sabato , 1 ottobre 2016
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C’è un’autostrada tra Baltimora e Milano?

di CINZIA ARRUZZA e FELICE MOMETTI

Milano BaltimoraA breve ∫connessioni precarie pubblicherà un proprio contributo (ora potete leggerlo qui) al dibattito che si è aperto nel movimento dopo la Mayday dello scorso venerdì. Pubblichiamo intanto volentieri un intervento di Cinzia Arruzza e di Felice Mometti. 

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Non tutti i riot sono uguali. E nemmeno gli eventi di insorgenza degli ultimi anni. Persino a limitarsi al panorama statunitense, ci sono differenze significative tra un evento e l’altro. L’esito della ribellione a Ferguson è stato l’apertura di un nuovo spazio politico con la formazione della coalizione Ferguson Action e l’espansione del movimento Black Lives Matter a gran parte del territorio nazionale. Questo esito non si è prodotto due anni fa a seguito della ribellione a Brooklyn East, dopo l’uccisione di Kimani Grey da parte della polizia di New York. E gli eventi stanno prendendo una piega ancora diversa a Baltimora con l’intervento, promosso e sostenuto dall’amministrazione Obama, delle grandi associazioni afro-americane organizzate nel National Action Network, come strumento di mediazione e moderazione del conflitto. E il tentativo, dall’altro lato, di Nation of Islam di inserirsi in modo autonomo in questo gioco. Si potrebbe dire che la nottola dei riot si leva sempre all’imbrunire. In altre parole, un riot andrebbe valutato e analizzato a partire dagli esiti che produce in termini di percorsi di soggettivazione e di apertura di nuovi spazi politici.

Che a fronte della fine del vecchio movimento operaio e della frammentazione e disorganizzazione della classe ci sia bisogno, in Italia, di una nuova insorgenza in grado di aprire un nuovo spazio politico di auto-organizzazione non si può che essere d’accordo. La domanda che si pone, però, è: c’è un filo diretto tra Baltimora e Milano? La risposta non può che essere negativa, a meno che non si pensi che l’evocazione del riot, attraverso la sua messa in scena in piazza, sia in grado di per sé di produrre una nuova soggettività conflittuale. Sarebbe l’equivalente di pensare che si possa organizzare l’auto-organizzazione. Ci sembra piuttosto che i soggetti che praticano il conflitto contro le politiche neoliberiste e di distruzione del pianeta – ben rappresentate nell’Expo – debbano essere al tempo stesso il presupposto e il prodotto del conflitto. In altri termini quello che è assente nell’ipotesi della rappresentazione scenica del riot è il punto di partenza, il presupposto, quella soggettività che poi attraverso la pratica del conflitto trasforma se stessa. Questa soggettività non può essere prodotta in maniera volontaristica. E certo non può essere prodotta nemmeno mettendosi in cattedra facendo lezioni su un passato che non tornerà più ed «educando» i nuovi giovani ribelli con il manuale del rivoluzionario consapevole.

Un generico consenso mediatico non è e non dovrebbe essere la cartina di tornasole del buon esito di una pratica conflittuale. Ci sarebbe anzi da aprire una riflessione su che cosa voglia dire consenso mediatico, di fronte alle ambiguità di media mainstream che sono pronti a fare l’occhiolino ai riot quando accadono altrove, a Ferguson, a Baltimora, in piazza Taksim, e poi giocano alla spettacolarizzazione negativa quando nel salotto buono della finanzia italiana, a Milano, avviene molto di meno. E tuttavia rimane il problema di valutare una pratica conflittuale non dal punto di vista del consenso mediatico, ma dell’apertura di un nuovo percorso di politicizzazione dello spazio sociale e urbano. L’apertura di un nuovo percorso di politicizzazione dovrebbe essere la creazione di uno spazio, di forme di organizzazione e modalità del conflitto in cui la rabbia sociale diffusa e i soggetti che ne sono portatori possano riconoscersi e attraverso cui possano partecipare e diventare protagonisti. Questo è quello che intendiamo per autorganizzazione: né i vari esperimenti di ricomposizione politico-elettorale di questi anni, affetti da un’impressionante coazione a ripetere, e nemmeno le trappole meccanicistiche dell’evocazione di piazza del riot. È a partire da questa prospettiva, quella dell’autorganizzazione, che si deve porre la questione del consenso, perché il consenso non rimanga un significante vuoto da riempire in modo più o meno strumentale a seconda dei contesti. Il nostro metro di misura non dovrebbe essere solo la capacità o meno di mettere in difficoltà o in crisi lo storytelling renziano, ma quella di gettare le basi per una narrazione diversa, contemporanea, i cui protagonisti siano i soggetti che producono conflitto oggi, e non le icone del passato. Si è aperto o si aprirà questo nuovo percorso dopo la Mayday di Milano? Questa è la domanda che ci si dovrebbe porre.

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