domenica , 26 Gennaio 2020
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Dell’intimità politica, ovvero: perché il voto greco non è una capitolazione

L'arte di non essere governatidi AKIS GAVRIILIDIS

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Sono stato in Grecia nei giorni delle elezioni e in quelli successivi e, leggendo la maggior parte dei commenti scritti al riguardo dall’estero (ma in alcuni casi anche in Grecia) ho avuto una sensazione di disagio, di discrepanza, al punto che mi sono chiesto se quei testi stessero davvero parlando degli eventi di cui avevo appena fatto esperienza. Forse questo non dovrebbe sorprendere, perché la situazione che stiamo vivendo è estremamente sfaccettata, è senza precedenti, e i modelli che abbiamo a disposizione per pensarla e darne ragione sono inadeguati. Qui perciò non ho la pretesa di dire «la vera verità» o restituire un’«immagine reale» contro una «falsificata». Cercherò solo di offrire un altro punto di vista per leggere questa complessità.

Tra quelli che hanno commentato i risultati delle elezioni, alcuni hanno espresso disperazione per ciò che percepiscono come «un affare macabro che ha condotto al funerale del primo governo radicale di sinistra che si vedesse in Europa da una generazione». Altri, che non vogliono abbandonarsi al pessimismo, hanno cercato di immergersi nell’aritmetica elettorale e nelle cifre e hanno invocato l’alto tasso di astensionismo per provare che «i media si sbagliano nel presentare la vittoria di SYRIZA come la ratifica dell’austerity da parte del popolo greco»[1]. In effetti, questa lettura offerta dai media è sbagliata, ma non per la ragione appena enunciata. Tanto la versione «pessimistica» quanto quella «ottimistica» sono basate su una lettura che dà per scontati i numeri delle elezioni, gli obiettivi politici e i programmi dichiarati dai candidati. Ma non è tutto qui. Bisognerebbe infatti tenere presente che in politica (come altrove) una grande parte della comunicazione è messa in atto tacitamente o indirettamente, e ciò vale anche – e soprattutto – per la comunicazione di «un popolo che afferma la propria volontà sovrana». Anche in politica agisce una cosa chiamata intimità culturale (per usare un’espressione coniata dall’antropologo Michael Herzfeld, che ha condotto una lunga ricerca sul campo proprio in Grecia)[2]. Intimità culturale è un’espressione ricca e delicata, ma in questo articolo la userò per indicare il sotto-testo spesso invisibile che fa da complemento a ciò che è detto apertamente e pubblicamente e può anche trasformarlo o alterarlo.

Non sto parlando di qualcosa di mistico o soprannaturale. L’intimità politica si può esprimere anche in cifre, ammesso che si facciano le domande giuste. In questo caso, molte cose possono rivelarsi differenti a seconda di dove volgiamo lo sguardo. Ad esempio, un’agenzia statistica (non greca) ha fatto alcune delle domande giuste in un sondaggio realizzato in Grecia subito prima delle elezioni. Una delle domande era: «credi che il Memorandum d’Intesa tra il governo greco e i suoi creditori sarà implementato»? Questo è ciò che hanno scoperto e che hanno definito «stupefacente»:

È piuttosto stupefacente che il 64% creda che il terzo Memorandum non sarà implementato, mostrando una grande sfiducia nelle capacità di tutti i partiti politici che si sono impegnati a implementarlo. Oltre a questo, il 79% crede che il Memorandum non migliorerà le condizioni economiche e sociali in Grecia e solo il 15% pensa il contrario. Entrambe le cifre mostrano che negli anni passati i cittadini greci hanno acquisito un’esperienza sufficiente riguardo a ciò che significa implementazione, e rispetto al modo in cui questa implementazione – con le condizioni che implica – avrà effetti sul rendimento economico e sulla stabilità sociale. Nonostante tutto, le risposte a queste domande mandano un chiaro messaggio al prossimo governo e, più in generale, alla classe politica greca e dell’Eurozona (il grassetto è nella versione originale, il corsivo è mio).

Per quanto mi riguarda, l’unica cosa che ho trovato stupefacente è che secondo questo sondaggio esista un 15% che si aspetta seriamente che il Memorandum possa «migliorare le condizioni economiche e sociali della Grecia». Quanto al resto, andrei anche più in là aggiungendo che la prima cifra (che, come qualcuno può aver notato, coincide approssimativamente con la percentuale dell’OXI del referendum del 5 luglio) non solo mostra «una grande sfiducia rispetto alla capacità» di «tutti i partiti politici che si sono impegnati» a implementare il Memorandum, ma anche una grande fiducia verso l’indisponibilità di un partito politico – proprio quello che si è effettivamente impegnato – a implementarlo. In ogni caso, ciò rivela che la società greca è molto meno disperata dei suoi (auto-proclamati) difensori, e che ha in effetti «acquisito abbastanza esperienza riguardo a ciò che significa implementazione». Incidentalmente, si può notare che si tratta di un’espressione inusuale per il linguaggio spesso tecnocratico dei sondaggisti: di fatto, che cosa significa implementazione? E in che cosa consiste l’esperienza acquisita dalla società greca al riguardo?

