Un candidato per la creative class o un presidente per le classi più frustrate
di ALTERNATOR
Ripubblichiamo dal sito della Transnational Social Strike Platform la seconda parte di un’analisi più ampia prodotta dal collettivo rumeno “Alternator” sulle recenti elezioni presidenziali nel Paese e sul contesto sociale e politico in cui si sono svolte. Contro il monopolio del linguaggio antisistema che non fa altro che rafforzare le gerarchie, dobbiamo rivendicare la classe non come identità, ma come forza politica transnazionale. Ciò che emerge è la necessità di alleanze strategiche, oggi fondamentali per creare un nuovo vocabolario che contribuisca a rafforzare le nostre lotte in materia di abitare, lavoro, migrazione e clima.
Bucharest, 2011 – Durante una manifestazione contro i numerosi progetti di speculazione immobiliare che stanno stravolgendo il centro storico, un poliziotto cerca di identificare uno dei manifestanti. Nel tentativo di caricarlo su una camionetta e di portarlo in centrale, nasce un alterco, che si risolve grazie all’intervento di un secondo dimostrante che riesce a persuadere l’agente a non effettuare l’identificazione. Il primo manifestante è George Simion, il secondo Nicușor Dan.
I due candidati, che si sono sfidati alle elezioni del 18 maggio scorso, hanno avuto nel corso della loro ascesa politica un percorso e delle posizioni radicalmente differenti. George Simion iniziò la sua attività politica nelle curve dello stadio, dove partecipò alla creazione di gruppi di estrema destra come Honor et patria e Uniţi sub tricolor, divenendo poi un esponente di spicco del movimento unionista per l’annessione della Moldavia alla Romania. George Simion si candiderà come indipendente nel 2019, e qualche mese più tardi fonderà il partito sovranista AUR. Nicușor Dan, enfant prodige della matematica, studia a Parigi e, tornato in patria alla fine degli anni ‘90 con un dottorato universitario, inizia a condurre l’Asociația Salvați Bucureștiul, organizzazione nata con l’obiettivo di proteggere il patrimonio edilizio e le zone verdi della capitale contro le speculazioni immobiliari del periodo. Il futuro presidente della Romania si candiderà per la prima volta come indipendente alle comunali di Bucharest nel 2012, elezioni nelle quali sarà supportato con entusiasmo dallo stesso George Simion.
Le due traiettorie, apparentemente opposte, si sono intersecate in un determinato momento (non solo davanti ad una camionetta delle forze dell’ordine) e hanno lo stesso punto di arrivo: l’ingresso nella scena politica come candidati indipendenti e anti-sistema.
Entrambi i candidati forgeranno la propria identità politica attraverso movimenti sociali extra-istituzionali, entrambi si opporranno direttamente ad un determinato status quo eretto dai partiti tradizionali emersi dopo il Crollo del Muro. Partiti tradizionali che dalla crisi del 2008 attraversano una crisi di rappresentanza destinata ad acuirsi. Entrambi i candidati, infine, riusciranno a catalizzare due anime del paese figlie entrambe di 30 anni di integrazione europea.
Da un a parte vediamo una Romania impoverita, che non ha beneficiato sufficientemente dell’integrazione europea, una Romania in diaspora, frustrata nelle sue aspirazioni e orfana di un’identità nazionale. Abbiamo parlato a questo proposito di una “promessa mancata” da parte dell’Occidente. Dalla parte opposta emerge una Romania (e in una certa misura una classe sociale), soprattutto urbana (della capitale ma non solo), che di quella promessa vive e
beneficia, o di cui comunque non può fare a meno. Una Romania che riesce ad identificarsi, senza sentirsi tradita, negli ideali occidentali.
Parleremo allora di una Romania “cu 2 viteze” (a due velocità). Partire dal background dei due candidati non vuole essere un’operazione di sterile accanimento biografico su alcuni protagonisti di un ciclo elettorale ormai concluso, e quindi di storia passata. I due candidati, con la loro parabola, hanno infatti portato in superficie un movimento tettonico latente, da lungo tempo in atto, anche se attutito o dissimulato dai bizantinismi dei partiti tradizionali. Come abbiamo sottolineato nel precedente articolo, un nuovo polarismo si è affermato in Romania, e se il nostro discorso parte da una riflessione locale, esso deve esser letto con respiro continentale, dal momento che la parabola rumena non si discosta eccessivamente da quella di molti altri contesti in Europa.
