∫connessioni precarie

Integrazione europea e altre fata morgana

Condividiamo in traduzione italiana la prima parte di un contributo del collettivo rumeno Alternator sulle ultime elezioni presidenziali in Romania, pubblicato in inglese sul sito della Piattaforma Transnational Social Strike. Il 18 maggio, il candidato europeista Nicuşor Dan ha sconfitto il suo concorrente fascista, filorusso e trumpista Georgie Simion. Nonostante le diverse posizioni geopolitiche, la vittoria di Dan rappresenta un’altra faccia del militarismo europeo: un ruolo forte della NATO, un sostegno incondizionato alla guerra, un aumento delle spese militari e maggiori misure di austerità. Le elezioni hanno messo in luce le contraddizioni legate a quasi vent’anni di privatizzazioni e politiche neoliberiste, legittimate da una “narrativa europeista” che chiede sacrifici in cambio della promessa di prosperità futura. Come sostenuto nel testo, questa promessa occidentale di integrazione e progresso è ora fallita e ha aperto la strada alla propaganda nazionalista e fascista.

Le elezioni rumene mostrano la natura inaccettabile dell’alternativa tra le politiche neoliberali pro-europee e il nazionalismo fascista, che si rafforzano a vicenda. L’Europa in guerra sta portando in superficie tutte le contraddizioni dell’integrazione dei Paesi dell’Europa orientale, un’integrazione condotta secondo principi neoliberali che hanno rafforzato lo sfruttamento capitalistico e le divisioni e disuguaglianze razziste, patriarcali e geografiche. In questa Terza guerra mondiale, il militarismo e l’austerità economica sono due manifestazioni della guerra in corso per il controllo del conflitto sociale e l’imposizione di una pace sociale. Dobbiamo rifiutare queste alternative imposte e trovare nuovi modi per lottare a livello transnazionale per la nostra parte, contro la violenza e lo sfruttamento.

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8 dicembre 2024, isola artificiale di Yas, Gran premio di Abu Dhabi. Ad assistere all’ultima gara del campionato di Formula 1, tra gli spettatori, vi è anche Gabriel Vlase, dirigente del SIE (Serviciul de Informații Externe) uno dei più importanti organi del Consiglio Supremo di Difesa del Paese in Romania.

Negli stessi giorni lo Stato attraversava uno dei più controversi momenti della sua storia recente. Il 6 dicembre la Corte Costituzionale annullava il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali tenutesi due settimane prima, nelle quali Călin Georgescu, un candidato fino ad allora assolutamente sconosciuto, aveva vinto in modo schiacciante, cogliendo di sorpresa i principali organi di stato (compreso il SIE). A motivazione del provvedimento eccezionale vi erano le presunte ingerenze straniere nel processo elettorale (alludendo a interferenze russe). Conseguentemente, Călin Georgescu fu escluso dalla successiva tornata elettorale, tenutasi nel maggio di quest’anno. A farsi promotore delle sue posizioni, sovraniste e fasciste, è stato George Simion, leader del principale partito antisistema del paese (AUR).

Sconfitto nelle successive elezioni del 18 maggio, George Simion ha contestato il risultato presentando alla Corte Costituzionale un ricorso simile a quello formulato dalle forze pro-europee alcuni mesi prima, invocando questa volta presunte interferenze nelle elezioni da parte della Francia e della Moldavia. Ritenuto infondato, il ricorso è stato respinto. Le prove fornite in entrambi i casi dalla Corte Cosituzionale e dalle altre istituzioni statali (tra cui il SIE) sono risultate inconcludenti. Nonostante questo fallimento su tutta la linea degli organi statali, i cosiddetti simpatizzanti pro-democratici hanno elogiato in entrambi i casi la decisione, vista come un trionfo della democrazia. Questo breve riassunto delle ultime due elezioni mostra la pressione a cui sono state sottoposte le istituzioni statali nel sostenere, con la loro apparente imparzialità, uno o l’altro tra i candidati. Gli organi statali hanno difeso il sistema, ma si trovano ora ad attraversare la più grave crisi di credibilità dai tempi del Crollo del Muro, e il fascismo, costretto nel presente a fare un passo indietro, potrà sfruttare questa fragilità istituzionale in un futuro molto prossimo.

Alla luce di quanto detto, la domanda logica è: che status quo è stato difeso dal sistema? In sostanza: chi ha vinto le elezioni?

