domenica , 20 Settembre 2020

Una marea globale in sciopero. Donne e femminismo verso l’otto marzo

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Il prossimo 8 marzo ci sarà uno sciopero delle donne e sarà davvero un evento globale. La proposta è stata ispirata dalle donne polacche, lanciata da quelle argentine, abbracciata dalle centinaia di migliaia che in tutto il mondo sono scese in piazza nella giornata contro la violenza maschile sulle donne. Dopo la grandissima manifestazione romana del 26 novembre la sfida è stata raccolta anche in Italia, da migliaia di donne riunite in assemblea, con l’esultanza che nasce di fronte a un’occasione senza precedenti. Lo sciopero dell’8 marzo è l’occasione per aggredire con la forza di una rivolta globale un ordine sociale che fa leva sull’oppressione delle donne per imporsi e riprodursi come rapporto di dominio e sfruttamento. I prossimi mesi serviranno a organizzare la rabbia e la determinazione che le donne stanno portando in piazza in ogni parte del mondo, per fare dell’8 marzo un momento di rottura globale e di massa. Ora è il momento di chiederci: che cosa significa «sciopero delle donne» e come può lo sciopero diventare una pratica politica femminista? Come può questa pratica indicare la direzione a ogni lotta che pretenda di attaccare alla radice l’ordine globale della società?

Questo sciopero sarà una novità e una sperimentazione. Alle spalle noi non abbiamo modelli da replicare, ma soltanto alcune indicazioni da cogliere e da rilanciare. Quando hanno scioperato contro la proposta di vietare per legge l’aborto, le donne polacche hanno risposto alla limitazione della loro libertà rifiutando un ordine che prescrive e riconosce loro soltanto la libertà coatta di essere madri. È stata questa capacità di andare anche oltre la necessaria lotta contro la proposta di legge che ha entusiasmato noi e spaventato qualcun altro. Quando hanno scioperato contro l’ennesimo omicidio di una ragazza in Argentina, le donne di Rosario hanno sfidato un sistema di dominio che fa dello stupro un’arma di oppressione di massa, ma hanno anche rifiutato la posizione di inferiorità in cui le collocano le leggi della produzione della ricchezza e della riproduzione sociale. Di fronte alla tensione dominante a mettere a valore la differenza delle donne e ad affermare allo stesso tempo l’indifferenza nei confronti delle loro vite, di fronte a un ordine neoliberale che incoraggia la loro libertà solo in quanto è compatibile con la subordinazione e funzionale allo sfruttamento, in Polonia e in Argentina le donne hanno imposto una presenza nuova e potente. Appropriandosi dell’arma dello sciopero, esse hanno aggredito in massa un rapporto di dominio che pretende la piena disponibilità del corpo, del tempo e del destino di coloro che sottomette. Sul corpo delle donne questa pretesa si inscrive nel modo più brutale ed evidente: l’oppressione patriarcale delle donne rivela così il segreto dell’attuale ordine neoliberale e del suo possibile rovesciamento. Proprio per questo il loro sciopero può avere portata globale. Questa è la sorpresa dello sciopero delle donne. Un soggetto globale che non vuole essere universale né omogeneo, ma che a partire dalla propria specifica condizione indica la strada per una contestazione complessiva di un rapporto di dominio e di sfruttamento che investe moltissimi altri soggetti.

Poiché le donne ne sono protagoniste, lo sciopero dell’8 marzo può inceppare gli ingranaggi patriarcali dell’ordine contemporaneo della produzione e riproduzione sociale. L’astuzia neoliberale ha infatti trasformato la piena disponibilità che ha storicamente caratterizzato il lavoro domestico e di cura in una caratteristica generale di tutto il lavoro, ma ha continuato a obbligare milioni di donne a svolgere una funzione specifica nella sua riproduzione. La casa è ormai diventata uno spazio di mercato, in cui il lavoro riproduttivo delle donne è sempre più spesso comandato non da un marito, da un padre o da un fratello, ma dal denaro. Essa è un luogo transnazionale, nel quale il regime dei confini riversa forza lavoro a basso costo, le colf e le «badanti» di un welfare ormai compiutamente monetizzato, ma anche un’officina di produzione, dove componenti informatiche, abiti per la grande distribuzione o parti meccaniche sono prodotti dal lavoro di donne che possono entrare a far parte delle catene globali del valore restando chiuse tra le mura domestiche. Anche nei luoghi della produzione la differenza sessuale delle donne è direttamente messa a valore. Solo per il fatto di poter essere madri ‒ anche quando non hanno nessuna intenzione di diventarlo ‒ le donne sono penalizzate sul mercato del lavoro prima di tutto in termini salariali. La coazione sociale alla procreazione giustifica una specifica forma di precarizzazione che non ha più alcun risarcimento dal punto di vista dei diritti sociali. Così, il «sociale» che le donne sono obbligate a riprodurre diventa lo spazio della libertà coatta, non il luogo di una pacifica emancipazione possibile grazie alla cooperazione, alla cura e alla relazione, ma uno spazio di gerarchie, oppressione e violenza. Se l’ordine globale è tuttora un ordine patriarcale, perché la subordinazione delle donne è una delle principali condizioni della sua esistenza e della sua riproduzione, lo sciopero delle donne riguarda tutti coloro che aspirano a sottrarsi allo sfruttamento e all’oppressione. Rifiutare di avere parte in questa riproduzione, sottrarsi alle funzioni obbligate dal dominio neoliberale e sovvertire la sua violenza è quindi un atto politico dal significato globale.

