molti esponenti della sinistra accolsero la notizia con un ottimismo ancora maggiore. Flavio sembrava un candidato molto debole rispetto, ad esempio, al conservatore Tarcisio de Freitas, governatore dello Stato più grande e ricco del Brasile (San Paolo) e con un indice di gradimento molto alto. Flavio Bolsonaro, dopotutto, è figlio di un ex presidente incarcerato per tentato colpo di Stato, dell’unico ex presidente che non è riuscito a farsi rieleggere dal ritorno della democrazia, alla fine degli anni ’80. Flavio Bolsonaro, infine, è sommerso da accuse: dal furto di denaro pubblico ai legami con organizzazioni criminali, senza dimenticare le orge con lavoratrici del sesso e lobbisti nel bel mezzo della pandemia .
Molti hanno sostenuto che gran parte del Paese volesse la fine della cosiddetta «polarizzazione», e dunque la scelta di Flávio sarebbe andata contro la volontà di quella fetta dell’elettorato che, in teoria, avrebbe voluto poter votare per un candidato che non portasse il cognome dell’estremista appena arrestato. L’esito del primo turno ha colto di sorpresa gran parte della sinistra e dei progressisti brasiliani: non solo Flavio Bolsonaro si era classificato davanti a Lula, ma il Senato aveva eletto un’enorme schiera di bolsonaristi e, alla Camera dei deputati, il Partito Liberale di Bolsonaro aveva ottenuto la più ampia rappresentanza per un singolo partito dal ritorno della democrazia. Grandi nomi della sinistra al Senato, come Manuela D’Avila e Paulo Pimenta nel Rio Grande do Sul, Benedita da Silva a Rio de Janeiro e Marina Silva a San Paolo, sono stati sconfitti dalle figure più grottesche che la destra avesse a disposizione: Derrite, poliziotto che ha confessato di essere un assassino, è diventato senatore per San Paolo; Gustavo Gayer, che ha ucciso delle persone guidando in stato di ebbrezza, è stato eletto al Senato nel Goiás; uno dei figli di Bolsonaro, fratello di Flavio, è stato eletto senatore per Santa Catarina e la moglie di Bolsonaro è diventata senatrice per Brasilia.
Alla fine dei conti, Lula ha ottenuto meno voti rispetto al 2022.
La svolta
Allo sconforto iniziale è seguita un’esplosione di proteste nelle strade: diverse città brasiliane hanno visto le più grandi manifestazioni della loro storia. Già il giorno dopo il primo turno, oltre 2000 persone, guidate dagli studenti dell’Università Federale Fluminense, hanno invaso le strade di Niterói e hanno acceso la fiamma della speranza e della mobilitazione in tutto il Paese. Successivamente, centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno occupato le strade di San Paolo, Rio de Janeiro, Fortaleza, Recife, São Luís, Brasilia, Belo Horizonte, Curitiba e Porto Alegre, estendendo a livello nazionale le mobilitazioni di massa a sostegno della candidatura di Lula. Il Brasile ha vissuto, nelle tre settimane che hanno il secondo turno delle elezioni presidenziali, un’esperienza rara, travolgente e inusuale di mobilitazione politica di massa. Come ha affermato Valerio Arcary, dirigente del Partito Socialismo e Libertà, non si è trattato solo di una campagna elettorale: si è verificata una rivolta civico-elettorale democratica.

Mentre le strade erano invase da manifestazioni di massa, decine di migliaia di volontari si sono auto-organizzati per recarsi nei quartieri e trasformare l’astensionismo e l’indecisione in un sostegno alla rielezione di Lula. La strategia è stata molto chiara: ridurre le astensioni, mettere in guardia dai rischi rappresentati dall’elezione della famiglia Bolsonaro, mobilitare gli anziani e i giovani e rivoluzionare la comunicazione della campagna elettorale. Sui social abbondavano i contenuti e i manuali su come approcciare gli elettori e creare materiale elettorale.
Su questi stessi social, l’azione del deputato dello Stato di Minas Gerais, André Janones, ideatore del canale WhatsApp «Exército do Lula», che riuniva artisti, personalità pubbliche e milioni di brasiliani, ha cambiato le dinamiche della contesa politica digitale. La mobilitazione ha ampliato la capacità comunicativa della campagna ed è stata fondamentale per contrastare la disinformazione, la manipolazione algoritmica e la censura che hanno coinvolto Meta e il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) – presieduto da due giudici nominati da Jair Bolsonaro, che avevano agito come attivisti nella campagna elettorale di Flavio Bolsonaro.