Altri 5 anni di canto del cigno, raschiando il fondo del barile

“Sosterremo alcune spese che ovviamente in un mondo ideale sarebbero assurde, ma sosterremo queste spese proprio per scoraggiare una guerra.”
 (Posizione di Nicuşor Dan rispetto alle spese militari)

“Apprezzo sinceramente il suo messaggio e do grande valore al profondo legame di amicizia storica che lega la Romania a Israele. Vi garantisco il mio impegno nel consolidare le relazioni tra le nostre nazioni.”
(Risposta di Nicuşor Dan al presidente israeliano Benjamin Netanyahu)

Con Nicuşor Dan, ha vinto semplicemente un’altra faccia del militarismo europeo. Entrambi i candidati rivendicavano un ruolo forte della NATO, l’aumento delle spese e della produzione militare. Se da un lato l’europeista Dan rivendicava una Romania integrata in un sistema di difesa europeo non disposto a sacrificare il fronte ucraino, e promotore di una linea dura con la Russia, dalla parte opposta, il candidato fascista George Simion sosteneva una linea più allineata con la retorica statunitense, disposta a sacrificare il fronte ucraino pur di mantenere un dialogo aperto con a Russia. Lo scontro elettorale della settimana scorsa ha nuovamente messo in luce la crisi del blocco NATO, diviso tra una linea europeista e una linea MAGA legata alla geopolitica statunitense. Nonostante queste differenze nessuna posizione sfugge al mantra militarista: entrambi i candidati impugnavano la retorica della pace, ma in nome della pace erano pronti alla guerra.

Entrambi i candidati quindi sostengono il militarismo, e anche a livello economico si sono fatti promotori di politiche di austerità impattanti. Dove la retorica di Nicuşor Dan si è distanziata radicalmente è stato nella sua difesa a oltranza dei “valori europei” e dell’allineamento economico politico con l’Europa Occidentale.

La vittoria in extremis dell’Europeismo, tuttavia, non deve essere letta come “una nuova speranza” (in Romania negli ultimi decenni le “nuove speranze” si sono sempre tradotte in ondate neoliberali) quanto piuttosto come il canto del cigno di un sistema pericolante (quello rumeno) e di una narrazione esaurita e ormai ridotta a una carcassa vuota (quella europeista).

Se da un lato il discorso di Dan si limita a riattizzare le ultime braci di un europeismo agonizzante, dall’altro la sua linea politica non risolve (non può e non vuole risolvere) le contraddizioni che hanno creato il fenomeno Georgescu. La rabbia accumulata, così ben intercettata dalla destra in questi anni, non è scomparsa come neve al sole dopo l’ultima tornata elettorale. Vale quindi la pena interrogarsi sulle contraddizioni che alimentano il fascismo, e molte di esse hanno origine proprio in seno alla narrazione europea.

Europa tra promesse infrante e nazionalismo ferito

Se è vero che la Romania, come altre nazioni dell’Europa orientale, è stata plasmata da più di quarant’anni di socialismo, è anche vero che la società ha vissuto 18 anni di Unione Europea e un processo di integrazione avviato già a partire dagli anni ‘90. Possiamo quindi parlare di una “narrazione europeista”, che da più di trent’anni dipinge l’Occidente come l’orizzonte verso cui tendere, il luogo di prosperità e civiltà di cui abbracciare acriticamente gli ideali (sociali ed economici).

Dopo la caduta di Ceaușescu, il cammino verso l’Occidente ha richiesto un prezzo molto alto. Infrastrutture e settori industriali interi sono stati smembrati nel giro di pochi anni. Le politiche anticorruzione promosse dal Fondo Monetario e dall’Unione Europea (come passi necessari per l’integrazione) hanno giustificato l’apertura del mercato e la privatizzazione di numerosi settori del welfare. In poche parole l’economia e la società sono state investite da possenti ondate neoliberali che hanno contribuito ad acuire una situazione di estrema precarietà per un’ampia parte della popolazione.

A legittimare questi sacrifici, come si è detto, vi era la promessa di prosperità legata all’ingresso in Europa. A questo proposito nel corso degli anni, per descrivere il processo di integrazione, si sono utilizzate le metafore più disparate. L’integrazione come “il ritorno a casa dei figli perduti nel focolare familiare”, metafora tramite la quale i paesi orientali erano rappresentati come bambini tenuti a diventare “maturi”. L’integrazione come “un viaggio”, come treno in partenza che le nazioni balcaniche, ritardatarie, devono affrettarsi a prendere finché vi è tempo.

