martedì , 31 maggio 2016
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Solo austerity? l’Europa senza principi e la politicizzazione della povertà

Solo austerity?

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Ormai da diversi anni la parola povertà è rientrata nel gergo politico europeo. La porta d’ingresso principale sono state le rilevazioni statistiche. Queste ultime, tuttavia, non fanno altro che ridurre a questione tecnica la quota di popolazione che si colloca sotto a una certa soglia di reddito. La costruzione di nuovi indicatori e di nuovi modi di indagare e classificare i soggetti impoveriti ha mutato l’approccio scientifico ai problemi del «sociale». Dal punto di vista delle politiche dei governi europei parlare di povertà ha voluto dire registrare il mutamento delle funzioni governative al tempo della crisi. In questo senso, la parola d’ordine della lotta contro la povertà istituzionalizza l’impossibilità di considerare la questione sociale come questione politica e la sua traduzione all’interno di un governo tecnico delle scienze. La fine del lavoro come canale di accesso ai diritti e lo spostamento del baricentro delle politiche pubbliche sull’occupabilità sono altre due manifestazioni della stessa dinamica strutturale, che risponde con criteri tecnico-umanitari al problema chiamato povertà e di quella che in questi anni abbiamo chiamato precarizzazione del lavoro. Questo processo è stato seguito dalla politicizzazione crescente della povertà nei discorsi di movimento. Anche le analisi seguite alla manifestazione del 19 ottobre, un corteo che per la sua dimensione e la sua composizione ha in parte sorpreso anche chi più vi aveva creduto, manifestano questa tendenza a mettere al centro i bisogni primari dei soggetti impoveriti, come la casa e il reddito. Tuttavia ci chiediamo: se, dal punto di vista della politica europea, la povertà è il nome tecnico della spoliticizzazione del lavoro, che cosa vuol dire politicizzare la povertà? La riscoperta della povertà come questione politica è, in primo luogo, un sintomo della crisi e dell’effetto di novità che essa produce. In apparenza, la povertà rappresenta una novità in espansione sullo scenario europeo dove, dietro ai dati economici sul PIL e alle politiche di austerity imposte dalla Troika, pare che tutto sia fermo.

Se consideriamo nel loro insieme le nuove espressioni della governance europea e la sua stretta connessione con la dimensione globale e transnazionale della valorizzazione, tuttavia, possiamo segnalare l’effetto di rifrazione prodotto dalla contemporanea presenza di un’Europa dell’austerity e della strutturazione di una nuova forma di governo dei processi politici ed economici. Non esiste, infatti, solo l’Europa del pareggio di bilancio e dell’austerity. Esiste anche un’Europa che non si manifesta immediatamente nelle statistiche macroeconomiche, ma informa i discorsi e le politiche promosse dalla Commissione, disegnando geografie economiche e discorsive che, sino a oggi, sono state eluse dai movimenti. Questa Europa gestisce e distribuisce ingenti risorse, ricavate da quote della fiscalità generale dei singoli Stati membri, indica priorità e produce narrazioni sul futuro indirizzando i programmi per la ricerca e l’innovazione. Tra le formule che concorrono a definirla, che qualcuno forse chiamerebbe governamentali, troviamo espressioni come «dimensione regionale» e «specializzazione intelligente», e parole come «corridoi». Lungi dall’indicare un restringimento operativo, la dimensione regionale indica il superamento, da parte degli organismi comunitari, della dimensione nazionale e di quella continentale, disegnando aree economico-produttive che sono spesso trans-frontaliere e coinvolgono anche paesi e regioni confinanti con l’Unione. La specializzazione intelligente indica il riconoscimento dell’impossibilità di una competizione globale giocata esclusivamente sul costo del lavoro e la necessità di superare gli indicatori macroeconomici aggregati, puntando l’obiettivo verso specifici segmenti produttivi capaci di competere in virtù dell’alto livello di specializzazione. Al tempo stesso, si suggerisce la formazione di reti industriali capaci di operare congiuntamente per coprire settori di mercato comuni. Si tratta di un’ulteriore griglia spaziale che si sovrappone, e a volte li interseca, ai confini nazionali degli Stati membri. I corridoi rappresentano probabilmente l’espressione più alta di una struttura spaziale organizzativa in divenire di questa Europa, della quale disegnano le principali vie di comunicazione e di traffico lungo gli assi e i nodi principali che connettono città, regioni, siti produttivi e porti. Anche il ricorso alle zone, già in uso in alcuni contesti dell’Europa orientale e di paesi «terzi» dell’area Euro-Mediterranea, si colloca all’interno di questa riconfigurazione logistica dell’Europa che, nel complesso, ridefinisce anche prerogative e funzioni degli Stati membri: non nella direzione di una loro ulteriore disgregazione, ma di una loro globalizzazione organizzata nella cornice europea.

