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Al di fuori dei vincoli del capitale

di PAOLA RUDAN

Una versione breve di questa recensione è stata pubblicata su «Il Manifesto» del 18 maggio 2018.

Un nesso storico e politico lega il weberiano «disincantamento del mondo» e la violenza contro le donne. La diffusione e intensificazione di questa violenza può essere considerata la leva di un processo di riorganizzazione dei rapporti sociali capitalistici su scala globale, la pratica che fa brutalmente strada al dominio della tecnica e della razionalizzazione del lavoro che il sociologo tedesco riconosceva, nella prima metà del Novecento, come cifra del capitalismo e della sua organizzazione politica nello Stato. A fronte di questo processo, la sfida di Reincantare il mondo, di pensare insieme femminismo e politica dei commons è ciò che muove la riflessione di Silvia Federici nella recente raccolta di saggi curata da Anna Curcio (Verona, ombre corte, 2018, 19 €). Come già quelli contenuti in Il punto zero della rivoluzione, si tratta di materiali che occupano un vasto arco temporale (dal 1990 al 2017) ma che devono essere letti con uno sguardo al presente, alle dinamiche che strutturano l’ordine neoliberale e alla sollevazione globale delle donne che lo sta investendo al grido di Ni una menos.

Per opporsi alla logica del capitalismo è necessario, per Federici, dare voce ai commons intesi come espressione di una «logica alternativa», come pratiche di cooperazione e autogoverno che prefigurano la possibilità di sottrarsi al suo dominio. I saggi raccolti nella prima parte del volume rispondono quindi all’esigenza di comprendere i processi costitutivi del presente cogliendo il nesso tra accumulazione originaria e riproduzione. A Federici non interessa ritornare sul processo storico avvenuto all’alba del capitalismo, di cui Marx discute nel primo libro del Capitale, ma affermare che esso si riattiva nelle fasi di ristrutturazione capitalistica. Per lei non si tratta semplicemente della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione, ma di un «attacco concertato ai mezzi di riproduzione più basilari». Questo attacco ha assunto forme diverse su scala planetaria – piani di aggiustamento strutturale, smantellamento del welfare, debito e finanziarizzazione della riproduzione, guerra ‒ che tuttavia sono strettamente legate tra loro in quanto producono una totale interdipendenza economica, minando alla radice l’autosufficienza delle aree sulle quali intervengono. L’analisi della «crisi del debito» in Africa, delle politiche di austerità imposte dal Fondo Monetario Internazionale prima e dalla Banca Mondiale poi, la lettura della rivolta di piazza Tienanmen mostrano che la rottura del «patto sociale» fordista negli Stati Uniti ‒ riduzione dei salari e tagli al welfare ‒ è andata di pari passo con la fine del «patto di classe» nei paesi socialisti ‒ aumento della dipendenza dei lavoratori dal salario attraverso l’abbattimento delle garanzie sociali ‒ e l’intensificazione delle Nuove recinzioni (1990) nel Sud del mondo, ovvero la privatizzazione della terra e la distruzione delle basi comunitarie della sopravvivenza. Nel lungo processo di affermazione dell’ordine neoliberale ‒ inaugurato dalla crisi petrolifera del 1973 e imposto in Cile con la forza della dittatura militare ‒ le nuove recinzioni sono dunque per Federici la chiave di volta per comprendere la globalizzazione capitalistica.

