giovedì , 26 Novembre 2020

Una Convention senza movimenti. Contro Trump! Ma chi si voterà a Joe Biden?

di FELICE MOMETTI

Resilienza, performatività e video-marketing. Così si potrebbero velocemente riassumere i quattro giorni della Convention del Partito Democratico che ha ufficialmente nominato Joe Biden candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Una Convention virtuale, a causa della pandemia, che però dal punto di vista della costruzione del consenso elettorale ha individuato alcune possibili linee evolutive della comunicazione politica sui media mainstream. Innanzitutto, l’ibridazione del mezzo televisivo con strategie comunicative da social network: brevi video storytellig tra l’emozionale e l’evocativo, bias cognitivi continuamente rinforzati. La politica non è conflitto sociale, ma costruzione di un immaginario collettivo che vede la società come somma aritmetica di generi, etnie, movimenti, stili di vita, orientamento sessuale, condizioni esistenziali, professioni da equilibrare e mediare all’interno delle istituzioni. In altre parole, la politica come amministrazione della società.

Una transizione senza trasformazione

Spesso si è detto e ripetuto che con la gestione della pandemia, tra il disastroso e il criminale, da parte di Trump, con l’esplosione di un movimento sociale, che su alcuni aspetti è andato oltre la lotta al razzismo istituzionale, e con una crisi economica che ha accorciato sensibilmente le catene globali del valore, niente sarà come prima. Lo scenario è radicalmente mutato. Fino a sei mesi fa l’intero establishment democratico era orientato a eleggere un presidente che facesse da tramite per ristabilire un ordine nei rapporti tra istituzioni e apparati dello stato – dopo le tensioni e gli scontri avvenuti durante la presidenza Trump – ritornando al soft power della presidenza Obama; oggi questo non è più possibile. Bisogna essere resilienti. Un aggettivo molto usato nei quattro giorni della Convention, ma che ha trovato la sua collocazione più efficace nei discorsi di Michelle e Barak Obama. Come si fa ad assorbire gli urti di un grande movimento sociale e l’emergenza di una pandemia che ha mostrato un sistema sanitario non solo profondamente disuguale, ma che produce disuguaglianze? Si tratta di cedere formalmente sul terreno della narrazione politica senza intaccare i sistemi decisionali e le gerarchie del partito e delle istituzioni. Senza mettere in discussione gli assetti del potere. E allora alla Convention c’è posto sia per il fratello di George Floyd che per il capo della polizia di Houston. Per la madre di Eric Garner, ucciso dalla polizia a New York, e per il veterano “esportatore di democrazia” in Afghanistan. Per il multimiliardario Mike Bloomberg che attacca Trump in quanto non vero capitalista e per l’operaio della Ford. C’è posto anche per il guerrafondaio John Kasich, ex governatore repubblicano dell’Ohio, nonché deputato repubblicano alla Camera dei Rappresentanti per più di una decina di mandati. Hillary Clinton e Nancy Pelosi intervengono subito dopo le immagini sulle lotte donne negli ultimi anni. Come a dire che si può al massimo aspirare a un femminismo liberale. L’imperativo però è cacciare Trump. Sembra che questa sia la condizione necessaria ma anche sufficiente per iniziare una transizione che tuttavia rimane sempre sullo sfondo. Per sconfiggere Trump bisogna coprire una superficie elettorale che va dai repubblicani delusi a Black Lives Matter e questo è possibile con la resilienza. Michelle Obama fa un appello a essere una “comunità empatica e resiliente”. Barak Obama parla dal luogo iconico del Museo della rivoluzione americana di Filadelfia per richiamare i fondamenti politici e storici delle istituzioni e del partito sottolineando la “resilienza” di Joe Biden.

È la performance, bellezza!