Vittima di questa narrazione, almeno nel contesto rumeno, è stato l’orgoglio nazionale, esaltato fino all’esasperazione negli anni di Ceausescu e tutto a un tratto divenuto obsoleto e anacronistico, un’identità (quella rumena) legata all’incubo comunista, di cui disfarsi in nome di ideali (quelli occidentali) a 360 gradi migliori. Da una parte vi era quindi una fantomatica “eredità balcanica” incivile, corrotta e barbara e dall’altro la possibilità di “divenire Occidente”. Interessante lo slogan ripetuto allo sfinimento ancora oggi: “vreau O Țară ca Afară”, letteralmente “voglio una nazione come all’estero”, nel senso di Occidente.

In questo senso l’ingresso della Romania nella NATO nel 2004 e nell’UE nel 2007 sono stati visti come coronamento di un sogno da lungo perseguito. Non è l’obiettivo di questo articolo giudicare in che misura gli ultimi decenni abbiano costituito un miglioramento, in che misura un peggioramento, e nemmeno risulta utile perdersi in sterili nostalgismi. Il punto che ci interessa è che questa narrazione europeista è fallita e che la promessa che veicolava è mancata. Se l’Europa Occidentale, dagli anni ‘90 in poi, ha potuto beneficiare di nuovi mercati aperti e vulnerabili, di materie prime e di manodopera a basso costo, dopo anni di integrazione la Romania continua a essere “periferia”, un paese di seconda mano all’interno dell’Unione. A giustificare il fallimento (o per i più ottimisti il semplice ritardo) del processo di integrazione, si è sempre estratto dal cilindro il concetto di “corruzione”, parola tanto utilizzata quanto svuotata di senso.

Europa: stratificazione dello spazio e corruzione

Fin dalla caduta (o meglio: dalla sconfitta) del regime di Ceaușescu nel 1989, la corruzione è sempre stata impiegata come arma ideologica per introdurre politiche di privatizzazione e smantellare i residui dello stato socialista. Ancora oggi, durante la campagna presidenziale, Nicuşor Dan ha sfoderato il concetto di lotta alla “corruzione”. Il suo obiettivo, sebbene presentato in termini di efficienza e trasparenza, è imporre in modo sempre più deciso uno stile di governo di tipo aziendale. Parallelamente, l’estrema destra di Simion vuole in sostanza la stessa cosa: austerità in uno Stato guidato dagli interessi del capitale.

La vera novità sta nel modo in cui l’estrema destra nel corso degli anni è stata in grado di reinterpretare il concetto di “corruzione”. Essa viene descritta piuttosto come un morbo straniero inoculato da “un’Europa infetta” nel corpo e nell’anima della nazione romena. Seguendo questa linea, l’estrema destra attinge dal vasto repertorio ideologico del fascismo rumeno degli anni ‘30, che parlava in modo simile della necessità di purificare la nazione da una minaccia impura ed esterna – allora il capro espiatorio era “il Giudaismo”. Simion attacca la classe dirigente, che lui definisce “il sistema”, che trae profitto dall’assetto economico imposto da Bruxelles. Deridendo l’atteggiamento servile dei politici romeni, sostiene che solo un ritorno ai vecchi valori originali – ortodossia, valori patriarcali e nazionalismo – possa portare ad un cambiamento.

La natura neoliberale del progetto europeo, che ha consentito l’accumulo di potere e ricchezza in cerchie ristrette e che legittima il funzionamento dell’Europa come spazio stratificato, alimenta il discorso dell’estrema destra. Che poi in Romania questa risposta venga articolata attorno alla corruzione è una questione di tattica politica e riguarda il carattere – quasi sacro – che il termine ha acquisito dalla sua introduzione in Europa orientale da parte del FMI e della Banca Mondiale. Le disuguaglianze economiche e di potere proprie del capitale e dell’Europa (chiamatele “corruzione” se volete), in primo luogo devono essere attaccate a livello politico: approcci legalitaristi, culturalisti o moralisti sono solo fumo negli occhi. In secondo luogo devono essere lette in quanto problemi internazionali, non locali o specifici di una “nazione corrotta”. Non voler comprendere questi passaggi significa continuare a dare forza a due miraggi entrambi inesistenti, entrambi tossici: quello di un Occidente ideale e perfetto verso cui tendere (secondo la logica neoliberista) o quello di un passato ideale e perfetto verso cui tornare (secondo il fascismo).