Ragionando su scala globale, esiste il rischio di incorrere in un errore già commesso altrove, vale a dire quello di contrapporre la povertà e la lotta salariale, come se la dinamica di impoverimento, di individualizzazione e di espropriazione «sociale» (così può essere definita anche l’erosione dello Stato sociale) che sta attraversando lo spazio europeo e globale non avesse delle ricadute sul rapporto di salario, incidendo pesantemente sulle sue possibilità di contrattazione e sugli spazi di «agibilità» che comunque l’accesso a un «rapporto» in quanto tale ha, fino a questo momento, garantito. La lotta sul salario, rimessa in movimento proprio da queste trasformazioni, così appare invece completamente interna al rapporto di capitale, venendo anzi identificata con la sua forma definita, stabile e giuridica. Essa è inoltre assimilata alla pratica politica dell’operaio fordista, un soggetto passato e sconfitto, che anche quando è tuttora presente è comunque destinato o ad accomodarsi in quella forma di rapporto o a esserne completamente travolto. Ciò induce a vedere al contrario nell’economia della povertà e dei bisogni caratteri di eccedenza e, a volte, di alterità rispetto al rapporto di capitale, e a leggere le trasformazioni contemporanee delle forme di accumulazione e di governo nei termini di una cattura di quell’eccedenza. Seguendo questa linea di ragionamento, l’organizzazione dei poveri e la loro pretesa di strappare pezzi di soddisfazione dei loro bisogni primari assume la forma di un movimento reale di rovesciamento delle dinamiche oggi imposte dal capitalismo globale, mentre anche quando è presente in massa e rappresenta una novità, l’operaio è considerato un soggetto senza attualità. Il nome volgare delle politiche di impoverimento sarebbe dunque «austerity», quello delle politiche di liberazione «reddito». Reddito e salario tornano così a indicare spazi di regolazione ed eventualmente di contrattazione totalmente differenti, riferiti a soggetti diversi e, per così dire, disgiunti, sconnessi.

Anche il tema delle grandi opere, uno di quelli che si è espresso in forme composite e organizzate negli ultimi anni, è stato solo in parte sviluppato all’altezza delle trasformazioni globali nelle quali esse sono collocate. La questione ambientale e quella delle priorità di spesa, infatti, pur avendo reso possibili mobilitazioni importanti, prese da sole non spiegano e non offrono prospettive generali di lotta. Nel piano inclinato dell’Europa della crescita, ad esempio, la questione ambientale può facilmente essere neutralizzata per diventare un dispositivo in grado di imporre nuovi equilibri di mercato (ad esempio, favorendo la cosiddetta economia verde). L’argomento delle priorità di spesa, che indica come «spreco» la spesa per le infrastrutture contro le quali si vuole lottare e propone altri sbocchi per le stesse somme a favore di spese sociali come la casa, a sua volta accetta inconsapevolmente il mantra degli equilibri di bilancio. Rischia dunque di essere speculare e funzionale allo stesso discorso che intende criticare. Poco è stato compreso invece del rapporto esistente tra le grandi opere, la formazione di una diversa geografia sovranazionale e gli effetti sulla regolazione del lavoro di questi processi.

Le tre dimensioni ricordate sopra comportano, infatti, conseguenze importanti per quanto riguarda i flussi di risorse e di strumenti finanziari quali, ad esempio, diverse forme di accesso al credito, la formazione di strumenti tecnici di governance, scambio e consultazione, e lo spostamento e la definizione di non trascurabili quote di rapporti di lavoro. Esse vanno infatti considerate insieme alla tendenza generale a fare dell’occupabilità, del rapporto intermittente con il lavoro e della lotta individuale per conquistarlo attraverso l’investimento nel proprio «capitale umano», la misura sostitutiva dell’occupazione. Allo stesso tempo esse articolano politiche di gestione del lavoro e della sua mobilità che vanno dall’alta formazione alla super-specializzazione, fino a investire la regolamentazione delle migrazioni attraverso un regime dei confini contemporaneamente violento e flessibile, per rispondere a esigenze specifiche di determinati siti produttivi. La riproposizione di schemi ormai logori, anche nelle forme di critica e interlocuzione con le istituzioni, come quelli che contrappongono un’Europa del reddito a quella dell’austerity, rischia pertanto di perdere di vista le possibilità che si aprono e le lotte che già si danno all’interno di questa nuova economia politica dello sfruttamento. L’analisi e la critica degli effetti delle politiche monetarie e di bilancio a livello europeo andrebbero invece considerate mantenendo sullo sfondo questa griglia mobile, che sta assumendo una precisa dimensione processuale almeno di medio periodo. I processi di cui stiamo parlando stanno accadendo ora e saranno decisivi gli anni da qui al 2020, data quasi messianica che dovrebbe rappresentare l’alba della nuova Europa. Saranno le lotte all’interno di questa logistica globale europea a determinare i punti di attacco alla povertà e al lavoro salariato, più di qualsiasi costituzione e anche più di qualsiasi carta dei principi.

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