Nelle ultime settimane, migliaia di studentesse, studenti, professoresse e professori hanno organizzato proteste nei college di tutti gli Stati Uniti contro la violenza maschile che dilaga nelle università. Le proteste sono state innescate dalla causa civile intentata, il 14 settembre 2026, da un’ex studentessa della Cornell University – nota con lo pseudonimo di Jane Doe – contro l’università, sette studenti appartenenti alla confraternita Chi-Phi e la confraternita stessa. L’accusa riguarda uno stupro di gruppo avvenuto due anni fa dopo che la vittima era stata resa incosciente tramite alcol e ketamina, ma anche la negligenza dell’università e della procura nel perseguire il caso. La prima, infatti, ha espulso solo due dei sette imputati, assegnando agli altri temi per riflettere sui fatti. La seconda non ne ha incriminato nessuno.
Quando il caso è divenuto noto, studenti, docenti e personale della Cornell hanno organizzato la protesta Justice for Survivors, un’assemblea pubblica, un boicottaggio economico esteso a tutto il campus e un sit-in di sette ore, facendo di questo caso l’occasione per denunciare la cultura della violenza e dello stupro che attraversa i campus americani. E, infatti, la scorsa settimana una ragazza di 19 anni ha fatto causa all’organizzazione nazionale di Alpha Delta Phi e alla sua sezione presso la University of Chicago, sostenendo di essere stata violentata durante una festa della confraternita dopo anni di denunce di violenza sessuale rimaste senza seguito. Negli stessi giorni la University of Arizona ha sospeso la confraternita Sigma Phi Epsilon dopo che una studentessa ha denunciato di essere stata violentata da due dei suoi membri.
Le “Jane Doe” di Cornell, dell’University of Chicago e dell’Arizona University sono solo alcune delle oltre 45.000 giovani donne che, secondo i dati federali, hanno denunciato al proprio college o università di aver subito uno stupro o un’aggressione sessuale tra il 2019 e il 2024. Il dato – già di per sé agghiacciante – sottostima però ampiamente il fenomeno, poiché molti episodi di stupro o di molestie non vengono denunciati. Del resto, come ha dimostrato lo stesso caso di Cornell, gli atenei considerano la violenza sessuale prevalentemente come un problema di reputazione e quindi di introiti. Per questo rinunciano spesso a prendere sul serio le denunce, contribuendo a rendere la violenza una normalità per le donne nell’accademia: sottopongono le ragazze a interrogatori ben più invasivi di quelli riservati ai ragazzi accusati e non danno seguito alle indagini previste dal Title IX, la legge federale che vieta le discriminazioni basate sul sesso nei programmi educativi finanziati dal governo federale e che dovrebbe costituire il riferimento normativo per la gestione delle segnalazioni di violenza e molestie sessuali negli atenei.
Di fronte alle proteste che hanno attraversato tutti gli Stati Uniti e all’ampio dibattito che ne è seguito, Michael Kotlikoff, presidente della Cornell University, ha dovuto riconoscere l’inappropriata gestione del caso da parte dell’università impegnandosi ad aggiungere un case manager all’Office of Civil Rights per assistere chi segnala molestie, e a collaborare con la polizia dello Stato di New York perché i suoi investigatori, indipendenti dall’ateneo, possano indagare sulle denunce. La misura più sbandierata è stata la sospensione delle feste nelle confraternite maschili per tutto il resto dell’anno accademico: una misura non solo insufficiente ma che pretende di risolvere il problema in chiave meramente repressiva. Se, infatti, le feste nelle confraternite – le uniche dove è possibile servire alcol – sono i contesti dove più spesso le studentesse subiscono violenze sessuali nei campus, l’abitudine a considerare i corpi delle donne come pienamente disponibili viene alimentata a un più ampio livello sociale, politico e istituzionale, che difficilmente può essere combattuto limitandosi all’approccio punitivista «zero tolerance» rivendicato da Kotlikoff.
