martedì , 30 agosto 2016
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Electrolux. Problemi di transito alla dogana operaia di Susegana

di DEVI SACCHETTO

Dogana operaiaAlla dogana operaia di Susegana (Treviso) le bolle di accompagnamento e il contenuto di ogni camion in transito sono accuratamente ispezionati. Verso l’esterno gli operai lasciano passare solo una quota della produzione effettuata in loco: un migliaio di frigoriferi al giorno stipati in 10-12 camion, perché vogliono garantirsi un po’ di spazio nei magazzini per stoccare la produzione quotidiana ed evitare così di essere messi in libertà. In effetti Enza Calderone, delegata della Uilm, in uno dei tanti capannelli racconta che l’azienda minaccia di mettere gli operai in libertà perché non riesce a portare fuori i frigoriferi, ma che non sarà certo questo a far togliere i blocchi. Verso l’interno viene concesso di far entrare solo i prodotti finiti che arrivano da altri stabilimenti e i semilavorati necessari per la produzione. I furgoni che riforniscono la mensa sfrecciano invece tra gli applausi.

L’organizzazione operaia si estende «tutto intorno al grande stabilimento per evitare che dagli altri passaggi l’azienda tenti qualche sortita», ci racconta Manuela Marcon della Fiom. L’azienda ha fatto arrivare anche un treno per caricare 8000 frigoriferi, la produzione di due, tre giorni, che gli operai però useranno come magazzino senza farlo uscire, almeno per il momento. Perché il sapere operaio in una delle ultime grandi fabbriche del Veneto pare essersi riprodotto nel tempo. Da una settimana ormai il blocco delle portinerie e lo sciopero a rotazione nei reparti a Susegana, come negli altri stabilimenti dell’Electrolux, stanno facendo infuriare la dirigenza che si ritrova senza particolari sostegni. In attesa di una politica estera e industriale, all’azienda e agli operai tocca tenersi un governo balbuziente, indeciso se intraprendere la strada di una decrescita infelice o, più probabilmente, di una regressione generale delle condizioni di lavoro per poter attrarre investimenti magari di qualche emiro.

La strategia del gruppo è piuttosto chiara ed è partita nell’autunno scorso, quando ha iniziato a verificare se e come fosse possibile incrementare i livelli di profittabilità degli stabilimenti italiani, dove occupa 6500 dipendenti diretti, mentre altri 4000 sono impiegati in modo indiretto. D’altra parte la comparazione con gli stabilimenti «gemelli», che producono cioè i medesimi prodotti in Ungheria e Polonia, è piuttosto facile. In questo gioco alla spremitura di tempi e salari, Susegana è al momento fortunata – ci racconta Augustin Breda, delegato storico della Fiom – perché non vi sono altri stabilimenti che producono frigoriferi da incasso. Ma questo «vantaggio competitivo» per gli operai potrebbe essere presto azzerato se l’azienda aprirà nuove linee nell’Europa orientale.

ElectroluxI primi scioperi e blocchi sono iniziati a novembre a Susegana come altrove: cortei operai hanno bloccato a più riprese la strada Pontebbana arrivando nei consigli comunali dei paesi circostanti, ma anche fino al consiglio regionale e da qualche settimana nelle stanze del governo nazionale. Le pressioni operaie sulle istituzioni sono state costanti e sono andate di pari passo con il rilancio del coordinamento tra gli stabilimenti italiani. Uno strumento, quest’ultimo, lasciato appassire negli anni scorsi, ma che consente di comprendere le mosse aziendali, almeno a livello nazionale, e di mettere in campo una risposta comune, dopo l’esperienza della chiusura dello stabilimento di Scandicci nel 2009. Riuscire poi a trovare una strategia comune con i lavoratori polacchi e ungheresi, saltando il moribondo Comitato aziendale europeo, potrebbe garantire un salto di qualità notevole.