Coni d’ombra e rossobrunismo
Novembre 2019, Transilvania meridionale, George Simeon visita gli stabilimenti di lavorazione del legno dei gruppi austriaci Schweighofer e Kronospan, nei dintorni di Sebeș. Parlando con un’ambientalista locale, l’allora candidato indipendente critica aspramente lo sfruttamento di materie prime del territorio a beneficio esclusivo di una multinazionale occidentale, nonché i rischi alla salute provocati dalla produzione massiccia di formaldeide “Ei ne taie pădurile, ne lasă în loc cancerul” (ci tagliano le foreste e ci lasciano il cancro).
Entrambi i gruppi industriali sono stati più volte al centro di diversi scandali legati a pratiche poco trasparenti nello sfruttamento del territorio. Come nel 2015 quando si appurò la disponibilità da parte del gruppo Schweighofer di acquistare legno tagliato illegalmente, attività praticata sistematicamente in Romania dalla potente “Mafia del legno”. O come quando lo stesso gruppo minacciò di chiudere gli stabilimenti qualora si fosse inasprito il codice di sfruttamento del patrimonio boschivo del paese. In questo contesto si sono rafforzati nel corso degli anni i legami tra la guardia forestale e i trafficanti di legna, legami che solo occasionalmente sono arrivati in tribunale. Secondo statistiche ufficiali, solo negli ultimi 5 anni 6 guardie forestali sono state uccise, a ciò si sommano gli oltre 650 (o addirittura 700) casi di aggressione fisica, minacce e furto di armi.
Nel 2023 AUR organizza una protesta davanti agli stabilimenti austriaci in nome della sovranità nazionale, tra i cori più frequenti si ascolta “afara cu mafia din tara” (fuori la mafia dal paese).
Alla manifestazione parteciperanno diversi gruppi apertamente fascisti e la bandiera più frequente sarà il tricolore con una croce al centro con scritto “Credinţa, Familia, Naţiunea şi Libertatea”.
Agosto 2024, George Simeon visita la miniera di carbone di Livezeni nella valle del Jiu, parlando con i minatori il leader del partito AUR critica la decisione europea di chiudere le miniere di carbone della regione e promette che sotto il suo mandato l’estrazione verrà riavviata e riportata a regime.
La chiusura delle miniere, decisa nel 1997, ha dato inizio ad un lungo processo di dismissione ancora in atto e tutt’altro che chiaro nelle tempistiche, nonostante i costanti fondi statali ed europei stanziati per promuovere una riconversione della produzione locale e spesso spariti nel nulla, da anni gran parte degli abitanti della regione vive in uno stato di precarietà e di incertezza del futuro.
La Valle del Jiu è un luogo di enorme valenza simbolica nel contesto Rumeno. Cuore pulsante del settore estrattivo nazionale, incarnò durante il periodo ceaușista il modello di società operaia ideale. I minatori della valle del Jiu furono anche i protagonisti di mastodontiche mobilitazioni sia ricordate come importanti momenti di lotta, come lo sciopero del 1977, sia di mobilitazioni controverse e reazionarie, come le Mineriadi che si susseguirono nel corso degli anni ‘90. Dall’inizio della dismissione del 1997, la regione è divenuta il simbolo della rovinosa deindustrializzazione post-comunista, divenendo una delle regioni più povere del paese.
Il 4 maggio durante il primo turno delle elezioni presidenziali, nella Valle del Jiu (distretto di Hunedoara) George Simeon è risultato il primo candidato con oltre il 44% dei voti.
Novembre 2024, Germania, in piena campagna elettorale George Simeon visita la comunità rumena nei pressi della miniera di lignite di Garzweiler, nella Renania Settentrionale. Dopo aver sottolineato che lo stato tedesco mantiene aperta un’enorme miniera di superficie mentre in Romania l’estrazione dello stesso prodotto è stata bloccata, il leader di AUR lascia la parola ad un minatore locale che lamenta le condizioni di marginalità in cui si trova in quanto rumeno.