La pervasività del problema è stata mostrata – più ancora che dai numeri, dalle percentuali e dalle statistiche – dalla presa di parola da parte di centinaia di studentesse, ex studentesse, dottorande, ricercatrici e professoresse. Il caso di “Jane Doe” ha infatti portato moltissime donne a denunciare pubblicamente – nei campus, nelle piazze e sui social media – le violenze subite e silenziate dalle istituzioni, le minacce ricevute, i fondi di ricerca sottratti, i report messi da parte, le lettere di raccomandazione negate, la permanenza negli stessi dormitori in cui risiedevano i responsabili del proprio stupro, le posizioni e le borse di studio abbandonate non da chi ha commesso violenza ma da chi l’ha subita. I loro post, i loro video, i loro interventi nelle manifestazioni e nei presidi rendono evidenti le responsabilità delle università, degli uffici amministrativi, della polizia, dei tribunali nel coprire e riprodurre la cultura della violenza patriarcale.
Il dibattito pubblico suscitato dal caso di Jane Doe si è tuttavia concentrato quasi esclusivamente sui campus e sul virilismo violento che il cameratismo delle confraternite maschili alimenta, lasciando in ombra il loro legame con la cultura della violenza patriarcale che attraversa e informa l’intera società americana e che l’amministrazione Trump sta cercando di rinforzare, dentro e fuori le università. Il Department of Education ha infatti oscurato i dati relativi alle segnalazioni di molestie o bullismo basati sull’identità di genere all’interno dell’indagine federale sui diritti civili nelle scuole, e lo ha fatto sulla base dell’ordine esecutivo firmato da Trump nel gennaio 2025, intitolato “Defending Women from Gender Ideology Extremism and Restoring Biological Truth to the Federal Government”.
In questo quadro, mentre il Title IX è stato usato molto poco dalle università per gestire i casi di violenza maschile, l’amministrazione se ne è servita per aprire decine di indagini sulle politiche di genere nei campus, cancellando le protezioni nelle procedure di ammissione degli studenti trans, eliminando opportunità per le atlete trans di partecipare agli sport femminili, rimuovendo i bagni gender neutral parallelamente al complessivo definanziamento, ridimensionamento e spesso alla chiusura dei dipartimenti di women ogender studies.
Le misure patriarcali implementate nei campus universitari riflettono però un più ampio attacco condotto dall’amministrazione Trump alla libertà delle donne e delle persone lgbtq. La bozza di riforma del Child Care and Development Fund, ad esempio, vorrebbe introdurre il requisito del matrimonio e dell’occupazione di solo uno dei due coniugi per almeno 35 ore a settimana al fine di avere accesso ai sussidi per pagare l’assistenza all’infanzia, attingendo allo stesso fondo che finanzia i servizi attualmente usati dai genitori – e soprattutto dalle madri – single. La misura impone la famiglia tradizionale – dove spesso si consuma la violenza maschile – come tramite per beneficiare dei sussidi, cerca di respingere le donne in casa e vincolarle al lavoro domestico, riducendo i fondi destinati alle madri sole occupate, spesso nere o appartenenti ad altre minoranze etniche.
Questo non è, del resto, l’unico modo in cui si esprime il razzismo patriarcale dell’amministrazione Trump. Le donne migranti sono quelle più colpite dalle sue politiche, che hanno contribuito ad aumentare la violenza domestica, lasciandola impunita. Per paura di essere segnalate all’ICE, molte di loro hanno infatti smesso di rivolgersi alle istituzioni che dovrebbero proteggerle dagli abusi. Per le migranti senza documenti, chiamare il 911 è sempre stato difficile. Esistevano però forme di tutela, sostenute a lungo da coalizioni bipartisan al Congresso, come il Violence Against Women Act, la legge contro la violenza sulle donne che offriva alle migranti vittime di violenza domestica o di altri reati gravi un percorso verso la regolarizzazione.
Fin dal primo giorno del suo mandato, Trump ha colpito questo sistema, revocando le linee guida che in larga misura impedivano all’ICE di effettuare arresti nei cosiddetti “luoghi sensibili”, come i centri antiviolenza e gli ospedali, ed eliminando le tutele riservate alle migranti vittime di violenza. Dal 2025 anche i tribunali specializzati in violenza domestica sono diventati bersaglio dell’ICE, e molte donne hanno di conseguenza rinunciato a ricorrervi. Coloro che vengono arrestate e trasferite nei centri di detenzione in attesa dell’espulsione, inoltre, subiscono spesso violenze da parte degli stessi agenti, che in molti casi le costringono a subirle in cambio della possibilità di rivedere i figli, detenuti in altre aree del centro. Molte delle detenute nei centri vengono lasciate sole durante la gravidanza e private di assistenza dopo gli aborti spontanei, gli unici visti di buon occhio dall’amministrazione Trump.