Lo stabilimento di Susegana occupa 1200 persone di cui 250 a ridotte capacità lavorative per l’usura del corpo dopo venti o trent’anni di catena di montaggio a 45 secondi a operazione. Sulle quattro linee di produzione lo sciopero a rotazione è di 75 minuti per ogni turno di lavoro, riducendo così del 15% la produzione giornaliera, che solitamente raggiunge i 4000 frigoriferi. Si inizia alle 6.15 e si continua così fino alla fine dell’ultimo turno alle 22. Quando inizia lo sciopero i lavoratori escono dallo stabilimento e si rifocillano nelle tende adiacenti, dove discutono animatamente delle notizie che giungono in tempo reale dagli altri stabilimenti, dalla direzione aziendale, da Roma o da Venezia. Tra il camper e le tende piantate all’esterno i legami sociali si rinsaldano nel confronto collettivo di una classe operaia transnazionale, mentre si incrina il rapporto di subordinazione. Qualche defezione c’è pure stata, a causa della pressione continua di capi e capetti che la direzione ha spedito nei reparti a minacciare la chiusura totale dello stabilimento. Ma la parte largamente preponderante dei lavoratori, compresi anche un po’ di impiegati, sembra aver capito che qui non è in gioco qualche limatura nei tempi di lavoro, qualche periodo di cassa integrazione o qualche riduzione del personale. La posta in gioco si chiama taglio del salario nominale. Stanchi di erodere il salario attraverso l’inflazione, ora si vuole decurtarlo direttamente. Una misura che solitamente possono permettersi solo i regimi autoritari e che una dirigenza comodamente seduta a Stoccolma pensa di poter imporre anche nel sud dell’Europa. «Ma con 800 euro non campi da queste parti», dice Paola Morandin, delegata sindacale con un’esperienza ormai ventennale presso la multinazionale svedese.

La nuova proposta dell’azienda giunta venerdì pomeriggio di rinegoziare il piano [sic!] industriale è stata accolta con una certa cautela dagli operai. Electrolux pare intenzionata a lasciare aperto lo stabilimento di Porcia e a ridurre il costo del lavoro attraverso il taglio del cuneo fiscale. In cambio chiede «con fermezza» l’interruzione del blocco delle merci, facendo così capire quanto poco conti l’opera di ministri, governatori o politici di varia estrazione che ora gongolano per le loro capacità di mediazione. Certo è che Electrolux non si è trovata davanti un’opinione pubblica largamente supina, come quella che aveva consentito alla Fiat di «asfaltare» il contratto collettivo e di imporre una ristrutturazione da lacrime e sangue. Da parte loro gli operai dell’Electrolux pare abbiano compreso la strategia, così che nel fine settimana nulla verrà smantellato e due operai dormiranno come sempre a turno nel camper. Lunedì mattina, alla ripresa dell’attività, l’assemblea operaia nella sala mensa di Susegana deciderà se continuare nei blocchi, mentre a Porcia probabilmente si continuerà così senza neppure la votazione perché lì il rischio è la chiusura. Per il momento gli operai si godono la soddisfazione di aver costretto l’azienda a rivedere le proprie posizioni. Ma sono ovviamente preoccupati perché il posticipo degli incontri romani comporta la perdita di salario, oltre che incertezza.

Il tentativo di Electrolux è quello di tagliare i costi di produzione facendosi forte di una proposta presentata ancora alla metà di gennaio da un terzetto bipartisan costituito da Innocenzo Cipolletta, ex Direttore generale di Confindustria, Riccardo Illy, ex-governatore del Friuli, e Tiziano Treu, padre di una storica riforma del mercato del lavoro che permise tra l’altro l’avvio del lavoro interinali in Italia e forse in procinto di sedersi sulla poltrona dell’Inps lasciata libera da Mastrapasqua. L’idea è di creare delle zone economiche speciali con livelli salariali e di tassazione, oltre che condizioni di lavoro al ribasso rispetto al resto d’Italia. In cambio, il terzetto propone un po’ di welfare integrato pubblico-privato: qualche soldo per la sanità integrativa, buoni scuola e per la spesa, ticket per qualche trattoria a buon mercato, qualche aiuto per gli asili nido e per l’assistenza agli anziani. Anche nella nuova proposta la riduzione del costo del lavoro rimane un obiettivo centrale per l’azienda, ma al governo e ad ampia parte del mondo intellettuale occorrerebbe ricordare che dietro al costo del lavoro stanno le condizioni di riproduzione e finanche di democrazia di un paese. Non è un caso che là dove tale costo è più alto le condizioni di vita e di lavoro siano solitamente migliori.

Il sistema fiscale italiano è un meccanismo osceno che garantisce l’incremento continuo delle diseguaglianze di reddito. Il taglio del cuneo fiscale per Electrolux deve quindi essere recuperato stringendo i bulloni della finanza pubblica da qualche altra parte. Da questo punto di vista le battaglie parlamentari per la riforma del sistema elettorale o le proteste contro la trasformazione del Parlamento in un forno a microonde evidenziano, crediamo in modo abbastanza chiaro, l’insipienza della politica italiana. Alla dogana operaia di Susegana paiono avere ben altri problemi. E i lavoratori sono chiaramente intenzionati a rappresentare un problema che non può essere ignorato come tante altre volte è successo.

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