∫connessioni precarie

Organising Transnationally Against the War

Sezione

TSSPlatform parteciperà al Rheinmetall Entwaffen Camp che si terrà a Colonia nel mese di agosto. Con Interventionistische Linke – Germania, e Inicjatywa Pracownicza – Polonia, organizzeremo un workshop aperto a tutte e tutti dedicato all’approfondimento della nostra comprensione dell’attuale situazione politica e alle modalità di costruzione di un’organizzazione transnazionale contro la guerra.

Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, e con un’intensità crescente in seguito al genocidio a Gaza, l’Europa è entrata in un periodo di militarizzazione accelerata. I governi hanno aumentato drasticamente i bilanci militari, annunciato massicci acquisti di armi e si sono impegnati a raggiungere o superare l’obiettivo NATO del 2% della spesa militare. Dall’iniziativa tedesca “Zeitenwende” da 100 miliardi di euro all’adesione di Svezia e Finlandia alla NATO, fino alla crescente militarizzazione dell’Europa centrale e orientale, si tratta di una tendenza che attraversa contesti nazionali diversi. Ma gli effetti della guerra globale non si manifestano solo nei bilanci statali e nelle alleanze: incidono profondamente anche sulle gerarchie sociali e sulle nostre lotte quotidiane.

Oltre all’aumento della spesa militare e agli ingenti acquisti di armi in tutta Europa, stiamo assistendo a una crescita dell’ideologia militarista. L’introduzione di programmi scolastici che promuovono l’esercito, o il ritorno della possibilità della coscrizione di massa, stanno riattualizzando politiche che erano state per lo più abbandonate. In generale, assistiamo a un aumento di narrazioni razziste e patriarcali che incoraggiano sacrificio e obbedienza. La retorica nazionalista spesso descrive determinati gruppi razziali o etnici come minacce interne, giustificando politiche escludenti e violenza sui confini. La guerra viene usata come giustificazione per intensificare la violenza contro i migranti. I ruoli di genere tradizionali vengono rafforzati da richiami alle donne affinché sostengano lo sforzo bellico tramite il lavoro di cura o la maternità, mentre agli uomini si chiede di dimostrare forza e disciplina come soldati. Ai lavoratori viene chiesto di sacrificare salari e diritti in nome dello Stato-nazione, mentre i governi tagliano la spesa sociale in nome di misure di austerità da tempo di guerra. Queste politiche e narrazioni agiscono insieme per mantenere le gerarchie sociali e sopprimere il dissenso. Il militarismo richiede pace sociale: le tensioni sociali, le proteste e la resistenza vengono represse o indebolite.

Talvolta, di fronte a migliaia di morti e a tutti gli effetti di questa guerra mondiale, i movimenti sociali sono stati attratti dalla logica della guerra e del campismo, cioè hanno preso posizione all’interno dei conflitti geopolitici invece di opporsi alla loro logica di guerra. Le divisioni sul sostenere o meno l’intervento della NATO in Ucraina, o la posizione russa anti-occidentale, hanno ignorato le vite e le lotte di milioni di lavoratori, migranti, donne e persone LGBTQ+ che stanno pagando il prezzo della guerra. Allo stesso modo, abbiamo visto una minimizzazione del genocidio a Gaza, dove il dibattito è stato dominato da accuse reciproche di sostegno al fondamentalismo di Hamas o all’occupazione israeliana.

Pur opponendoci fermamente al massacro in corso a Gaza e chiedendo la fine della guerra in Ucraina, riteniamo urgente “resettare” le nostre passate modalità di organizzazione per prepararci agli eventi terribili che ci attendono. In questo workshop vogliamo domandarci come la guerra stia influenzando le vite quotidiane e le lotte di diversi soggetti — lavoratori che affrontano insicurezza e sfruttamento, migranti alle prese con controlli alle frontiere e razzismo più rigidi, donne che subiscono il rafforzamento delle aspettative patriarcali, persone LGBTQ+ che lottano per la libertà sessuale, e coloro che soffriranno a causa della devastazione climatica, mentre le priorità ecologiche sono state cancellate dagli imperativi economici della guerra.

Questi cambiamenti non sono ristretti entro i confini nazionali, ma sono interconnessi in tutta Europa e oltre. Pensiamo che gli stalli campisti che ci hanno impedito finora di costruire una forte opposizione alla guerra dipendano anche dalla nostra incapacità di sviluppare una politica veramente transnazionale. Tendiamo a fermarci a quei confini nazionali che sono però i pilastri del militarismo.

Miriamo perciò a esplorare modi per costruire una politica transnazionale di pace che rifiuti attivamente il nazionalismo, il campismo e la logica geopolitica dominante dettata dalla guerra. Una politica del genere deve sfidare la pace sociale che il militarismo richiede, unendo tutte e tutti oltre i confini in solidarietà, opponendosi alle divisioni create dagli interessi statali e rifiutando di schierarsi con una qualsiasi delle parti nei conflitti che perpetuano la violenza.

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