Lo sciopero delle donne non è una «questione femminile» e non deve accontentarsi di correggere una posizione di svantaggio. L’8 marzo apre la possibilità di portare lo sciopero in tutta la società, di invadere le piazze attraversando le case, di sfidare lo spazio metropolitano segnato da politiche che fanno pesare sul lavoro delle donne l’abbattimento del welfare, rendendo sempre più precario il loro lavoro e mettendolo a valore nella produzione di una forza lavoro altrettanto precaria. Lo sciopero dell’8 marzo può stabilire una comunicazione tra le donne lungo le catene transnazionali della cura, sapendo che non è sufficiente la parziale liberazione di alcune dal lavoro domestico al prezzo della messa al lavoro di altre donne in cambio di un salario. La sfida che abbiamo di fronte è quella di stabilire una connessione politica che, mentre rifiuta la divisione sessuale del lavoro, mette in discussione anche la sua organizzazione transnazionale. Se vuole colpire alla radice la posizione di oppressione delle donne nella società, l’8 marzo dovrà allora essere uno spazio di espressione e di lotta delle donne migranti, che sono la prima e più potente evidenza che le donne sono un soggetto globale e che con i loro movimenti rifiutano praticamente il patriarcato tanto nei loro paesi di partenza quanto in quelli di transito o di arrivo. L’8 marzo lo sciopero delle donne non può limitarsi a rivendicare la parità salariale, ma deve mettere in discussione la brutale mercificazione dell’esistenza alla quale sono obbligati milioni di donne e di uomini. L’8 marzo, a tutti gli uomini che rifiutano di essere agenti di una violenza sorda e brutale sui loro corpi e che contestano la violenza muta del denaro e della sottomissione, le donne offrono la possibilità di sollevarsi contro lo sfruttamento che rende la vita misera e senza speranza. Lo sciopero delle donne può produrre una frattura che unisce esperienze e condizioni diverse perché a partire da una posizione specifica avanza la pretesa di rifiutare un ordine globale che fa della violenza la sua cifra più riconoscibile e che spaccia la «libertà» di sottomettersi come unico orizzonte di liberazione.

Molte donne dovranno partecipare allo sciopero dell’8 marzo. Molti uomini dovranno rispondere al loro appello, perché l’autonomia delle donne affermata ogni giorno e in ogni luogo è un pezzo essenziale anche della loro libertà. I gruppi di lavoro riuniti il 27 novembre a Roma hanno indicato come misure minime di questa autonomia il salario minimo, il reddito e il permesso di soggiorno europei. Queste misure possono diventare per le donne gli strumenti per sfuggire alla dipendenza da uomini violenti, ma anche per combattere la quotidiana violenza della precarietà e del regime dei confini. Esse sono parte del piano contro la violenza che le donne hanno cominciato a discutere a Roma, ma possono andare oltre la pretesa di un intervento istituzionale e diventare parole d’ordine comuni in funzione di una costante accumulazione di potere.

La sfida che abbiamo di fronte verso l’8 marzo è allora quella di muoverci contemporaneamente su un doppio binario. Dovremo impegnarci nel costruire localmente spazi di organizzazione capaci di sperimentare e catalizzare attorno al progetto dello sciopero i molteplici e dispersi no alle diverse facce della violenza contro le donne. Nello stesso tempo, dovremo consolidare le connessioni transnazionali con tutte e tutti coloro che abbracceranno in Europa e nel mondo la sfida di costruire lo sciopero delle donne. Con questa ambizione, il movimento verso l’8 marzo può dare consistenza al progetto di uno sciopero sociale transnazionale. Le donne sanno che il sociale è uno spazio di lotta e di conflitto che non offre immediatamente alternative pacificate allo stato di cose presenti. Il loro sciopero può allora ridefinire i confini dello sciopero sociale, non solo perché esce dai luoghi di lavoro, ma anche perché mira ad aggredire la gerarchia e l’oppressione che supportano l’ordine della società. Lo sciopero delle donne può essere transnazionale, perché il soggetto che lo realizzerà è globale e perché vuole trasformare le connessioni tra le donne lungo le catene transnazionali della cura e del valore in una forza di sottrazione allo sfruttamento. Per tutte queste ragioni, lo sciopero delle donne può diventare la pratica di una politica femminista: esso è l’occasione per opporsi al neoliberalismo attaccando i suoi nodi patriarcali, per dare alle donne la possibilità di prendere parola in massa, di far valere politicamente la condizione di cui fanno quotidianamente esperienza e di rovesciarla, offrendo così a precari, operai e migranti e a tutti coloro che sono oppressi dallo sfruttamento capitalistico, dentro e fuori i luoghi di lavoro, l’opportunità di affermare a loro volta un potente no. Questa può diventare l’ambizione di una politica femminista senza etichette, senza aggettivi e senza prefissi, ma che permetta di estendere e radicalizzare la rivolta globale delle donne di questo tempo presente.

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