Il canale “Exército do Lula”, nelle settimane precedenti al ballottaggio, ha raggiunto i 10 milioni di iscritti, oltre il 6% dell’elettorato brasiliano. Il meccanismo basato sulla gamification si è rivelato molto efficace. Innanzitutto, una promessa: se il gruppo avesse raggiunto i 5 milioni di persone, lo stesso presidente Lula avrebbe comprato un cellulare [Lula non aveva mai posseduto un cellulare fino ad allora, NdT] e si sarebbe unito al canale, registrando un video in formato «selfie». Poi, le sfide: inviare determinati messaggi ad almeno 5 gruppi; invitare almeno 5 persone a entrare nel gruppo. Su quel canale, André Janones, diventato una popstar del campo progressista, coordinava le azioni sui social: indicava i video ai quali le persone dovevano mettere un like, commentare e condividere; suggeriva gli hashtag da utilizzare su Twitter; indicava espressioni e frasi da cercare su Google e segnalava altre pagine di sinistra sui social che le persone dovevano seguire e sostenere. Il nome «Esercito» non è mera simbologia: il linguaggio militare era predominante. Janones chiedeva ai «soldati» disciplina nella «guerra». Cominciò a essere chiamato “Generale” anche da Lula, che, a sua volta, fu soprannominato «Maresciallo».

Nonostante alcune critiche a questo modello (e alcune battute, basate sull’inversione dei ruoli: è la destra che organizza orge e fa uso di droghe, mentre è la sinistra che ha iniziato a sostenere la disciplina e la militarizzazione), l’enorme gruppo di Janones, oltre ad avere un forte impatto sui social media, ha offerto anche un senso di appartenenza a milioni di persone che prima erano disorganizzate. Quando META rimuoveva i video critici nei confronti di Flavio Bolsonaro, l’«Esercito di Lula» raccomandava a tutti di pubblicare quei video sui propri profili social, di inoltrarli nei gruppi e di ricondividerli nelle storie. Così, la censura è stata travolta da uno tsunami.
La paura, che di solito è paralizzante, nel caso del Brasile è stata invece mobilitante. João Paulo Rodrigues, del Coordinamento Nazionale del Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), ha utilizzato un’interessante figura retorica: il primo turno delle elezioni ha prodotto un «Cagaço Pedagógico». Questa espressione, difficile da tradurre, significa che la batosta che abbiamo preso è stata istruttiva. Una parte immensa della società, che fino ad allora era rimasta politicamente inattiva, di fronte a una minaccia terribile si è mobilitata e ha fatto la differenza. Si è diffusa a macchia d’olio la consapevolezza che il bolsonarismo non poteva essere sottovalutato e che anzi doveva essere preso molto sul serio. Il giorno delle elezioni, un’altra azione illegale da parte dei sostenitori di Bolsonaro ha ricevuto una risposta immediata dal popolo: i sindaci bolsonaristi di città come San Paolo e Salvador hanno ritirato dalla circolazione gli autobus che servono i quartieri in cui Lula è più popolare. La risposta è stata rapidissima, con l’organizzazione di passaggi solidali, di gruppi che individuavano le fermate degli autobus affollate e prelevavano le persone con le proprie auto per portarle a votare.
Il legame tra reti digitali e presenza nelle strade può essere sintetizzato nel fatto che, durante le imponenti manifestazioni, la gente gridava i “comandi” dell’esercito digitale di Lula, come “RAGAZZI, È URGENTE (Pessoal, urgente!)”, ai quali altri rispondevano con la seconda parte del comando “ESPLODETE! (Explode!)” [il riferimento è all’uso del verbo “explodir” per indicare gli interventi sui social che “esplodono”, cioè diventano virali, NdT]. Gilmar Mauro, del Coordinamento Nazionale del MST, ha affermato che l’azione dei social era la nostra “aviazione”, in grado di preparare il terreno, ma era la «fanteria» che faceva una campagna porta a porta tra la popolazione per dialogare con essa e garantire la vittoria.