Tirando le somme

Il miraggio dell’Occidente sta svanendo in Romania e qualunque Nicuşor Dan in questo momento deve fare i conti con questa promessa non mantenuta. È in corso una crisi economica che sta falcidiando la classe media, a cui si sommano misure di austerità e il rischio di un’imminente fase di recessione. Si aggiunge a ciò il timore di una guerra che vuoi o non vuoi è percepita come legata agli interessi NATO ed europei, una guerra in ogni caso non percepita come utile alla Romania, ma di cui la Romania dovrà pagare il prezzo trovandosi in una zona di frontiera.

Molti rumeni vivono nella consapevolezza di stare da decenni nella sala d’aspetto dell’Occidente. Questa condizione liminale è sempre più percepita non come transitoria ma come strutturale dell’ordine europeo. In Romania buona parte dell’opposizione al fascismo si è sforzata di ribadire quanto utile sia stata l’integrazione europea e quante garanzie di protezione possa offrire la NATO. Il problema è che ci troviamo nel bel mezzo di una crisi politica, economica e sociale e sappiamo bene che, quando la casa è in fiamme, esortare una persona a non lamentarsi dei problemi del presente, perché non si rende conto di quanto meglio sia la situazione rispetto al passato, è una pessima strategia.

In poche parole, come in tutta Europa d’altronde, la destra riempie grandi buchi lasciati dalla sinistra. La particolarità, forse, della destra in Romania rispetto all’Europa Occidentale è che ha modo di fiorire negli angoli ciechi lasciati da questa narrazione fallita e di capitalizzare un discorso anticoloniale o almeno critico nei confronti dell’Europa che finora purtroppo la sinistra non è riuscita a fare suo.

Tra Scilla e Cariddi

In questo momento ci troviamo schiacciati tra due forze, il neoliberalismo da un lato e il fascismo dall’altro. L’aspetto più inquietante è che sembra replicarsi, con le dovute differenze, un contesto analogo al periodo interbellico: quando le istituzioni statali di un regime sempre più repressivo e screditato furono corrose e infine sconfitte dal movimento fascista, che raggiunse il potere condannando la corruzione di un sistema asservito agli interessi stranieri e rivendicando il ritorno ad un passato idealizzato.

A livello europeo, per alcuni mesi, i media hanno posto al centro la Romania: una lontana frontiera selvaggia ed esotica in cui, dal nulla, uno strambo fascista filo-russo spuntato dai meandri di Twitter cavalcando un cavallo bianco e indossando abiti tradizionali ha rischiato di vincere le presidenziali argomentando che l’acqua imbottigliata in plastica non permette il passaggio di vibrazioni e frequenze.

La vittoria di Nicusor Dan ha quindi tranquillizzato gli animi garantendo l’unico elemento necessario e sufficiente alla tranquillità dell’eurozona, l’allineamento della Romania con le posizioni UE. Il sistema ha inaspettatamente retto a una spallata e ha guadagnato qualche altro anno di canto del cigno, ma la rabbia resta e così le contraddizioni che la alimentano. La Romania sparirà di nuovo dai radar “dell’Europa che conta”, accumulando entropia nella calma prima della prossima tempesta.

Poter nascondere la testa sotto la sabbia qualche altro anno, negare l’esistenza del fascismo fino alla prossima tornata elettorale: tanta ingenuità può permettersela un liberale, non noi. La guerra arriverà e avrà il fascismo come premessa, in Romania come in Italia e nel resto d’Europa. Qualsiasi tentativo di internazionale e di antimilitarismo militante dovrà passare attraverso una decolonizzazione e una destrutturazione della narrazione europea e della sua concezione dello spazio.

Sono tanti i fattori locali e specifici al contesto rumeno che hanno contribuito a tutto questa situazione, come la reazionarietà della chiesa ortodossa, la costante apologia del movimento legionarista (il movimento fascista rumeno degli anni ‘30-’40), solo per citarne alcuni. Tuttavia accanto a essi vi sono questioni europee internazionali e collettive, e su di esse abbiamo deciso di concentrarci. Questo testo desidera essere uno strumento per comprendere le contraddizioni del presente europeo, contraddizioni contro le quali occorre una risposta solidale e realmente internazionale. Il contesto rumeno è solo un aspetto della più ampia crisi europea e non deve essere contemplata passivamente come una crisi percepita in un luogo-altro da noi. Il rischio è quello di peccare di esotismo e di riprodurre quella stessa narrazione che fino ad ora ha relegato l’Europa orientale al ruolo di alterità imperfetta rispetto a un Occidente vincente.

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