Secondo le stime ufficiali tra i 3,1 milioni (secondo l’Eurostat) e i 6 milioni di Rumeni vivono all’estero, “in diaspora” (soprattutto in Italia, Spagna, UK e Germania). Ciò rappresenta la più alta percentuale di cittadini europei impiegati all’estero.
Molti parlano senza accento la lingua del nuovo paese di residenza, dove sono stati scolarizzati i loro figli, che spesso parlano il Rumeno solo come seconda lingua. Nonostante ciò molto spesso i Rumeni in diaspora restano inseriti in un contesto di razzismo sistemico e in condizioni lavorative, certo meglio pagate che in Romania, ma in ogni caso spesso precarie o considerate marginali: edilizia, lavori di cura, stagionali nel settore dell’agroindustria…
Nel primo turno delle presidenziali del 2025 il 61% dei Rumeni in diaspora ha votato per Simeon, la percentuale raggiunge quasi il 75% nei paesi con le comunità maggiori (Italia e Spagna).
Nel corso del 2023 e del 2024 la Romania viene attraversato a più riprese da convogli con le insegne gialle accese di AUR sulle fiancate. I camion sono pieni di attrezzature mediche acquistate tramite fondi di partito e donazioni, si parla di un investimento di un milione di euro. Il convoglio attraversa zone del paese coperte dal sistema sanitario nazionale in modo precario e insufficiente, mettendo a disposizione personale medico qualificato e la possibilità di effettuare analisi e controlli che, seguendo l’iter standard, richiederebbero mesi di attesa e spostamenti su lunghe distanze. Ciò si verifica in un paese, la Romania, che secondo l’Eurostat ha avuto il più alto tasso di mortalità del blocco UE sia per malattie prevenibili sia per malattie trattabili.
Tra il 2023 e il 2024 la carovana AUR avrebbe attraversato oltre 110 località effettuando prestazioni per oltre 20,000 pazienti.
Il partito AUR nasce nel 2019 inglobando in sé una moltitudine di gruppi, attori e reti più o meno informali, che operavano in un ampio spettro di questioni sociali: dalla difesa del territorio al welfare. AUR è stato in grado di fare proprie numerose istanze tradizionalmente di sinistra e utilizzarle per legittimare la propria narrazione sovranista e iper-nazionalista. Il problema quindi è che, nel cono d’ombra dell’integrazione europea, a dare voce ad una moltitudine di istanze che dovrebbero esser battaglie di classe, vi sia al momento un partito ultranazionalista, fascista e omofobo.
Il partito è anche stato in grado di impugnare il tema della corruzione (elemento chiave di ogni discorso politico nel contesto rumeno), ma invertendo i rapporti, uscendo dalla retorica neoliberista, e reinterpretandola come un morbo esterno inoculato in Romania dal corrotto Occidente (“fuori la mafia dal paese”). In questa dinamica, come si è ripetuto nel precedente articolo, emerge l’incapacità da parte del movimento, in Romania e in Europa, di ricostruire un discorso nostro e politico sulle questioni di disparità economiche e di potere inglobate e
depoliticizzate dal termine “corruzione”.
Un candidato per la creative class
“Bucharest è una città florida con un aspetto orribile”
“L’amministrazione cittadina è come una grande impresa che deve offrire un servizio; questa grande impresa deve agire seguendo determinate regole”
Nicușor Dan, Hotnews 2012
“Noi abbiamo intrapreso un percorso finalizzato ad un’idea di sviluppo che stimoli il potenziale di Bucharest: il settore IT, le industrie creative, una città respirabile con un raccordo anulare, incentivi per il trasporto pubblico e limiti allo sviluppo edilizio incontrollato”
Nicușor Dan, RFI Romania 2015
Le due interviste, realizzate rispettivamente nel 2012 e nel 2015, non furono rilasciate da Richard Florda, ma bensì da un uomo con un maglione sgualcito e la barba trascurata. In quegli anni, come presidente della ONG Asociația Salvați Bucureștiul, Nicușor Dan organizzò oltre 400 cause contro l’amministrazione cittadina e contro diversi speculatori immobiliari, vincendone una parte significativa. Queste azioni legali si opponevano alle demolizioni illegali di palazzi storici, all’innalzamento di edifici senza regolamentazione e alla cementificazione degli spazi verdi. Il movimento di Dan prese forma tra le aule di tribunale e i comitati di pianificazione urbana. Il nucleo del suo elettorato, inizialmente, era composto da architetti, accademici, lavoratori di ONG e altri professionisti, tutti promotori della difesa del “bene pubblico” attraverso strumenti legali e provvedimenti amministrativi. Ciò riflette una posizione di classe: si trattava di una cittadinanza che aveva gli strumenti e le
competenze per agire con le istituzioni e con il sistema, anche se criticamente.
