venerdì , 25 Settembre 2020

Nel labirinto della precarizzazione. Da che parte stare?

di CAPRIMULGUS

Traffic JamDa che parte stare di fronte ai blocchi e alle proteste estese che sono sostenute da alcune categorie sociali? I blocchi di questi giorni in Italia sono promossi secondo i vari commentatori di destra e di sinistra da corporazioni che difenderebbero i loro privilegi. Perfino la segretaria di quello che rimane il principale sindacato italiano, Susanna Camusso, si è sentita di dover intervenire stigmatizzando i blocchi degli autotreni: «Come sempre la protesta è un caos che va organizzato in modo che non violi diritti e non impedisca agli altri cittadini di potersi muovere e di poter fare le cose; in questo caso mi pare che abbiamo superato un limite di relazione positiva».

Sono parole gravi e pericolose, oltre che incapaci di cogliere che il vento è cambiato e che di fronte all’immobilismo e al discredito di cui gode quasi tutto il sindacato italiano, molte lavoratrici e molti lavoratori vedono, in una parte almeno di queste proteste, la difesa anche dei propri interessi. L’immagine offerta dai mezzi di comunicazione rende difficile discernere tra notai, camionisti, farmacisti, tassisti, avvocati. Sembra quasi che il governo nella sua azione abbia visto bene come imbrogliare le carte, colpendo in modo non casuale delle categorie che prese insieme nulla hanno da dirsi. E che almeno da un punto di vista operaio e precario sembrano assai lontane.

I tassisti, come i camionisti, non sono categorie sociali particolarmente benvolute dalla classe operaia, anche se molti oltre a essere in fuga proprio dal vincolo del lavoro salariato, sperimentano condizioni di lavoro piuttosto pesanti. Dieci, dodici ore a guidare nel traffico cittadino o nelle autostrade più intasate d’Europa per portare a casa quando va bene dai 2 ai 4 mila euro non sembrano esattamente dei privilegi. L’aumento indiscriminato della benzina, e per gli autotrasportatori anche dei pedaggi autostradali, ha dato il via a una protesta importante che nell’arco di 24 ore è riuscita a bloccare la produzione nei vari siti produttivi della Fiat. È la forza del just-in-time che, come quattro anni fa, mostra i suoi effetti immediati. La questione del trasporto su gomma in Italia non è cambiata: concorrenza selvaggia, molti piccoli padroncini con ricavi risicatissimi e dipendenti che devono difendersi dall’inserimento di sempre nuova forza lavoro, spesso straniera, disponibile a vendersi a salari più bassi. A questo si aggiunge la pratica delle medie e grandi imprese italiane di aprire proprie filiali nei paesi dell’Europa orientale e far girare in Italia, anche per il cabotaggio, personale straniero con stipendi stranieri. Pratica illegale, ma ampiamente tollerata. Mentre i tassisti che si sono comperati la licenza spendendo dai 100 ai 200 mila euro dovrebbero essere ridotti a meri lavoratori salariati oppure a costruire piccole imprese per sfruttare meglio altri lavoratori. Certo quasi nessuno degli autotrasportatori e dei tassisti è protetto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e solitamente essi votano a destra, esemplificando una voglia di libertà che pare implicare necessariamente una peculiare insofferenza verso i tributi. Ma non ci sembra che gli operai e i precari votino a sinistra.

La seconda manovra Monti è un ulteriore tentativo di modernizzare l’Italia, cioè di renderla più simile ad altri paesi in particolare quelli anglosassoni, dove ognuno dovrebbe appunto pensare per sé. Ma diversamente dai paesi anglosassoni è un programma politico la cui direzione è in basso a destra, prospettando, per capirci, un paese liberista con produzione e servizi da svolgere con bassi livelli tecnologici. Una manovra profondamente ideologica al di sopra della legge e del popolo, in nome del quale questo governo dovrebbe comandare. Evidentemente tanto il popolo quanto la legge e i suoi tutori dovrebbero essere guardati con maggior disincanto, senza nostalgie e senza feticismi d’occasione. Quando qualcuno auspicava di chiamare i carabinieri per liberarsi di Silvio Berlusconi, stava forse pensando a questo sviluppo?

Ad ascoltare i difensori della manovra fa specie il continuo ricorso alla parola cultura. In Italia secondo gli imprenditori mancherebbe la cultura del rischio, mentre vi è una cultura della rendita da estirpare per sviluppare una cultura della concorrenza. Ora anche molti a sinistra pensano che occorra spingere davvero il pedale sulle liberalizzazioni, per far scendere i prezzi e le tariffe, si dice. Quasi vent’anni di pensiero liberista evidentemente hanno prodotto notevoli sbandamenti. Il libero mercato non produce concorrenza, al più produce monopolio. La tendenza del capitale è quella monopolistica. Non a caso i tassisti cercano di fuggire come la peste le nuove norme che li trasformerebbero in tanti lavoratori subordinati di grandi imprese. Una liberazione totale dal lavoro, poiché sarebbero sostituiti in pochi mesi da lavoratori migranti con stipendi magari dimezzati e tariffe che (forse) scenderebbero giusto per qualche tempo. Tariffe e prezzi devono sempre essere guardati con uno sguardo strabico per capire i salari di chi produce tali merci e servizi.

E quindi? Nel labirinto di questa precarizzazione collettiva da che parte stare?

Sicuramente noi stiamo con quante e quanti cercano di difendere i loro ritmi e le loro condizioni di lavoro e che vivono con stipendi non certo da favola. Noi stiamo con chi è consapevole che questo tipo di sistema logistico e di trasporto pubblico e privato è ecologicamente e umanamente insostenibile. Noi stiamo con chi nella difesa dei suoi interessi particolari solidarizza con quanti svolgono un lavoro con analoghe condizioni di precarietà.

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