È importante sottolineare l’ampio sostegno raccolto dalla campagna elettorale. I fan di artisti come Dua Lipa, Lady Gaga, i gruppi K-pop, Taylor Swift e Bad Bunny hanno iniziato a produrre autonomamente materiale e a organizzare manifestazioni di piazza. Il primo giorno dopo il primo turno, hanno redatto una dichiarazione pubblica con cui mettevano a disposizione del presidente Lula le loro pagine, i loro social network e il loro pubblico. La campagna, in questo senso, è stata un fronte ampio che è riuscito a unire la cantante Madonna alla Chiesa cattolica: la stessa artista ha dichiarato il proprio sostegno a Lula sui social media, mentre nel contempo lo facevano anche diversi vescovi brasiliani.
Si è così verificata una serie di eventi storici. Per la prima volta dal ritorno della democrazia più persone hanno votato al secondo turno che al primo. L’astensionismo ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 20 anni, e circa 3 milioni di persone in più hanno votato al secondo turno. Allo stesso tempo, i voti degli altri candidati di destra non sono passati a Bolsonaro, mentre Lula è riuscito ad assorbirne gran parte. Lula ha conquistato 10,3 milioni di voti in più, passando da 53 milioni di voti al primo turno a oltre 64 milioni al secondo turno. Per la prima volta, il candidato che si era classificato al secondo posto al primo turno è riuscito a ribaltare la situazione.
La posta in gioco
In queste elezioni si è registrata una distinzione chiarissima tra i diversi progetti, che riflette non solo lo scenario elettorale, ma una vera e propria frattura all’interno della società brasiliana. Flavio Bolsonaro, da un lato, raggruppa attorno a sé quanto di più predatorio vi sia nell’agricoltura brasiliana; gli interessi dei settori più arretrati dell’estrazione mineraria, compresa quella illegale; gli interessi dei gruppi paramilitari e delle milizie di sterminio composte da forze di polizia (Lula, in entrambi i dibattiti presidenziali, ha definito Flavio Bolsonaro un «miliziano», riferendosi ai suoi legami con questi gruppi); i nuovi «coach» dell’imprenditorialità, del neoliberismo e della piccola borghesia affascinata dal discorso neoliberale; gli interessi dell’imperialismo statunitense e delle Big Tech. Si tratta di una candidatura che rappresenta una borghesia interna dipendente e subordinata agli interessi stranieri, con sfumature fasciste e legami con la criminalità organizzata all’interno delle forze armate (gran parte della polizia, in Brasile, è militarizzata). Eduardo Bolsonaro, uno dei fratelli di Flavio, è fuggito dal Brasile e ha insediato a Washington uno dei suoi principali centri operativi politici, chiedendo sanzioni contro istituzioni e autorità giudiziarie del proprio Paese.
Lula, dal canto suo, è stato il candidato di un ampio fronte che riunisce attorno a sé forze popolari e di sinistra, come lo stesso partito del presidente, il Partito dei Lavoratori; il movimento sindacale (CUT, CTB, CSB); il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST); il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST); ma ha inglobato anche settori che non sono tipici della sinistra brasiliana. Nel suo governo eletto nel 2022, su 37 ministeri, 12 erano affidati a partiti di destra. Il «presidenzialismo di coalizione» brasiliano comporta, in genere, che il presidente eletto debba includere nel proprio governo partiti e leader di altri orientamenti politici per ottenere la maggioranza in Congresso e il sostegno alle sue principali proposte o, almeno, per evitare l’impeachment. Nonostante la presenza di elementi di destra all’interno del governo, la differenza di orientamento politico tra Lula e Flavio è netta ed è emersa fin dai primi giorni in cui Lula ha sostituito Jair Bolsonaro alla presidenza: i decreti che consentivano la libera vendita di armi sono stati sospesi; i decreti che causavano danni all’ambiente sono stati sospesi; ministeri come quello del Lavoro, dello Sviluppo Agrario, delle Donne e dell’Uguaglianza Razziale sono stati riorganizzati. Un intervento contro il genocidio del popolo Yanomami, che era stato decimato dalla fame sotto il governo di Jair Bolsonaro, è stato uno dei primi punti su cui si è concentrata l’azione del governo Lula insediatosi nel 2023.