Un sindaco per una metropoli della classe media o per meglio dire Tecnocrazia come politica di classe
Le politiche di Nicușor Dan come sindaco di Bucharest (con il primo mandato tra il 2020 e il 2024 e con il secondo cominciato nel 2024 prima che entrasse in lizza per la Presidenza dello stato) servirono in primo luogo gli interessi e l’immaginario politico della classe media urbana: educata, istruita, tendenzialmente liberale e orientata verso i valori occidentali. La legittimità di Dan all’interno dell’elettorato urbano, derivò da una visione ideologica comune strutturata intorno alle idee di trasparenza, ordine e di professionalismo apolitico. La sua base elettorale voleva una città più pulita, un servizio pubblico affidabile, il rispetto dei piani regolatori e un sindaco più simile ad un “manager urbano” che ad un politico. Le sue politiche ignorarono o marginalizzarono ulteriormente i segmenti più svantaggiati, in particolar modo gli individui che vivevano in insediamenti informali o in residenze pubbliche senza un contratto di proprietà regolare. Non furono lanciate iniziative di rilievo per incentivare l’edilizia pubblica e il diritto all’abitare, nonostante gli affitti astronomici e il numero sempre maggiore di sfratti. Nonostante il costante aumento dei prezzi in quartieri tradizionalmente popolari, non vi era alcun riconoscimento delle dinamiche di gentrificazione e di espulsione dei ceti a basso reddito.
Il mandato di Nicușor Dan fu scandito in un linguaggio tecnico e incolore: “modernizzare la rete termica della città”, “digitalizzare il sistema di pianificazione urbana”, “ridurre il debito”. Tuttavia noi sappiamo che la Tecnocrazia non è neutra, ma riflette e riproduce gli interessi di chi è già integrato nel sistema di potere. In sostanza il suo mandato incarnò una tecnocrazia evidentemente di classe. Sotto l’apparenza di un approccio professionale e neutro, si consolidarono gli interessi di una determinata classe urbana in difesa della proprietà privata, della legalità e di una determinata idea di rispettabilità istituzionale. L’amministrazione escluse, o nel migliore dei casi ignorò, le classi marginalizzate, i lavoratori informali, i precari della città, che restarono invisibili alle logiche di modernizzazione. La Bucharest di Dan non è stata reimmaginata, è stata “gestita”. Le disuguaglianze non sono state affrontate, ma, nel migliore dei casi, amministrate burocraticamente. Le contraddizioni non sono state gestite sul piano politico, ma proceduralizzate e invisibilizzate.
Bucharest, 14 Maggio 2025 – Dibattito televisivo negli studi di Romania TV
Alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenziali del 2025, Nicușor Dan participò ad un dibattito televisivo organizzato da Romania TV. George Simion rifiutò di presentarsi, lasciando una poltrona vuota a fianco a Dan. Durante il dibattito, il candidato pro-Europa affrontò alcune delle principali questioni nazionali: il controllo fiscale, l’indipendenza dell’organo giudiziario e l’allineamento pro-Europa della Romania. Dan consolidò il proprio discorso con dovizia di dati e statistiche, proponendo disegni di legge dettagliati, puntando proprio quell’elettorato urbano e middle class che pone come priorità la stabilità economica e l’integrazione con le istituzioni occidentali.
L’immagine di Dan parlando con tono pacato e professionale a fianco ad una sedia vuota divenne iconica. Simion rifiutò di partecipare alla maggior parte dei dibattiti televisivi, mentre la presenza di Dan riscuoteva consenso nell’elettorato più interessato al suo approccio manageriale.