Pur assumendo forme diverse e pur manifestandosi su scala planetaria, questo processo di enclosure può essere osservato con maggiore nitidezza là dove l’uso comunitario della terra ha continuato a esercitare una resistenza alla ristrutturazione capitalistica. Secondo Federici, l’attualità dell’accumulazione originaria si mostra in tutta la sua brutalità in Africa, dove tra il 1991 e il 2001 ‒ soprattutto in Ghana, Congo, Zambia, Tanzania e Sudafrica ‒ ventimila persone, per la maggior parte donne anziane, ma anche uomini e bambini, sono state uccise come «streghe» affinché la privatizzazione della terra potesse avere luogo. Questa «caccia alle streghe» contemporanea ‒ una replica brutale dello sterminio delle donne di cui Europa e America sono state il teatro tra il XVI e XVII secolo, cui Federici ha dedicato il suo Calibano e la strega (2004) ‒ mostra che l’espansione globale del capitalismo e la riorganizzazione dei rapporti proprietari richiede di spezzare i legami di solidarietà comunitaria che permettono di sopravvivere al di fuori dei vincoli del capitale. Le donne sono maggiormente colpite dalla violenza della globalizzazione perché sono le principali garanti di quella solidarietà e perché, con il loro lavoro, sono le prime responsabili della riproduzione della comunità. In questo modo, la violenza contro le donne si configura come «conseguenza e strumento dei rapporti capitalistici». Essa consente di spazzare via l’«idea non commerciale della ricchezza e della sicurezza economica» che si esprime nell’«economia politica di sussistenza», mentre fa strada a rapporti patriarcali mediati dal denaro. Come all’alba del capitalismo l’accumulazione originaria ha reso naturale e invisibile il lavoro riproduttivo delle donne ‒ trasformandolo nell’infrastruttura patriarcale della produzione di ricchezza, sottomettendolo al comando del salario maschile e normalizzando la violenza come pratica di subordinazione ‒ così oggi l’espropriazione della terra obbliga le donne africane a lavorare per i mariti nell’agricoltura orientata al mercato. Il patriarcalismo comunitario – descritto in termini che richiamano quelli usati da Rita Segato, ovvero come un «patriarcalismo a bassa intensità» che si contrappone a quello «ad alta intensità» imposto dalla modernità coloniale – è la leva su cui il capitale agisce per accelerare le nuove recinzioni. I programmi di privatizzazione di Fondo Monetario e Banca Mondiale, con la loro promessa di risarcimenti monetari per la vendita della terra o per l’integrazione della produzione agricola nel mercato internazionale, hanno attratto le nuove generazioni, fomentando la loro insofferenza per l’impoverimento e l’assenza di prospettiva che lo stesso capitale impone. Per appropriarsi della terra e cederla alle compagnie agrarie e minerarie, i giovani maschi africani diventano la mano armata della nuova caccia alle streghe: «sterile» è la terra che non è valorizzata sul mercato, «sterile» la donna che non si piega al suo dominio e che, per questo, va eliminata.

Per Federici, il riconoscimento di un’organizzazione patriarcale dei rapporti comunitari non deve e non può essere utilizzato per legittimare la privatizzazione delle risorse comunitarie. Vanno in altri termini riconosciuti i limiti di quei movimenti femministi che in Africa ‒ a partire dagli anni ’90 ‒ hanno sostenuto riforme agrarie orientate a garantire alle donne la proprietà individuale della terra. Queste riforme – non diversamente dalle politiche di microcredito ‒ avrebbero l’effetto di minare alle fondamenta le relazioni comunitarie, che devono essere invece salvaguardate sostenendo un accesso comune ed egualitario alle risorse. In questa direzione, i commons diventano una prospettiva politica praticabile perché già praticata, in primo luogo proprio dalle donne che resistono a espropri e privatizzazioni, non solo in Africa, ma in ogni parte del mondo. Dalle esperienze messe in campo su piccola scala e su base ideologica dai socialisti utopisti nel XIX secolo alle recenti e molteplici forme di commoning obbligate dalla necessità ‒ gli orti urbani in Africa e nelle grandi metropoli, le cucine di quartiere organizzate dalle donne per rispondere alla crisi in Cile nel 1973, in Argentina nel 2001 o in Grecia nel 2008, le tent cities sulle due coste nordamericane e gli accampamenti che hanno sostenuto le mobilitazioni degli Indignados, Occupy e le primavere arabe ‒ Federici stabilisce una linea di continuità politica data dalla creazione di un interesse collettivo e di legami mutualistici a partire dalla condivisione dei mezzi materiali della riproduzione. Così concepiti, i commons permetterebbero di estendere l’analisi e l’iniziativa politica al di fuori della dicotomia tra personale e politico, tra pubblico e privato e, soprattutto, al di fuori dei confini della lotta salariale. I commons non sono una condizione data ma una pratica collettiva, un modo di produzione di rapporti sociali e soggettività politica svincolato dalla logica del capitale.