Esperienza può essere proprio un altro nome per intimità culturale, o per uno dei suoi oggetti privilegiati. Uno dei principali interessi di Herzfeld, infatti, è questa distanza/alterazione che strutturalmente e inevitabilmente interviene tra la proclamazione formale di una legge (o di un principio, o di un accordo) e la sua applicazione, come egli ha recentemente chiarito proprio nel contesto di una discussione sulla crisi e la corruzione in Grecia e più in generale in Europa:

Nessuno sta guardando alle radici simboliche della corruzione. È un termine che ha radici molto profonde nella tradizione giudaico-cristiana – la corruzione della carne –e non credo che uno Stato possa funzionare bene senza un certo grado di ciò che si potrebbe descrivere come l’abilità dei cittadini di «massaggiare» le leggi in modo tale da rendere la vita sopportabile (corsivo mio).

L’esperienza ha insegnato al popolo greco che nessuno dovrebbe aspettarsi nel prossimo futuro che il Consiglio europeo se ne venga fuori dicendo «ok ragazzi, l’austerity in Grecia (e in Europa) è finita». Per questa ragione non avrebbe alcuna utilità per un paese esporsi e insistere con questa rivendicazione; non solo, ma questa rivendicazione non farebbe che esacerbare l’ossessiva insistenza dei cosiddetti «partner» sulle misure punitive.

Quelli che interpretano il risultato elettorale come il prodotto di «disappunto […] apatia politica o cinismo» trovano soddisfazione solo nel dire che, senza questi sentimenti, gli elettori greci avrebbero votato «Unità popolare» (la nuova formazione creata dai politici che si sono separati da SYRIZA accusando il partito di tradimento). Se la gente fosse ancora disposta a combattere l’austerity – secondo questa lettura – avrebbero avuto davanti a sé un’ampia scelta di partiti che pubblicizzano sui loro striscioni la lotta contro l’austerity e contro l’EU, e avrebbero potuto seguire uno di questi. Una simile lettura può suonare convincente sulla carta, ma in pratica la gente sapeva che un voto di questo tipo avrebbe solo significato rivivere un’altra volta ciò che si è già vissuto, forse in termini anche peggiori. Perché se, per supposizione, «Unità popolare» avesse ottenuto il 40%, che cosa sarebbe accaduto poi? Poi, sarebbe stato nominato un nuovo primo ministro di sinistra che sarebbe dovuto andare a Bruxelles a negoziare un accordo. In questo caso, lui o lei avrebbe dovuto affrontare lo stesso ricatto che Tsipras si è trovato davanti e lui o lei sarebbe stato ugualmente disarmato di fronte a esso, se non di più. Nel frattempo, la situazione finanziaria avrebbe continuato a deteriorarsi, senza nessun evidente guadagno in vista come risarcimento.

Per questo ritengo che la bassa percentuale ottenuta dai nuovi o vecchi partiti anti-austerity e anti-EU non sia segno di rassegnazione, ma di prudenza. La prudenza che spinge uno stratega ad abbandonare il fronte quando non può essere più difeso e a spostare le sue forze su obiettivi più fruttuosi. Accettare una sconfitta che è inevitabile e irreversibile non è disfattismo, è un prerequisito per elaborare il lutto e imparare a vivere ancora con ciò che ci è stato lasciato. Da ciò che posso vedere, allora, la moltitudine in Grecia non ha sostenuto la fatalità dell’austerity, ma ha solo abbandonato la fantasia modernista di mantenere il controllo dello Stato nazione e governarlo in un modo migliore, approvando leggi migliori, e così via. Ha deciso di procedere, nel prossimo futuro, lungo un altro percorso: quello che permette di sfuggire allo Stato – e alle organizzazioni interstatali – e alle sue leggi. Ha scelto di praticare – per usare l’espressione di un altro antropologo – «l’arte di non essere governati»[3].

[1] Le citazioni vengono dai social media; preferisco non riportare i nomi degli autori che potrebbero non volerli vedere pubblicati, ma vi assicuro che entrambi i commenti sono veri.

[2] Michael Herzfeld, Cultural Intimacy: Social Poetics in the Nation-state (1997), New York & London: Routledge, 2004.

[3] James C. Scott, The Art of Not Being Governed. An Anarchist History of Upland Southeast Asia, Yale University Press, New Haven & London, 2009.

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