giovedì , 19 Settembre 2019
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Grentry. Il dominio della finanza in Europa e la sua crisi

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Greek – sul sito di Nomadic Universality

Il dato tecnico è semplice: le cosiddette «istituzioni» (il nuovo nome della Troika ottenuto dal governo greco) hanno molto di più da perdere che non la Grecia. Nei quotidiani economici più importanti questa verità è ormai affermata non solo tra le righe: in caso di default greco, e ancor di più di Grexit, a rimetterci maggiormente sarebbero i paesi più esposti nei confronti della Grecia, in particolare Francia e Germania, e gli altri creditori. In modo impietoso Wolfgang Munchau ha recentemente scritto che, se questa circostanza si verificasse, Angela Merkel e Francois Hollande «passerebbero alla storia come i più grandi perdenti finanziari». Il meccanismo di stabilità europeo (ESM) è sì una gabbia per i paesi che ricevono e contraggono debiti, ma è anche un dispositivo attraverso il quale il problema dell’esigibilità dei crediti maturati si riversa inevitabilmente sui paesi creditori. Il fallimento dei primi è un problema finanziario anche e soprattutto per i secondi. L’articolo è stato pubblicato sul «Financial Times» e tradotto dal «Sole24ore»: lo hanno dunque potuto leggere anche quei commentatori, redattori e governanti italiani che pure si ostinano a ripetere un mantra privo di fondamento, secondo il quale al centro della contesa vi sarebbero i nostri soldi o, variazione sul tema, la «credibilità» della Grecia. Hans-Werner Sinn, economista membro del consiglio consultivo del ministero dell’economia tedesco, ha inoltre osservato che un altro mantra, quello della «fuga dei capitali» privati dalla Grecia, dovrebbe preoccupare i paesi riceventi quanto e forse più della Grecia. Il sistema TARGET2, che regola i trasferimenti di titoli e capitali tra le banche private europee attraverso una complessa triangolazione tra le banche centrali dei paesi coinvolti e la BCE, comporta infatti una sostanziale pubblicizzazione dei prestiti privati attraverso le banche centrali. Per dirla in modo semplice: il trasferimento di fondi privati da una banca privata greca a una banca privata tedesca passa attraverso l’indebitamento della banca centrale greca nei confronti della BCE, che da parte sua elargisce i crediti TARGET2 alla banca centrale tedesca. L’avvertimento di Sinn si spiega quindi in questo quadro: la supposta «fuga dei capitali» privati dalle banche greche dovrebbe mettere in apprensione soprattutto i paesi riceventi perché è un modo attraverso il quale i cittadini greci stanno mettendo al riparo i propri risparmi scaricando il peso di un eventuale default sulle banche centrali di altri paesi e sulla BCE. La frase pronunciata ieri in eurovisione dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem – «i prelievi dai conti correnti greci sono preoccupanti» e sono il segno di una «grande preoccupazione rispetto al futuro» – non ha dunque una lettura univoca. Basta guardare un grafico dei bilanci TARGET2 per accorgersi che la Germania è di gran lunga il paese più esposto. Come i paesi creditori del fondo salva Stati e la BCE, la Germania può solo decidere quanto perdere. Ciò che è accaduto dall’inizio della crisi, infatti, è che i debiti greci sono ora molto più nelle mani delle «istituzioni» che non degli investitori privati. I paesi indebitati, diversamente, hanno da perdere solo debiti. È evidente che ciò incide sulle capacità di spesa futura e sulla possibilità di un ulteriore indebitamento per raccogliere capitali sul mercato, ma questo discorso si apre eventualmente dopo e non è per nulla scontato che l’unico modo per raccogliere capitali debba oggi passare dagli artigli delle regole del Fondo Monetario e della BCE. Come mostra la firma dell’accordo con la Russia per garantire il passaggio dell’oleodotto TurkStream attraverso la Grecia, l’immagine di un paese senza alcuna possibilità di manovra è lontana dal vero. Soprattutto, è sempre meno chiaro ai cittadini greci che cosa abbiano da guadagnare nel risultare credibili agli occhi dei «mercati».

Tutto ciò non significa ovviamente cantare vittoria. Il punto di partenza è un paese, la Grecia, ben oltre il punto di collasso ma che, proprio per questo, ha sempre meno da perdere. La gestione della crisi da parte della coppia Tsipras-Varoufakis si sta mostrando più consapevole di quanto molti pensino e di grande intelligenza tattica. Non è solo furbizia, non è solo game theory: è il frutto di una conoscenza non subalterna dei meccanismi monetari europei e della finanza. Più il tempo passa, più il senso di responsabilità che tutti esigono dalla Grecia proietta un’ombra sugli altri componenti dell’Eurogruppo. Più sono mostrati in pubblico atteggiamenti a dir poco arroganti e totalmente privi di contenuti, come quelli di Cristine Lagarde che è sbottata sostenendo che per trattare serve che vi siano degli «adulti nella stanza», più emerge la concretezza delle posizioni greche. È vero, le «tre istituzioni» sono le stesse che componevano la Troika. Ma il cambio di nome produce i suoi effetti: capita così di sentire il Fondo Monetario parlare per sé; capita che il già citato presidente Dijsselbloem – interrogato dai giornalisti sulla possibilità che un vertice europeo come quello convocato dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk per lunedì prenda decisioni anche al di fuori della discussione avvenuta in seno all’Eurogruppo – risponda che, ovviamente, «trattandosi di leader possono prendere decisioni autonome». Detta in parole semplici: l’arma alla tempia della Grecia è spuntata e la discussione oscilla ormai costantemente da un piano tecnico a uno politico. È vero, come riportano i giornali, che i partner della Grecia sono «esasperati». Ma l’esasperazione non è la virtù dei forti. L’esito di questo braccio di ferro non è scritto, ma la Grecia è riuscita ancora una volta a guadagnare tempo e il vertice di lunedì avverrà nel mezzo di una settimana di iniziative di appoggio alla linea greca programmate all’interno della campagna «Change4all» in solidarietà con la Grecia. Quelle piazze saranno perciò importanti per mostrare come inizi a circolare, dentro l’Europa, una presa di posizione a favore della linea del governo greco.