La prospettiva femminista proposta da Federici è ciò che permette una politicizzazione della riproduzione e della «vita quotidiana» attraverso la costruzione delle basi materiali comunitarie per resistere allo sfruttamento e sottrarsi alla presa del mercato e dello Stato. Nelle sue intenzioni, i commons non si basano sull’affermazione di una presunta «identità femminile» costruita a partire dalla naturalizzazione delle funzioni riproduttive, ma sul riconoscimento del potere sociale che le pratiche della riproduzione conferiscono alle donne. Eppure, affermando che il «produrre cibo ed esseri umani» è ciò che permette di comprendere più profondamente «i limiti naturali del nostro operare», Federici schiaccia la soggettività delle donne in una «simbiosi» con la natura che in definitiva ben si adatta alla più classica divisione sessuale del lavoro messa a valore nel capitalismo. La comunità ‒ senza la quale, per Federici, i commons non possono sussistere ‒ sarebbe di conseguenza la via d’uscita non solo dalla società globale del capitale, ma anche dal patriarcato che del capitale, in ultima istanza, sembrerebbe nient’altro che un effetto secondario.

Questa prospettiva dovrebbe essere messa alla prova dell’esperienza e delle pretese soggettive di milioni di donne che, in ogni parte del mondo, rifiutano di essere incatenate alla comunità e alle sue gerarchie sessuali e che sono disposte, per conquistare la libertà, a mettere a rischio la propria vita per attraversare i confini. Tuttavia, delle migrazioni Federici non sottolinea la pretesa di libertà, interpretandole piuttosto come un «movimento demografico» indotto dalle nuove recinzioni, la reazione a un impoverimento imposto dal capitale al quale i commons comunitari dovrebbero invece offrire una soluzione. Benché siano, per lei, una pratica politica orientata verso il futuro, con questi commons comunitari ritorna costantemente il segno di utopie passate, nelle quali il reincantamento del mondo coincide con la sua «re-ruralizzazione», nel timore più o meno consapevole che lontano dalla terra si perda necessariamente anche il rapporto con la natura, con il corpo e con gli altri.

Non stupisce, allora, che Federici indichi la necessità di andare oltre Marx, che pure lei ritiene un imprescindibile punto di partenza. Nella sua lettura, Marx appare l’autore delle peggiori ricette per l’avvenire, il fautore di un determinismo sviluppista che prescrive il capitalismo come via maestra per il comunismo, colui che relega certe condizioni di violenza alla sola origine del modo di produzione capitalistico, il sostenitore di una concezione puramente strumentale dello Stato e della tecnica che, da mezzi del capitale, potrebbero essere piegati alla liberazione proletaria. Questa lettura è certamente discutibile, ma non può essere discussa in questa sede. Se tuttavia, come Federici afferma, proprio le categorie di Marx permettono di comprendere il rapporto tra produzione e riproduzione della forza lavoro ‒ mostrando dunque la centralità del lavoro riproduttivo delle donne per il capitale ‒, bisognerebbe allora chiedersi che rapporto c’è tra la riproduzione dei commons e quella del capitale. Quanto, in altri termini, queste strategie di sopravvivenza indipendenti dal salario non siano anche ciò che ne permette la continua compressione e quanto, soprattutto, l’identificazione delle donne con le attività necessarie alla sopravvivenza in modo più o meno inavvertito sostenga le gerarchie sessuali che il capitale, nel suo incontro con il patriarcato, produce e riproduce.

Federici non ignora simili questioni, che tuttavia sembrano risolversi nell’idea che i commons esistano da sempre al di fuori dal rapporto di capitale e che possano di conseguenza essere la memoria e la realtà che permette la resistenza all’intensificazione del suo potere. Essi sarebbero così l’alternativa che rende possibile una soggettivazione cooperativa, solidale ed egualitaria. Una concezione, questa, che esplicitamente si ispira al «femminismo popolare» argentino, il fulcro potente del movimento contro la violenza maschile che si è diffuso al grido di Ni una Menos. Parlando di questo movimento nell’introduzione al volume, tuttavia, Federici non fa menzione dello sciopero globale delle donne, della pratica politica che ha spinto il femminismo oltre i confini della comunità e che ha trasformato sacche locali di resistenza in connessioni globali tra soggetti che vivono condizioni radicalmente diverse e distanti, ma sono legati dal rifiuto comune di oppressione e sfruttamento. Non dalla semplice invocazione o pratica quotidiana della sopravvivenza, ma dalla pretesa incontenibile di una vita non riducibile ad alcuna miseria presente.

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