La differenza è lampante: da un lato la distruzione ambientale dell’Amazzonia e degli altri ecosistemi del Brasile fino a un punto di non ritorno, in nome degli interessi immediati dell’agrobusiness e dell’estrazione mineraria predatoria; dall’altro, norme ambientali rigide e potere agli organismi di controllo ambientale. Da un lato, la distruzione dei diritti dei lavoratori e previdenziali; dall’altro, un avanzamento nella regolamentazione del lavoro. Da un lato, la libera azione di gruppi suprematisti ed estremisti sui social media in nome della «libertà di espressione»; dall’altro, la regolamentazione dei social media. Da un lato, la spudorata sottomissione agli interessi degli Stati Uniti; dall’altro, la costruzione di una nazione più indipendente. Potremmo continuare questa lista per pagine e pagine. Una presidenza di Flavio Bolsonaro sarebbe significata, inoltre, un abisso dal quale non avremmo potuto conoscere la via di ritorno. Con la maggioranza al Senato e alla Camera dei Deputati, Flavio avrebbe avuto la tranquillità necessaria per nominare giudici alla Corte Suprema Federale, con almeno quattro nomine da effettuare a causa del pensionamento degli attuali giudici, che, sommate alle due nomine fatte da suo padre, gli avrebbero garantito la maggioranza alla Corte Suprema. Al termine del primo turno, in testa alle preferenze e con l’arroganza e la sicurezza che solo un playboy che non capisce nulla del Brasile potrebbe avere, Flavio ha iniziato ad annunciare cambiamenti e modifiche alla Costituzione brasiliana, il che ha contribuito ulteriormente alle mobilitazioni contro il suo governo.
Prospettive per il futuro
Il futuro ha iniziato a prendere forma già durante il periodo elettorale. Al centro di tutto si trova da un lato la storica vittoria che ha posto fine al regime di lavoro 6×1 (la prima riduzione dell’orario di lavoro dal 1988) [legge che riduce la settimana lavorativa da 44 a 40 ore, con l’effetto di accorciarla da sei a cinque giorni, a parità di stipendio, NdT] e dall’altro una campagna orientata al divieto delle scommesse presso le agenzie Bets, all’amnistia per i piccoli imprenditori indebitati al sostegno al credito, al trasporto pubblico gratuito nei fine settimana e al sostegno finanziario per gli studenti universitari per tutta la durata del governo. In questo senso, è emerso che la risposta all’avanzata dell’estrema destra non debba limitarsi alla difesa istituzionale del «male minore», ma possa anche essere costruita a partire dalle rivendicazioni materiali, dalle lotte sociali e dal recupero di un linguaggio di classe in grado di contendere alla destra l’interpretazione del malessere popolare. La grande incognita è, secondo le parole di Miguel Urbán Crespo [giornalista ed ex eurodeputato del gruppo Left, NdT], se questa energia sociale che ha permesso a Lula di vincere le elezioni potrà proseguire oltre la campagna elettorale. Se sarà in grado di dare un impulso, a partire dalla base, alle trasformazioni che le alleanze parlamentari e i poteri economici cercheranno di fermare. Infatti, la vittoria di Lula può aver frenato il ritorno del bolsonarismo al governo, ma non ha risolto le contraddizioni sociali e politiche che ne spiegano la forza. Tanto meno ha smantellato le strutture economiche, religiose, mediatiche e istituzionali che hanno permesso all’estrema destra di consolidarsi come progetto politico a lungo termine.
I fascisti dispongono ancora di enormi riserve di potere: dispongono della forza delle loro cariche istituzionali in migliaia di comuni, dell’influenza quasi totale delle chiese neopentecostali, che garantisce loro una base di massa, della maggioranza più ampia alla Camera dei deputati e al Senato, di una base radicalizzata e mobilitata e, ovviamente, delle Big Tech e del presidente degli Stati Uniti. Da parte sua, la destra «tradizionale» chiede all’unisono che Lula promuova tagli alla «spesa», che in genere significano tagli ai programmi sociali e alle politiche di sviluppo economico. Di fronte a ciò, tutto quello che è stato fatto in questo secondo turno deve essere sviluppato e potenziato. Il futuro dipenderà essenzialmente da due fattori: 1) dalla capacità di iniziativa e dall’audacia del governo Lula e, 2) dal mantenimento della volontà di lotta popolare. Le strade devono ribollire e dare slancio al governo Lula. Con grande disappunto dei fascisti e delle Big Tech, gli algoritmi non governano le strade del Brasile. Queste appartengono al popolo, quando il popolo si mobilita.