domenica , 29 Marzo 2020
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Nessun pasto è gratis, ovvero…

…di alcune perplessità contabili della serva intorno alla presunta rivoluzione copernicana dell’attuale italico governo

di MAURIZIO FONTANA

Dato che nessun pasto è gratisIn questo finire dell’anno corrente, in conseguenza dei meccanismi innescati dalla legge Fornero del 2012 in relazione alla riforma degli ammortizzatori sociali, decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici ultracinquantenni vengono licenziati in tutto il paese per «non perdere» un anno di mobilità; una quantità, al momento imprecisabile, di crisi aziendali viene risolta mettendo in mobilità, più o meno incentivata, migliaia di dipendenti a prescindere dalla possibilità di raggiungere i requisiti pensionistici, tanto sotto il profilo contributivo quanto sotto quello dell’età anagrafica: tutto questo per non perdere l’opportunità di un anno di indennità dal 30% al 50% inferiore al loro salario contrattuale, ma valido per maturare la copertura pensionistica figurativa.

Una botta di c… che di questi tempi non va sprecata.

Già dallo scorso anno, invece, sempre come conseguenza della legge Fornero, va assumendo dimensioni sempre più rilevanti il fenomeno delle dimissioni volontarie cui viene, per così dire, indotti un numero crescente di dipendenti per non danneggiare i padroni che, ove li licenziassero, dovrebbero pagare all’Inps una penale di circa 240 €, compromettendosi altresì la possibilità di godere di benefici contributivi e/o sgravi fiscali assortiti. La perdita del diritto all’Aspi o alla MiniAspi, con annessi assegni al nucleo familiare da parte di lavoratori e lavoratrici è un incidentale effetto collaterale che, per quanto deprecabile, costituisce il prezzo che qualcuno deve pur pagare, e certamente non possono essere le imprese – fulcro delle ipotesi governative per uscire dalla crisi – a farsene carico.

Il recente contratto a tutele crescenti, ulteriore tipologia di contratto a termine, per quanto miserabilmente dissimulato, introdotta dal decreto delegato del 24 dicembre, dal 1° gennaio 2015 varrà anche per i dipendenti a tempo indeterminato che cambino lavoro: sono mediamente 1.400.000 i passaggi in corso d’anno, una dote che non poteva andare sprecata per lanciare verso mirabili sorti progressive l’ultima tipologia di contratto atipico.

C’è però un ulteriore prezzo da pagare: assumendo che la retribuzione media nel settore privato era nel 2012 di circa 28.000 €, ma che dei circa 14 milioni di dipendenti i due terzi percepivano un compenso lordo tra i 21.000 e i 22.000 €, e ipotizzando che i passaggi coinvolgano maggiormente lavoratori e lavoratrici con paghe più leggere, è lecito presumere una retribuzione media di 16.666 €, corrispondente ai 2/3 di 25.000 € annui, in ragione di 8 mesi medi di attività in corso d’anno, da cui discende una massa salariale di 23.333.000 € sulla quale verranno effettuati sgravi previdenziali per 7 miliardi di euro, vale a dire 5.000 per ciascun lavoratore occupato, a carico della fiscalità generale, per i tre quarti a carico di lavoratori e pensionati.

Restando ancora sul contratto a tutele crescenti, il decreto delegato del 24 dicembre scorso non ipotizza alcuna riduzione dei benefici contributivi utilizzati ove l’azienda licenzi il dipendente nel corso del triennio e, per quanto attiene le imprese al di sotto dei 15 dipendenti, quasi il 90% del totale, prevede un indennizzo economico corrispondente sostanzialmente a 2 mensilità per anno di occupazione. Tornando all’ipotesi dei 25.000 € annui di retribuzione, con uno sgravio contributivo di 7.500 € a fronte di un indennizzo di 4.160 € per ciascun anno di attività, ne discende comunque un risparmio aziendale di 3.340 € annue per ciascun dipendente.

Per quanto poi attiene al lavoro precario, intermittente, frammentato al di fuori delle svariate ipotesi atipiche di subordinazione, Dis-Coll del decreto delegato e nuovo regime dei minimi della legge di stabilità sono difficilmente commentabili senza ricorrere a quantità smodate di turpiloquio che l’oltraggioso esibito dileggio governativo, manifestato nei confronti di questi soggetti, non può non indurre.

Ciò non di meno, non ci si può per intanto esimere dal constatare che il cosiddetto nuovo ammortizzatore universale, articolato già in prima istanza in tre diverse tipologie tra Naspi, Asdi e Dis-Coll, tutto potrà essere, ma certamente non c’entra con qualsivoglia declinazione di reddito garantito incondizionato o minimo che sia; soprattutto, gli stanziamenti economici ipotizzati sono ampiamente risibili e i limiti temporali ed economici posti in particolare per Asdi e Dis-Coll ne inficiano pesantemente una significativa effettualità anche a breve termine.

Il sedicente provvisorio testo licenziato dal governo sembra scritto in piedi, nei corridoi ministeriali, con il contributo creativo di tutti quelli di passaggio, purché non collegabili a organizzazioni rappresentative di lavoratori e lavoratrici più o meno concertative, ovvero, dio non voglia, financo conflittuali. Insomma, è un testo scritto pour parler, ma che intanto dà già un’agghiacciante anticipazione della congerie di disposizioni amministrative che soverchieranno, nella loro ricerca di lavoro e reddito, milioni di uomini e donne, disoccupate e sottoccupati, giovani e anziani, il cui numero la già innescata e progressiva estinzione di mobilità, in assoluto, e cassa integrazione nella sua formulazione provvisoriamente vigente, andrà ad accrescere ulteriormente.

Intanto, di riduzione della congerie di contratti atipici non si vede traccia, mentre prosegue la contrazione delle collaborazioni a progetto indotta peraltro dalla legge Fornero e resta del tutto aperta la questione delle partite Iva e delle nuove professioni: queste ultime vengono investite, piuttosto, dal nuovo regime dei minimi, decisamente meno favorevole del precedente al 5% per 5 anni o fino ai 35 anni di età, fortunatamente mantenibile per chi vi sia già iscritto.

Dal 1° gennaio 2015, il passaggio a un’aliquota fiscale del 15%, senza più scadenza temporale predefinita, calcolata su basi imponibili articolate per settore di attività, configura un aumento secco dell’imposizione e lascia irrisolta la questione previdenziale, con l’aggravante dell’aumento dell’aliquota per gli iscritti alla Gestione Separata dell’Inps, di oltre l’8% superiore a quella prevista per i lavoratori autonomi delle classiche gestioni Artigiani e Commercianti.

Come a dire, quelli che hanno già le loro consolidate organizzazioni rappresentative ampiamente concertanti, e certamente non confondibili con alcune di quelle del lavoro dipendente, non pagano pegno alla furia riformatrice del ceto politico, sedicente innovatore, che procede verbosamente verso magnifiche e progressive sorti. Del luminoso sindacato confindustriale, infine, tacciamo, data la solare limpidezza governativa del suo agire.

 

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