Quello che le migranti subiscono in forma estrema si inserisce del resto in un contesto in cui l’autodeterminazione di tutte le donne viene sempre più messa in discussione, in particolare dopo la sentenza della Corte Suprema Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization del 2022. Nonostante gli antiabortisti abbiano da allora dovuto rinunciare all’obiettivo di ottenere un national ban per l’aborto di fronte all’evidente impopolarità della misura anche in stati con solide maggioranze repubblicane, oggi in tredici stati l’aborto rimane vietato senza eccezioni nemmeno per stupro o incesto. Lì le donne che vogliono abortire, se possono permetterselo, sono costrette a viaggiare negli stati in cui è legale o a ricorrere alla telemedicina, in cui i medici possono prescrivere pillole spedite per posta sotto la salvaguardia delle shield laws che proteggono non solo loro, ma anche le pazienti e chi le aiuta, dalle azioni giudiziarie condotte dagli stati in cui l’aborto è vietato.
Sono molte le reti autorganizzate e autofinanziate – alcune clandestine, altre no – che cercano di combattere gli effetti sociali del divieto d’aborto fornendo gratuitamente farmaci abortivi a decine di migliaia di donne, tra cui minorenni, migranti prive di documenti e donne incinte oltre il primo trimestre, che faticano ad accedere alle cure attraverso i canali ufficiali. Negli ultimi anni, soprattutto in Texas ma non solo, migliaia di donne prive di risorse economiche e spesso di documenti si stanno rivolgendo a reti femministe messicane – come il Centro Las libres e Red Necesito Abortar – che offrono informazioni e accompagnamento alle donne che interrompono la gravidanza a casa e inviano gratuitamente misoprostolo e mifepristone, i due farmaci usati per la procedura.
Sebbene le donne implicate in queste reti e quelle che vi ricorrono siano tantissime, nell’attuale campagna elettorale verso le elezioni di midterm l’aborto non è più al centro del dibattito politico, messo da parte dal più acceso scontro attorno all’inflazione, al costo della vita, alle deportazioni dei migranti e alla guerra in Iran. Nondimeno, non solo esso continua a orientare gli esiti di alcune elezioni a livello statale, e in particolare in quelle per le corti supreme degli Stati, come in Wisconsin, Georgia e in California, ma nelle elezioni di novembre, gli elettori di tre stati (Idaho, Nevada e Virginia) si esprimeranno su quesiti referendari volti a tutelare il diritto all’aborto, mentre in Missouri si voterà una misura antiabortista che annullerebbe il diritto alla libertà riproduttiva stabilito in precedenza da un referendum statale.
È evidente che la voce delle donne, delle persone lgbtq e l’organizzazione femminista sono oggi, nell’America di Trump, più che mai fondamentali. La risposta in massa allo stupro di gruppo di “Jane Doe” a Cornell, le centinaia di denunce pubbliche e legali che hanno fatto seguito, mettendo in luce la dimensione sistemica della violenza maschile nei campus, è stata cruciale. Ma dietro gli steccati più o meno prestigiosi delle università c’è una società in cui la violenza è lo strumento più diffuso per rimuovere brutalmente la “minaccia” rappresentata dai migranti – come Oscar Belgal, dominicano colpito da 7 colpi d’arma da fuoco l’8 ottobre nel Bronx e Joan Sebastian Guerrero, colombiano ucciso il 26 luglio nel Maine – o dalle donne, come Blake Miley, picchiata il 12 ottobre da un gruppo di uomini durante un comizio di Trump perché indossava una maglietta con scritto “Release the Epstein files”. Contro questa società, in cui il patriarcato e il razzismo continuano ad agire nella riorganizzazione della riproduzione sociale e dello sfruttamento e in cui il ricorso alla “verità biologica” è necessario a reimporre gerarchie non più rispettate, la lotta femminista e antirazzista delle studentesse, delle lavoratrici, delle persone lgbtq, delle migranti è essenziale per costruire una potenza sociale capace di rovesciare le politiche trumpiane e i presupposti politici che le sorreggono.