Parlando della linea del governo greco sappiamo che qualcuno storcerà il naso. Bisogna però dire le cose come stanno e c’è quindi un altro mito da sfatare, questa volta dalla parte dei movimenti contro l’austerity. Ciò a cui siamo di fronte non può essere ridotto a un problema di democrazia o sovranità. Se questo fosse il caso, non ci sarebbe motivo di preferire la sovranità di undici milioni di greci a quella di ottantadue milioni di tedeschi, entrambe legittimamente rappresentate dai loro governi. D’altra parte, legare la democrazia alla condotta di un governo in carica grazie a una legge elettorale che consegna il potere a un partito che ha ottenuto il 36,3% dei voti pare piuttosto limitativo. Lo scontro in atto non è una questione formale né di sovranità. È una questione politica: siamo con il governo greco perché per la prima volta viene fatto un uso intelligente e di classe dell’instabilità finanziaria, perché al centro della contesa c’è la dichiarata volontà di non tagliare ulteriormente servizi pubblici, salari e pensioni e, anzi, di rilanciarli, perché ciò non viene fatto rincorrendo pericolose e inefficaci piccole patrie, ma investendo l’Europa in ogni sua dimensione. Uso di classe non significa che la classe operaia grazie a queste misure mostrerà il proprio inflessibile antagonismo e nemmeno che grazie a esse la stessa classe operaia prenderà lo Stato tutto per sé. Nonostante le pretese di queste posizioni in fondo simmetriche, uso di classe significa che dentro a una contraddizione complessa e articolata, dopo molti anni, le misure proposte non mirano a impoverire e a subordinare politicamente una massa cospicua della popolazione greca al dominio del capitale. È intorno a questo, e non al risultato di un’elezione, che si sta ricostruendo una prospettiva democratica per l’Europa in Grecia.

Ciò non esaurisce il compito dei movimenti, che sono la base reale che rende possibile questo braccio di ferro e che devono saper ingaggiare una battaglia politica con il nemico fin dentro le istituzioni, portando tuttavia avanti la propria agenda in modo autonomo. È per questo che la solidarietà alla Grecia non basta, ma serve il coraggio di estendere sul piano europeo il terreno dello scontro, affermando la libertà del lavoro vivo e dell’uso comune delle risorse sopra i profitti del capitale, rendendo la rivendicazione di un salario minimo in tutta Europa, di un reddito e un welfare europei e dell’apertura dei confini uno spettro potente per combattere i fantasmi della finanza. Lo spettro peraltro acquisirà forza materiale se smetterà di essere uno slogan a cui si crede solo perché è ripetuto da tanto tempo, e sarà in grado di coniugare la richiesta di reddito con le condizioni di sfruttamento stabilite dal regime del salario, scontrandosi contro le pretese del governo della mobilità. È un passaggio che i movimenti attivi sul piano transnazionale, dopo la giornata di Blockupy del 18 marzo, non hanno ancora avuto il coraggio di fare. Tuttavia è in quella direzione che bisogna insistere, anche attraverso la costruzione di una forza d’urto in grado di investire non soltanto il piano dell’opinione pubblica, ma direttamente ciò che è al centro dello scontro in atto: il mercato del lavoro. Completare lo spazio aperto da Blockupy con l’assunzione di responsabilità rispetto alle rivendicazioni di un reddito, di un permesso di soggiorno e di un salario minimo europei, e con la prospettiva dello sciopero transnazionale, è il compito che ci aspetta. Come osserva Mark Buchanan sul quotidiano greco «Khatimerini», infatti, già ora ciò cui stiamo assistendo non è una trattativa economica, ma uno scontro di potere dove «i tecnicismi dei meccanismi di finanziamento e le tabelle dei pagamenti sono solo gli strumenti attraverso i quali da un lato si esercita il potere e dall’altro si resiste». Comunque vada, il braccio di ferro sulla Grecia ha aperto una falla dentro il dominio del capitale in Europa. Si tratterà di allargarla stando ben attenti a lasciare ad altri ogni pulsione sovranista. Come quelle di un padre di famiglia in crisi perché vede che la sua autorità viene contestata, le reazioni potranno essere molto violente, e per i greci le conseguenze ancora pesanti. Qualcosa, però, si sta rompendo nella giusta direzione.

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