La scena mediatica nel complesso rispecchiò un terreno di confronto fortemente sbilanciato. Nicușor Dan beneficiò di un vasto supporto da parte di una diffusa coalizione di testate mainstream, che, anche se non lo appoggiavano apertamente, condividevano il suo linguaggio tecnocratico-liberale, criticando al contempo George Simion. Quest’ultimo, al contrario, si appoggiò quasi esclusivamente ad un unico canale televisivo – Realitatea
Plus – che divenne la principale cassa di risonanza per la sua retorica nazionalista e anti-sistema. In quest’ottica possiamo affermare che, in una prospettiva di classe la scena mediatica stessa divenne un campo di battaglia, rivelando non solo il controllo dell’informazione, ma anche il filtro attraverso il quale un determinato discorso è accettato come legittimo e centrale e quale è relegato a semplice interferenza marginale.
Prima settimana di sogno europeo
Romania, Maggio 2025 – Il 19 Maggio, Nicușor Dan vinceva le elezioni presidenziali. Le cosiddette forze pro-Europa erano giubilanti, interpretando il fatto come una vittoria della democrazia contro la minaccia nazionalista. Pochi giorni dopo, il 26 Maggio, Nicușor Dan faceva giuramento e cominciava il suo mandato, dimostrando cosa implica concretamente questa democrazia salvata in extremis. La sua prima settimana di mandato ha condensato non solo la sua linea politica, ma soprattutto i limiti e il vero volto di questa democrazia.
-Prima preoccupazione dell’appena eletto presidente: il deficit di bilancio – motivo per il quale, dal primo giorno di mandato, organizza una tavola rotonda con esperti finanziari del settore pubblico e privato al fine di studiare un piano per la riduzione del deficit. In altre parole: austerity.
-Rassicura prima il segretario generale della NATO confermando la volontà della Romania di incrementare la spesa militare e successivamente il Presidente Trump ribadendo la fiducia che nutre il paese negli Stati Uniti.
-In contemporanea con uno dei più brutali attacchi alla popolazione civile di Gaza, rispondendo ad un messaggio di congratulazioni ricevuto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ribadisce l’intenzione di proseguire “l’amicizia storica tra i due paesi (Israele e Romania)” e il suo impegno a rafforzare le relazioni bilaterali in merito a tecnologia, educazione, cultura e tutela della memoria storica.
– Viaggia in Polonia, dove, nel contesto delle elezioni presidenziali polacche, offre il proprio supporto al candidato pro-austerity Rafał Trzaskowskite. Successivamente incontra il primo ministro Donald Tusk, il quale ha appena firmato una lettera (promossa dal governo Meloni) nella quale si richiede una modifica della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in quanto la Convenzione impedisce l’espulsione di rifugiati, migranti e persone senza documenti.
-Sempre a Varsavia, il presidente Dan visita il centro operativo di FRONTEX, in questa occasione ringrazierà gli impiegati rumeni che lavorano nell’agenzia per la loro “professionalità”. Come sarcasticamente sottolineato dai nostri amici di urzica, una professionalità, quella di FRONTEX, significativa “per il suo contributo
nell’aumentare il numero di morti nel Mediterraneo”.
Queste sono le linee guida che il salvatore della democrazia in Romania sta abbozzando, esse mettono in luce i limiti angusti del liberal consensus su cui è fondata la democrazia in Europa… e le sue cupe prospettive. Se potessimo chiedere alle forze pro-Europa le ragioni del loro giubilio, saremmo costretti ad ammettere che queste ragioni sono, nella loro natura e nella pratica, non-democratiche. Ma d’altro canto, queste domande non possono essere poste.
Lo stato dell’arte è che c’è una guerra latente, una frattura trasversale sfruttata da due attori che non ci piacciono. E la misura del successo di questi due blocchi è dipesa dalla loro capacità di superare il loro elettorato tradizionale, cannibalizzando il discorso di classe. Vuoi che si tratti di tematiche anticoloniali, politiche di welfare e ambiente da parte del fascismo, vuoi che si tratti di antiautoritarismo e diritti delle minoranze da parte del neoliberalismo.
Come sempre, non ci resta che riunire i punti e ricostruire un discorso nostro.