Essere performativi nei discorsi, usando anche la postura e la gestualità, in modo da produrre atti linguistici che quantomeno invitino all’azione, cioè al voto. In una Convention virtuale senza pubblico e delegati, in una Milwaukee spettrale, la performatività mediatica – da attivare in tempi contingentati – è diventata l’ossessione degli oratori designati. Bernie Sanders ed Elisabeth Warren non hanno certo scaldato i cuori. Sono alla fine della loro carriera di politici di primo piano ed hanno mancato anche l’occasione di entrare in sintonia con il movimento di Black Lives Matter. Bernie Sanders ripropone per l’ennesima volta lo schema dei suoi comizi da quattro anni a questa parte. Ormai sbiadito l’alone del “rivoluzionario politico” si attesta a dignitoso sindacalista di diritti dei cittadini. Elisabeth Warren si è limitata a sostenere Biden come argine all’ignoranza e incompetenza di Trump. Non una parola sull’introduzione di una tassa sui grandi patrimoni e sul controllo delle dimensioni e delle azioni delle multinazionali, temi al centro delle sue campagne politiche. Nancy Pelosi e Kamala Harris fanno una selezione chirurgica degli argomenti per far dimenticare l’una i molteplici compromessi con i repubblicani e la pessima gestione della richiesta di impeachment di Trump e l’altra le sue continue oscillazioni politiche e l’impronta securitaria assunta come Procuratrice prima di San Francisco e poi della California. Entrambe si affidano a una narrazione emozionale con immagini che mescolano vita privata e vita politica con lo scopo di dimostrare che è possibile rompere il “soffitto di cristallo” che impedisce la parità tra uomini e donne. In 90 secondi Alexandria Ocasio-Cortez cerca di alzare la posta della sinistra interna per non farsi fagocitare in una campagna solo contro Trump, dando indicazione di Sanders come candidato alla presidenza. Con un fondale patriottico di quattro bandiere americane e un primo piano fisso, Ocasio-Cortez punta tutto sull’espressività del viso mentre elenca una serie di obiettivi per cui vale la pena lottare. Dai sei gruppi di lavoro per il programma, istituiti a fine aprile in modo congiunto da Biden e Sanders, la sinistra non ha ottenuto nulla di significativo e la Convention è un luogo importante per chi pensa sia possibile incalzare da sinistra il ticket Biden-Harris. Ma è ancora Barak Obama il deus ex machina della strategia politica dei democratici. Con un discorso studiato anche nelle pause ha rivendicato una linea di continuità storico-politica dalla Costituzione americana, alla stagione dei diritti civili negli anni ’60, fino ad arrivare a Black Lives Matter. Trump essendo un ostacolo di questa continuità è anche un ostacolo per la democrazia. Tuttavia, anche se in gran parte, la Convention non è tutta performance. Ci sono sempre, in secondo piano, i quadretti di famiglie felici nonostante le disgrazie, i siparietti conviviali e un indecente uso elettorale di bambini e pre-adolescenti. Gli intermezzi musicali che guardano ai giovani sono assegnati ad artisti che esprimono dubbi ma non contestano il sistema. In quattro giorni non appare un solo rapper o un trapper e cioè la musica ascoltata dalla quasi totalità dei giovani afroamericani e da una quota consistente di giovani bianchi.

Il Deep Party

Un conto è il partito rappresentato nello spettacolo della Convention, un altro conto è il partito radicato nel potere economico e finanziario, nei super Pac (Political Action Committee) che raccolgono e spendono centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale. Questo partito non appare nelle Convention, frequenta i centri del potere reale e ha l’ultima parola sulle parti che contano del programma elettorale. Delle 91 pagine della piattaforma elettorale 2020 quelle che contano sono poco più di una ventina e quasi tutte concentrate nel capitolo «Rinnovare la leadership americana». Il resto sono affermazioni generiche sul mondo del lavoro, sul cambiamento climatico, sul razzismo, sui diritti delle donne, dei nativi, delle persone Lgbtq. L’antidemocratico sistema elettorale non è messo in discussione. Si propone che Washington, feudo democratico, diventi il 51 stato degli Stati Uniti in modo che elegga due senatori nella speranza che alterino i rapporti numerici nel Senato. Una proposta di piccolo cabotaggio, se non una vera e propria furbata. Si ribadisce che il sistema sanitario non può andare oltre la concorrenza tra pubblico e privato. Al Make America Great Again di Trump si risponde con il Renewing American Leadership. Trump invece di promuovere gli interessi e i valori americani in un mondo più competitivo si è ritirato, permettendo agli avversari di riempire il vuoto. Ha attaccato gli apparati dello Stato, svuotato la diplomazia americana, disatteso gli impegni internazionali, indebolito le alleanze e offuscato la credibilità degli Stati Uniti. È necessario rinnovare e reinventare le alleanze e le istituzioni internazionali riorganizzando la diplomazia, aggiornando le tecnologie e i mezzi in modo che le forze armate americane non abbiano pari nel mondo. La difesa degli interessi americani nel mondo diventa lo strumento per soddisfare i bisogni della classe media americana. Dove per classe media si intendono anche i lavoratori. La misura della sicurezza americana non è quanto si spende per la difesa, ma come si spende, Bisogna riequilibrare gli investimenti, l’efficienza e competitività della base industriale, finanziaria e logistica della difesa. In altri termini: basta con iniziative estemporanee, contraddittorie se non pericolose, è venuto il momento di fare sul serio.

Un candidato dimezzato

A Joe Biden non manca solo il carisma. In caso di elezione sarà quasi sicuramente un Presidente di un solo mandato. Lo si è visto nel discorso conclusivo della Convention. Ha svolto il proprio compito attaccando Trump senza esagerare. Ha dato fondo alla retorica del We the People, ha parlato genericamente di investimenti infrastrutturali e di giustizia ambientale. Ha assicurato che sarà il Presidente di tutti gli americani e che episodi come la morte di George Floyd non si devono ripetere. Non è mancato l’aspetto biografico e le disgrazie che lo hanno colpito: la morte della prima moglie e di una figlia e di un figlio. Disgrazie che ha superato così come un’America unita deve superare questo periodo oscuro. I calcoli dell’establishment democratico non sono difficili: se l’elettorato afroamericano vota in massa e continua lo scollamento del fronte repubblicano, la vittoria è certa. Il discorso di Biden è stato calibrato su questi calcoli politici. In caso di vittoria di Biden saranno decisivi la composizione e il livello dell’Amministrazione che lo affiancherà per riempire di strategia politica e contenuti sociali la transizione più volte evocata. Manca qualcosa più di due mesi alle elezioni. Un tempo lunghissimo in una società sferzata dal Covid-19 e con un movimento sociale che ha ancora molte potenzialità se non viene assorbito dalla scadenza elettorale.

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